RASSEGNA STAMPA 24 GENNAIO 2006
Grano e loglio dei radical-socialisti
• da Corriere della Sera del 22 gennaio 2006, pag. 1
di Angelo Panebianco
Ha probabilmente ragione Umberto Eco quando sostiene (in un'intervista alla Stampa) che il «Partito democratico», il partito unico del centrosinistra, potrà nascere solo quando il ricambio generazionale sarà completo e sarà svanito persino il ricordo del Partito comunista. Però, superate le fratture che vengono dal passato è, per il Paese, un'esigenza oggettiva.
In un precedente articolo (Corriere, 15 gennaio) avevo scritto che ciò richiederebbe nuove aggregazioni che vedano convivere chi viene dal Pci (e dalla sinistra democristiana) con gli «anticomunisti democratici», coloro che durante la prima Repubblica si opposero al Pci in nome della democrazia liberale.
In una lettera al Riformista, due radicali (Punzi e Castaldi) hanno polemizzato garbatamente con me accusandomi di avere omesso il nome di Marco Pannella che già nell'89 aveva proposto all’allora segretario del Pci Achille Occhetto di dare vita a un «Partito democratico». Non ricordavo l'episodio. Ma è vero: Pannella è stato il più coerente degli anticomunisti democratici, convinto che la rigenerazione della sinistra ne richiedesse la trasformazione in una forza liberal democratica.
E poiché oggi Pannella ha scelto l'alleanza con socialisti di Boselli e l'ingresso nel centrosinistra vale la pena di approfondire l'argomento.
È ovvio che i radicali staranno «scomodi» nel centrosinistra e vi provocheranno molti mal di pancia. I radicali hanno da sempre la particolarità di essere considerati «di sinistra» dalla destra (per via dei diritti civili) e «di destra» dalla sinistra (per via della fede nel mercato e l'atlantismo). In uno schieramento ove sono ancora forti le propensioni stataliste e l'antiamericanìsmo i radicali saranno mal tollerati. Ma ciò è scontato. Vero è il fatto che essi (fin dall'origine del Partito radicale) hanno sempre pensato che fosse loro compito storico contribuire a cambiare la sinistra in senso liberale.
E la sinistra ha mutato atteggiamento sui diritti civili grazie alle decennali battaglie radicali. Pannella e Bonino potrebbero dunque legittimamente aspirare a svolgere un ruolo centrale nell'ipotizzato «rimescolamento delle carte» denominato Partito democratico. Ma la strategia scelta non sembra portare in quella direzione.
Recuperando dal proprio repertorio storico, come Pannella ha fatto, l'anticlericalismo più intransigente e scegliendo una linea «zapaterista» si possono prendere voti ma ci si condanna, rispetto a eventuali processi di aggregazione a sinistra, alla marginalità. Se non altro, perché si antagonizzano i cattolici.
Il neo—anticlericalismo, frutto, a mio giudizio, di un eccesso di allarme per l'interventismo della gerarchia ecclesiastica, porta i radicali a sguarnire i fronti su cui più dovrebbero stare. Dove il centrosinistra più carente: libertà di mercato, garantismo giudiziario, solidale azione fra le democrazie occidentali contro le dittature Non che i radicali non se ne occupino.
Lo fanno da sempre, unici a sinistra. Ma la «cifra» con cui hanno scelto di caratterizzarsi, anticlericalismo e zapaterismo, diventa un freno, impedisce loro di svolgere quel ruolo di protagonisti che il loro passato legittimerebbe.
Senza anticomunismo democratico non ci sarà rinnovamento nella sinistra. Ma occorre una visione strategica che oggi sembra mancare.
