«Non mi pento di quelle vignette L’odio nasce dalle bugie degli imam»
Intervista al giornalista danese che ha commissionato i disegni su Maometto.
Felice del dibattito, serve anche ai musulmani. Paura? Mi fido della polizia».
• da Corriere della Sera del 6 febbraio 2006, pag. 9
di Stefano Montefiori
Ora che la violenza dilaga, non si pente di avere commissionato quelle vignette?
«No, non mi sento responsabile. Mi dispiace enormemente per quello che sta accadendo nel mondo, è una tragedia. Ma chi protesta in modo violento non ha alcuna idea di quello che abbiamo pubblicato e perché lo abbiamo fatto, del rapporto tra libertà di espressione e religione, delle relazioni tra le comunità a Copenaghen. Sono fanatici strumentalizzati dai predicatori di odio, che avrebbero trovato qualsiasi altro pretesto per incitare alla rivolta. Quei disegni, in Danimarca, hanno innescato un dibattito utilissimo, al quale hanno partecipato per quattro mesi molti cittadini musulmani che hanno liberamente e civilmente espresso le loro opinioni su radio, tv, giornali. Di questo non mi pento, anzi ne sono felice. I fatti di Damasco e Beirut hanno poco a che vedere con me e il mio giornale. Sono fondati sulle bugie degli imam radicali». Flemming Rose, 50 anni, è uno dei più noti giornalisti danesi, per 14 anni è stato corrispondente dall’Unione Sovietica, poi Russia (ha tradotto un libro di Boris Eltsin) e Stati Uniti per il Berlingske Tidende e poi per il Jyllands Posten (più o meno la Gazzetta dello Jutland ), il quotidiano più letto in Danimarca. Due anni fa è tornato a Copenaghen con l’incarico di capo della cultura, con i figli e la moglie russa. «Siamo una famiglia multietnica. Difendiamo l’apertura della società danese, una delle più liberali del mondo».
Come le è venuta l’idea?
«Nei primi giorni del settembre scorso, ho notato troppi casi di autocensura: K?re Bluitgen, autore di un libro per bambini sulla vita di Maometto, non trovava illustratori; a Londra, la Tate Gallery ha scelto di non mostrare God is Great , un’opera di John Latham sui punti di contatto tra le religioni; il comico danese Frank Hvam ha detto che nei suoi sketch poteva forse dileggiare la Bibbia ma aveva paura di prendersela con il Corano; in tutta Europa non si trovavano traduttori di un libro di Ayan Hirsi Ali e chi lo faceva preferiva restare anonimo, ad esempio in Finlandia, per non fare la fine di Theo Van Gogh».
E quindi?
«Da responsabile del settore cultura, ho pensato che avremmo potuto fare il solito articolo, o qualcosa di più incisivo. Così ho scritto una lettera a 25 disegnatori danesi, chiedendo di raffigurare la loro idea di Maometto».
È venuto fuori un arcigno signore con gli occhi cattivi, la barba, il naso adunco e una bomba in testa.
«Io avevo domandato immagini, non satira. I 12 disegnatori che hanno accettato hanno scelto le caricature perché è nella nostra tradizione. Da secoli prendiamo in giro il governo, la famiglia reale, il Papa, i potenti, chiunque. Nessuno è intoccabile, neanche la comunità musulmana può esserlo. L’intento non era affatto provocatorio: nel commento pubblicato accanto alle vignette, ho scritto che chiedere un trattamento speciale per gli islamici era incompatibile con la democrazia e la libertà di espressione. Riconoscevo che i risultati del dileggio non sono sempre felici o belli da vedere, ma aggiungevo che l’importante adesso è frenare la corsa all’autocensura».
Perché le fiamme, quattro mesi dopo?
«In Danimarca, molti musulmani si sono sentiti offesi e hanno protestato, come era loro diritto, altri hanno capito che il nostro nemico non è affatto l’Islam ma l’oscurantismo. In ogni caso, nessuno ha provocato disordini gravi. La coscienza civile dei danesi, cristiani e musulmani, è aumentata. Di questo sono fiero. E i tribunali ci hanno dato ragione. Un gruppo di imam radicali tra cui Abu Laban, fan dichiarato di Osama Bin Laden, non si è arreso e ha organizzato un viaggio in Medio Oriente per sollevare le folle raccontando bugie».
Quali bugie?
«Intanto, che il Jyllands Posten è un giornale xenofobo di estrema destra: non lo è affatto, siamo un rispettabile quotidiano conservatore, di centro-destra. Poi, che nelle vignette c’erano scene di sesso con animali, pedofilia, e Maometto raffigurato con la testa di maiale. Tutte falsità gratuite propagandate per scatenare un odio insensato».
Hanno fatto scandalo, mesi fa, le compagnie di taxi che a Copenaghen accettano di fornire autisti bianchi e non immigrati: basta che il cliente chieda in codice «un’auto per me e il mio cane». Gli imam accusano i danesi di razzismo, a dicembre è stata approvata una legge più restrittiva sulla cittadinanza. La Danimarca diventa intollerante?
«Sono tornato a vivere qui due anni fa, dopo molto tempo passato a Mosca e Washington. Ci possono essere episodi negativi, ma in generale questa mi sembra ancora una società tranquilla, civile, aperta al prossimo. La nuova legge è dura contro i matrimoni forzati, l’infibulazione, le violenze sui figli, il terrorismo, ma gli immigrati in attesa di diventare cittadini godono di assistenza medica gratuita, diritto di voto locale, sono tutelati qui più che ovunque. Questo è un vanto della Danimarca e deve restarlo».
Ha paura per la sua vita?
«Io e il giornale abbiamo ricevuto molte minacce, cerco di lasciare la preoccupazione della mia sicurezza alla polizia».
Islam e satira
• da Corriere adriatico del 6 febbraio 2006
di Fulvio Cammarano
L’ira dei musulmani dopo la pubblicazione di vignette caricaturali su Maometto da parte di un giornale danese, è diventata occasione per evidenziare le divisioni dell’Occidente sul tema della libertà di stampa e dei limiti della satira. Nel complesso, tra mille imbarazzi, la diplomazia europea, come al solito divisa e in ordine sparso, ha stigmatizzato la pubblicazione delle caricature come mancanza di sensibilità nel cogliere il confine tra satira e irridente e provocatoria blasfemia. E via con il dibattito che ovviamente non potrà avere alcuna conclusione comune. Come far dialogare la fatwa di morte del predicatore Quaradawi secondo cui “offendere il Profeta è il più grave dei crimini” e deve essere punito con una condanna a morte senza appello e lo spirito illuminista, da cui ha origine la tradizione laica occidentale, per cui la civiltà si caratterizza per la tolleranza verso ogni opinione avversa? Non c’è modo. Il problema va al di là della pur importante questione della libertà di satira. Si tratta di un tassello di un fenomeno molto più vasto.
Innanzitutto non c’è conflitto o tensione che non abbia qualche lobby interessata ad alimentarlo. Esistono molte ragioni sia tra le minoranze radicali musulmane sia tra i fautori occidentali dello scontro di civiltà per soffiare sul fuoco dell’intolleranza e moltiplicare i sentimenti d’odio. Come mai, infatti, vignette satiriche danesi pubblicate nello scorso settembre riescono a diventare un caso politico proprio in occasione della vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi? Il fatto è che l’Occidente si sente smarrito di fronte al fallimento delle politiche d’integrazione. Per Londra, in questi giorni, girano cortei di giovani musulmani e musulmane che inneggiano alla guerra santa.