Due regimi e buongoverno
• da Corriere della Sera del 23 gennaio 2006, pag. 1
di Tommaso Padoa-Schioppa
Le tensioni che non smettono di tormentare l'opposizione e ne mettono a rischio la possibilità di vincere domani e di governare dopodomani sono sotto gli occhi di tutti: primarie o no, lista unica o no, chi saranno i capilista, chi paga i manifesti, chi sceglie i candidati, chi i ministri, e via dicendo. E' anche troppo facile vedervi soltanto rivalità personali, liti di partito, interessi di apparati. I fatti umani hanno spesso un ventaglio di moventi che scende dal nobile all'ignobile. Avere occhi solo per i moventi più bassi qualifica chi guarda forse ancor più che chi è guardato.
Nelle diatribe che lo esasperano, il cittadino deve vedere anche la faticosissima scelta tra due regimi politici, nei quali il primato del potere è rispettivamente nel governo e nel partito. Dico «primato», perché ogni sistema politico sano deve comprendere entrambi gli elementi e, in una certa misura, bilanciarli.
Immaginiamo i due regimi nelle loro forme estreme. Nella forma estrema del primo (primato del governo) il partito si costituisce solo per conquistare il governo e si dissolve dopo la contesa elettorale, quale che ne sia stato l'esito. Nella forma estrema del secondo regime, il partito è un'organizzazione di sedi, militanti, elaborazione di programmi, dibattiti ideologici che influisce sulla politica senza porre al centro delle sue ambizioni l'esercizio diretto del governo. Nel primo chi tiene il governo comanda anche il partito, direttamente o per interposta persona; nel secondo chi conquista il partito non governa, mentre nel palazzo del governo siede un suo temporaneo delegato. La degenerazione del regime di partito è l'oligarchia; quella del regime di governo è la monocrazia.
La simmetria tra i due regimi non è piena perché un Paese può vivere senza partiti ma non senza governo. Mentre il partito si può ridurre a un esercito di volontari, allestito per l'occasione elettorale e poi sciolto, la macchina del governo non si smonta mai. Perciò il regime di partito tende a essere bicefalo, quello di governo monocefalo.
Governare un Paese e guidare un partito sono espressioni molto diverse del fare politica e corrispondono a due vocazioni che raramente si riuniscono in una stessa persona. Quella di governo è vocazione a coniugare politica e azione, ad amministrare, a decidere, a operare con strutture e persone che non hanno una stessa affiliazione politico-ideologica né una solidarietà di gruppo. Quella di partito è vocazione a coniugare politica e cultura, a dibattere, a costituire più che a spendere il potere, a operare con e tra persone accomunate da lealtà ideologica e di gruppo.
De Gasperi, Scelba, Andreotti, Colombo, Andreatta erano uomini con preminente vocazione di governo. De Mita, Piccoli, Moro, Forlani, Marini erano senza gusto per il governo e impacciati nell'esercitarlo come foche sulla terraferma.
La forza dei partiti è non solo compatibile con la democrazia; ne costituisce addirittura uno strumento primario e una garanzia. Essa separa l'elaborazione strategica dalla conduzione degli affari di governo dando spazio ad ambedue; permette di guardare lontano e vicino allo stesso tempo. Come in certe corse automobilistiche o gare veliche, assicura un pilota e un navigatore. Quando funziona al meglio, la vita di partito — e forse solo quella — offre ai cittadini una possibilità di impegno politico effettivo, disinteressato, meno sporadico del semplice andare a votare, orientato al bene pubblico piuttosto che a un interesse di categoria.
E poiché l'indifferenza per la polis
è un male altrettanto pericoloso dell'eccesso di passioni, questi non sono vantaggi da poco. Il buongoverno ne ha estremo bisogno.
Ma se la forza diviene predominio sorgono gravi inconvenienti: instabilità, scarsa democrazia, poco controllo, opacità. Se la durata media dei governi democristiani fu di un anno circa è perché il partito soverchiava il governo, aveva un vertice cronicamente instabile ed era nello stesso tempo del tutto ostile a ogni consolidamento del governo.