Una bella sfida: ripensare l’integrazione e rifondare il multiculturalismo per far svaporare il fascino esercitato sui più deboli dalla minoranza integralista. Dall’altra parte infatti si sta remando in direzione contraria: per i leader musulmani più aggressivi si tratta di preservare l’ortodossia religiosa dei milioni di fedeli presenti in Occidente per garantirsi il controllo politico e il potere di influenza sui governi europei. E’ su questa popolazione di “confine” che si gioca la partita ed è dunque essenziale per Bin Laden e compagnia evitare la contaminazione di queste masse con il “logorante” consumismo. Non a caso, infatti, Quaradawi, leader dei Fratelli Musulmani in Europa, ha sottolineato che non bisogna prendersela con i cristiani in quanto “i danesi e i loro simili non sono né cristiani né Gente del Libro. La gran parte di loro è senza Dio, la loro religione è rincorrere i piaceri sensuali e far una vita peccaminosa, a partire dal vizio dell’omosessualità”. Cosa dire? Che è necessario rispettare le sensibilità di tutti, ovviamente. Rispettarsi è un buon punto di partenza per dialogare ma qui può venirci in soccorso solo il buongusto. “C’è un buongusto in tutte le cose - diceva Nietzsche - anche in religione”. Detto questo, però, va chiarito che per nessun motivo e in nome di nessuna cultura e religione si può accettare che la morte diventi il prezzo di una vignetta. Con buona pace dei relativisti. Solo quando saremo tutti d’accordo nel pensare che la vita dell’ultimo degli uomini vale più della somma di tutte le religioni del mondo avremo accesso ai primi rudimenti di un linguaggio universale, una sorta di esperanto della cultura, con cui districarsi nella babele della modernità.
Non raffigurare Maometto: il tabù immaginario
• da Corriere della Sera del 6 febbraio 2006, pag. 1
di Magdi Allam
Alla base dell'atteggiamento intransigente di molti musulmani
, che viene trasformato in carburante ideologico dai terroristi che assaltano le ambasciate e le chiese, che aggrediscono gli occidentali e i cristiani, c'è il convincimento che Mohammad(Maometto) sia una figura sovrumana. Che sia assolutamente proibito raffigurarlo e che, pertanto, le vignette incriminate sarebbero doppiamente blasfeme, sia perché lo ritraggono sia perché lo diffamano. Ebbene tutto ciò è falso. E, peggio ancora, qualora l'attuale crisi internazionale finisse per accreditare questa interpretazione fanatica dell'islam a suon di minacce, condanne a morte e attentati, gli estremisti vincerebbero una battaglia importante nella guerra in atto volta a imporre il loro potere oscurantista e violento nei Paesi musulmani e in seno alle comunità musulmane d'Occidente. «Sono solo un essere umano, sono di buono o di cattivo umore come ogni altra persona», dice di sé Mohammad secondo un hadith, un detto, contenuto nella raccolta «Sahih» di Muslim. E il Corano recita: «Tanto strano è dunque per gli uomini che Noi abbiam rivelato a un uomo come loro di ammonire il suo popolo?» (Sura X, 2). D'altro canto è proprio il rigido monoteismo su cui si basa l'islam ciò che lo porta a disconoscere il mistero cristiano della Trinità e a riconoscere a Gesù la sola natura umana.
E lo stesso vale per Mohammad.
Ecco perché il volerlo immaginare un essere sovrumano serve ai fanatici islamici a ridurre o eliminare il ruolo della ragione e della critica umana nell'interpretazione del testo sacro. Un caso emblematico è appunto quello che concerne il divieto di raffigurare gli esseri viventi. Essendo solo Dio il Creatore della vita, l'individuo che fa una rappresentazione di un essere vivente tenterebbe di sfidare e di competere con Dio. A sostegno di tale tesi viene citato un hadith del profeta, secondo cui a «un individuo che ritrae un essere vivente gli verrà chiesto di infondergli la vita» e costui «verrà torturato fino al Giorno del Giudizio». Secondo gli integralisti islamici i termini «forma», «dare forma», «il formatore» che compaiono nel Corano sono attribuibili soltanto a Dio. Uno dei 99 attributi divini è «Musawwer al-kainat», il Formatore delle creature.