Persino un grandissimo uomo di governo come De Gasperi fu allontanato dal potere dal suo partito, non dal voto popolare; Andreotti, debole nella Dc e mai al suo vertice, soddisfece la sua vocazione di governo manovrando con abilità e spregiudicatezza una piccola corrente. E' vero, come spesso osserva Giovanni Sartori, che la vita breve di quei governi non fu instabilità politica; ma è anche vero che il procedere a singhiozzo dell'attività di governo ebbe costi enormi in termini di buona amministrazione.
Il sistema politico britannico e quello americano danno il primato al governo. Ma in Gran Bretagna il partito ha un'importantissima funzione di garanzia: non si dimentichi che Margaret Thatcher fu dimessa dal partito, non dagli elettori. In Olanda, Belgio primeggiano i partiti, in Cina il partito unico; in Germania i partiti sono potentissime realtà organizzative ed economiche che condizionano fortemente chi governa (o addirittura lo avversano, come lo fu Schmidt quando era Cancelliere). In FranciaDeGaulle cercò di realizzare il passaggio a un primato del governo, ma gradualmente la politica è ritornata al primato dei partiti. Entrambi i regimi hanno pregi e difetti; di entrambi ci sono esempi importanti; entrambi vantano splendori e miserie. Ma l'ottimo probabilmente è quello in cui i partiti esistono, sono forti, e, se vincitori, danno il primato al governo. Il senso stesso della politica è, infatti, l'esercizio dell'arte di governo, e questa arte va infine esercitata dalla prima fila, non dalle retrovie. Le retrovie-partito sono una indispensabile garanzia contro il pericolo che le lobby o gli interessi personali diventino il vero navigatore di chi pilota la macchina. Ma retrovie devono rimanere.
In Italia, dopo la fine della cosiddetta prima Repubblica, il sistema politico è rimasto in bilico tra i due regimi. E la situazione è grandemente complicata dal fatto che il potere di governo è conteso non da due partiti ma da due coalizioni: dunque più instabilità potenziale, più lentezza, più opacità.
Chi compie la scelta tra primato del governo e primato del partito? Solo in piccola parte la scelta è fatta nella Costituzione o in leggi come quella elettorale o sul finanziamento pubblico della politica. In misura preponderante è fatta dalle formazioni politiche stesse, che la impongono ai cittadini. E solo quando la disfunzione raggiunge livelli intollerabili la scelta passa ai cittadini stessi: così fu con il referendum del 1993 e così fu, in parte, con il voto del 2001, che punì la riscossa dei partiti nel centrosinistra.
Oggi, tra le caratteristiche della contesa elettorale in corso, vi è il fatto che le due coalizioni concorrenti sembrano corrispondere ai due diversi regimi che abbiamo posto a confronto: primato del governo nel centrodestra, dei partiti nel centrosinistra. Dico «sembrano» perché sia il bilanciamento sia il primato rimangono questioni aperte in entrambe le coalizioni. Ma tra gli elementi che indurranno gli indecisi a compiere la loro scelta di voto vi sarà probabilmente anche la valutazione dei pregi e difetti dei due regimi.
Alitalia: incoscienza che porta al disastro
• da Il Messaggero del 23 gennaio 2006, pag. 1
di Luigi Paganetto
Il rinvio dello sciopero deciso dai sindacati Alitalia è un atto quanto mai opportuno. Ma non basta. Soprattutto non è riuscito ad evitare il caos, una sequenza infinita di cancellazioni. Uno spettacolo al quale davvero non avremmo voluto assistere. Uno spettacolo che mette a nudo l’irresponsabilità di troppi e dimostra quanto debole ancora sia la consapevolezza che il sentiero per salvare in extremis l’Alitalia è davvero strettissimo. Il mercato del trasporto aereo, anche se è assai meno liberalizzato di quanto si sostiene normalmente, penalizza le compagnie che non sono capaci di assicurare regolarità, accuratezza e certezza di orario ai loro servizi. Quello che sta succedendo in questi giorni, anche se è già accaduto in passato, erode ulteriormente l’immagine della nostra compagnia di bandiera e la sua capacità di presentarsi agli utenti con servizi comparabili con i suoi concorrenti. Non sono qui in discussione ragioni e torti di azienda e sindacati. Alitalia, sta vivendo da tempo momenti difficili. Molte sono state le scelte che l’hanno danneggiata in passato. A cominciare da quella di puntare ad un accordo, che poi non s’è fatto, con gli olandesi della Klm, condizionato alla scelta di Malpensa come scalo su cui concentrare una gran parte dei voli internazionali, compresi molti tra quelli diretti verso Sud, per passare al mancato avvio, a suo tempo, di un graduale rinnovo della flotta che ha ormai un’età media di dieci anni.