Sono cinque i versetti del Corano
che accrediterebbero il divieto di raffigurare gli esseri viventi. Il versetto 24 della sura LIX recita: «Egli è il Dio creatore, plasmatore, formatore di ogni essere. Gli appartengono per diritto i più bei nomi. Tutto il creato, in cielo e in terra, canta osanna: egli è il potente, il saggio». Ma sull'interpretazione dei versetti non vi è consenso tra i giureconsulti islamici. Alla base di questa disputa c'è il contrasto più generale sull'interpretazione del Corano. Per gli integralisti islamici le parole del Corano vanno accettate letteralmente e hanno un valore assoluto, universale, eterno. Viceversa gli islamici modernisti e illuminati, più inclini a considerare il Corano un testo sacro creato, dove quindi la parola di Dio è stata creata da Dio stesso ma viene dopo Dio, sostengono che le parole del Corano devono essere calate nel loro contesto storico, culturale, sociale e letterario. Di certo Mohammad è stato ritratto ampiamente dai pittori e dai miniaturisti musulmani arabi, persiani e turchi anche con il volto scoperto.
Secondo Al Hassan bin Ahmad
, noto come Abu Ali Alfarisi, morto nel 987, l'atroce punizione per gli autori delle arti figurative verrebbe inflitta solo a coloro che ritraggono Dio con sembianze umane. Il teologo modernista Mohammad Abduh (1849-1905), che fu il mufti d'Egitto, ha sostenuto che il divieto delle arti figurative non è assoluto e che «le immagini e le statue sono lecite fintantoché non intaccano la sacralità del culto di Allah». È un dato di fatto che i califfi islamici omayyadi (661-750) e abbasidi (750-1258) non vietarono le arti figurative. Un recente esempio di come i musulmani siano divisi su questo tema l'ha fornito il film «Il messaggio», realizzato nel 1976 dal regista siriano Mostafa Aqqad, ucciso lo scorso novembre in un attentato terroristico ad Amman. Il film è stato proiettato in quasi tutti i Paesi musulmani, ma non in Egitto e in Arabia Saudita per l'opposizione delle autorità religiose locali al fatto che Hamza, lo zio del profeta, interpretato da Anthony Quinn, compaia a volto scoperto. Il dato di fatto è che l'islam si coniuga al plurale. Gli integralisti, gli estremisti e i terroristi che hanno alimentato una campagna d'odio contro l'Occidente e il cristianesimo non rappresentano l'insieme dei musulmani. I contenuti delle vignette su Mohammad possono essere discutibili e al limite impugnati in tribunale. Ma nulla giustifica questo delirio ideologico e questa violenza cieca. Noi in Occidente abbiamo tutto il diritto di sceglierci e di accreditare i fautori dell'islam moderato e illuminato, il cui messaggio è più consono e compatibile con i nostri valori e la nostra civiltà. Per quale mania masochista dobbiamo rassegnarci all'interpretazione estremista dell'islam e sottometterci all'arbitrio dei predicatori d'odio e dei burattinai del terrore?
Nel Corano il tabù del volto divino
• da La Stampa del 6 febbraio 2006, pag. 3
Nel Corano non c'è uno specifico divieto a raffigurare Allah o il profeta Maometto. Tuttavia, il capitolo 42, versetto 11, recita: «E’ il creatore del cieli e della Terra, nulla gli somiglia». Per i musulmani questo significa che nessuna mano umana può raffiguranrl tali sono la sua bellezza e grandezza. Tentare di farlo è un'offesa. Lo stesso vale per Maometto. Nel capitolo 21, versi 52-54, si legge: Abramo disse al suo popolo: «Cosa sono quelle immagini che adorate»? E loro: «I nostri padri le adoravano». Lui replicò: «Siete, voi e i vostri padri, in grave errore». Da qui i musulmani ritengono che le immagini portino all'idolatria perché finiscono per essere venerate più del'essere divino che rappresentano. Gli Hadith, i racconti delle parole e delle azioni di Maometto e dei suoi compagni, proibiscono immagini di Allah, di Maometto e dei profeti del cristianesimo e dell'islam.