Altrettanto vale per la scarsa attenzione prestata al fenomeno del low cost che ha giocato un ruolo di grande importanza e, mentre noi abbandonavamo scali e rotte, questi ed altri vettori ne mostravano la redditività.
La erosione delle quote di mercato di Alitalia non si è però verificata solo a livello internazionale, anche se si tratta delle rotte dove si fa sentire di più la concorrenza.
Da qualche anno sta accadendo anche per le rotte nazionali sulle quali il peso di Alitalia è sceso da tempo sotto il 50%. Le tariffe inseguono i costi, che risentono, nel confronto, del minor numero di ore volate per aereo ed addetto. E’ una questione legata ad un tempo ad aspetti sia di tipo organizzativo che sindacali. Certo che oggi Alitalia sta in mezzo al guado. E’ stato varato un aumento di capitale in cui lo Stato a fronte di 489 milioni versati avrà una quota del 49% del capitale, mentre i privati con 517 milioni, garantiti dal sistema bancario, avranno il 51%, sia pure ripartito in quote distribuite sul mercato. Non va dimenticato che, accanto a questa operazione, si è fatta quella di creare “AZ servizi”, sottoscritta da Fintecna.
L’ idea è quella di distinguere la parte operativa di Alitalia da quella dei servizi che pongono problemi di gestione diversa da quella dei voli. Le compagnie concorrenti hanno dedicato molta attenzione all’aspetto dei servizi a terra che comportano costi che possono essere ridotti gestendo qualche volta questi servizi in partnership e, altre volte, utilizzando società esterne specializzate nel settore.
E’ difficile dire a questo punto se il piano industriale per fare uscire Alitalia dalle secche della crisi sarà capace di ottenere questo risultato. Certo è che ci troviamo all’ultima spiaggia dopo la quale non c’è che la liquidazione della nostra compagnia di bandiera. Potrebbe essere, alla fine, un provvedimento salutare laddove non si trovasse oggi la volontà di convergere tra sindacati ed aziende ad una soluzione comune. L’intervento del Governo a questo punto può far poco, se non ribadire questa esigenza. Sarebbe certo auspicabile che crescesse in tutti gli attori di questa vicenda la consapevolezza che è un settore in cui le spinte concorrenziali sono sempre più forti. Esse hanno determinato sostanziali cambiamenti nella quota di mercato delle principali compagnie, la sostituzione di alcune di esse con altre più aggressive e vincenti, accordi di partnership tra compagnie in cui ciascuno ha un peso che dipende dalla sua capacità di mostrare la sua attitudine a migliorare performances e numero di passeggeri trasportati.
La nostra compagnia di bandiera ha un patrimonio di competenze tecniche, professionali e organizzative che sarebbe quanto mai importante preservare. Il turismo è un’attività di grande rilievo nel nostro paese.
Una compagnia di bandiera efficiente e capace di attrarre passeggeri da tutto il mondo con tariffe concorrenziali può esercitare un ruolo importante nei prossimi anni tenendo conto del peso che essa ancora ha sulle rotte nazionali.