Il falso alibi della satira
• da La Stampa del 6 febbraio 2006, pag. 1
di Boris Biancheri
Non uno delle migliaia di manifestanti che due giorni fa hanno assalito le ambasciate di Danimarca e Norvegia a Damasco e che ieri hanno incendiato quelle di Beirut o sono scesi in piazza al Cairo e a Nablus, non uno solo di loro aveva visto in realtà le vignette pubblicate dal quotidiano danese. L'indignazione e la rabbia popolari esplose in questi giorni sono il frutto di predicazioni di capi religiosi e politici e di quanto è apparso nei media di paesi dove è ben difficile che radio, stampa e televisione si muovano senza l'assenso o almeno l'indifferenza del potere. Sarebbe un errore chiudere gli occhi, come si fa quando non si sa cosa altro fare. Le manifestazioni di questi giorni, che a Beirut hanno investito anche case, chiese e negozi dei quartieri cristiani della città e che forse hanno avuto nell'uccisione di un prete in Turchia l'episodio più grave, sono le punte estreme di un sentimento di frustrazione e di rancore contro l'Occidente che anima una parte non indifferente del mondo islamico. Va anche detto che tale sentimento ha trovato negli ultimi tempi un alimento nelle vicende politiche e nell'azione di alcuni governi. Vediamone qualche passaggio.
Più di quattro mesi fa, un giornale danese pubblica delle vignette che scherniscono la figura del Profeta Maometto. Dico per inciso che ritengo personalmente inammissibile che nel nostro sistema di valori simili pubblicazioni possano essere sanzionate dalla legge, ma che ritengo anche che le caricature in questione fossero inutili, odiose e politicamente da evitare. La stampa danese non è certo letta internazionalmente, ma in Danimarca esiste una comunità islamica cui le vignette non possono essere sfuggite. Il fatto tuttavia non produce reazioni immediate.
Tra fine ottobre e novembre il Presidente iraniano Ahmadinejad pronuncia dei discorsi in cui disconosce il diritto all'esistenza di Israele e nega l'olocausto e, malgrado lo scalpore suscitato, ripete le sue affermazioni più volte. Il 10 gennaio l'Iran riafferma il suo diritto, malgrado il trattato di non proliferazione, di possedere l'arma nucleare e toglie i sigilli messi dall'Agenzia dell'Onu alla centrale dove erano effettuate le ricerche sull'arricchimento dell'uranio. Apre così una grave crisi che coinvolge l'intera comunità internazionale e di cui oggi è impossibile prevedere gli sviluppi. Pochi giorni dopo Hamas, un'organizzazione terroristica che si è evoluta in forza politica, ottiene dal voto popolare la maggioranza assoluta nel parlamento palestinese, nella costernazione dell'America e dell'Europa. Pochi giorni ancora e le caricature danesi vengono riesumate e il furore si riaccende in tutto il mondo islamico.
Sarebbe forse ingenuo e forse errato cercare un unico filo conduttore. L'Islam è politicamente una galassia di tendenze e movimenti diversi che non soltanto dividono il cosiddetto Islam moderato da quello fondamentalista e radicale ma che si contrappongono anche all'interno di quest'ultimo. Al Qaeda, per esempio, rimprovera a Hamas di aver accettato di passare attraverso un processo democratico per arrivare al potere, mentre l'Alleanza dei Fratelli Musulmani, che vanta milioni di aderenti in tutto il mondo, accoglie la vittoria di Hamas come il maggiore evento dell'Islam dopo l'avvento di Khomeini in Iran. Questo universo articolato ha però nella fede religiosa e nella legge che ad essa si ispira una formidabile ragione di coesione e di unità. Di fronte ad esso, il mondo non islamico, che è accomunato dai valori della diversità, della libertà e dei diritti dell'individuo, non trova strategie appropriate. La differenza di opinioni tra intellettuali, politici e uomini di fede in merito alla vicenda delle caricature e della libertà di stampa, ne è una prova.
Auguriamoci che non sia ancora una volta, come lo fu l'11 settembre, la violenza a imporci l'unità. Auguriamoci anche che l'uccisione del prete romano mentre pregava in una chiesa a Trebisonda, non sia un nuovo segno, come lo fu quello dell'uccisione di Theo Van Gogh, che la via della conciliazione e della convivenza si fa sempre più difficile e faticosa.