Per farlo occorre uscire dal guado, rinunziare temporaneamente alle pur legittime rivendicazioni sindacali che rischiano di ritorcersi contro chi le sostiene.
Mettere in discussione il rispetto degli accordi per il rilancio della compagnia e quelli sul piano industriale attraverso azioni che deteriorano ulteriormente l’immagine dell’Alitalia può voler dire, in questo momento, mettere a rischio la sopravvivenza di Alitalia ed è un rischio che non si deve correre anche se queste posizioni fossero del tutto giustificate e condivise.
Israele avverte gli ayatollah «Niente atomica o agiremo»
• da La Stampa del 23 gennaio 2006, pag. 12
di e. st.
Israele non accetterà in alcun modo che l'Iran si doti di un arsenale nucleare e si sta preparando alla possibilità che la diplomazia non riesca a frenare le ambizioni atomiche di Teheran. E' il nuovo monito lanciato dal governo dello Stato ebraico, per bocca del generale a riposo Shaul Mofaz, che ne è il ministro della Difesa. «In questa fase - ha dichiarato Mofaz, che ha parlato a una conferenza accademica - stiamo dando la priorità alle iniziative diplomatiche, ma - ha puntualizzato – Israele non potrà accettare in nessun caso da parte iraniana un'opzione nucleare... E a questo ci stiamo preparando» ha aggiunto.
Israele e gli Usa, i Paesi che più apertamente accusano l’Iran di volersi dotare di armi atomiche, affermano di favorire una soluzione negoziata del problema. Teheran sostiene che il suo programma nucleare sia per fini civili. Ieri non si è fatta attendere la risposta di Teheran, che ha affermato che sarebbe «un errore fatale» per Israele agire militarmente contro il programma nucleare iraniano, accusando lo Stato ebraico di condurre «un gioco infantile». Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Hamid Reza Asefi, ha spiegato che Israele sta solo provando a esercitare pressionni sull'Occidente per costringere Teheran ad abbandonare i suoi programmi. «Consideriamo i commenti di Mofaz come una sorta di guerra psicologica. Israele sa bene che errore fatale sarebbe. Si tratta di un gioco infantile». Il portavoce ha poi aggiunto che «alcuni Paesi occidentali, tra cui l'Italia», hanno fatto appello a Israele perché «non assuma posizioni così dure nei confronti dell'Iran» in questo momento di crisi per la prosecuzione delle trattative sul suo programma nucleare.
Nella medesima circostanza l’Iran ha chiesto un ritorno ai negoziati con i cosiddetti «Tre Grandi» dell'tJnione Europea, cioè con Gran Bretagna, Francia e Germania, che pure hanno sospeso i contatti, in corso infruttuosamente da due anni e mezzo, dopo la recente decisione di Teheran di rimuovere i sigilli apposti a tre dei propri centri di ricerca dagli ispettori dell’Aiea, l'Agenzia Internazionale dell'Onu per l'Energia Atomica. «L'Iran pensa ancora che si possa trovare una soluzione attraverso i colloqui», ha detto Sefi.
Sono giornate di scambi d'accuse e moniti tra Israele e Iran; quest'ultimo, sabato, aveva anche respinto come «prive di fondamento» le accuse rivoltegli dal ministro Mofaz di essere coinvolto, insieme con la Siria, in un attentato suicida avvenuto a Tel Aviv in cui una trentina di persone erano rimaste ferite. «Queste dichiarazioni - ha detto - dimostrano la disperazione del regime sionista». «Il sostegno dato dalla Repubblica islamica dell'Iran al popoìo palestinese e alla sua causa è puramente spirituale», ha affermato ancora Asefi, aggiungendo che «non solo l'Iran, ma tutti gli Stati musulmani e amanti della libertà sostengono le lotte legittime del popolo palestinese». Sabato, durante una visita in Siria, il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad aveva incontrato i dirigenti di diversi gruppi radicali palestinesi, tra cui Hamas e la Jihad islamica.