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  www.dabicesidice.it - Numero d'archivio - Nr. 226 - Maggio 2010 -
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Pacs e il matto persiano
  Questa rubrica - ancora in fase di allestimento - approfondisce il tema o la notizia che abbiamo ritenuto essere tra le più importanti della settimana, a livello nazionale.

   Queste vengono scelte tra le pagine dei quotidiani italiani di maggiore diffusione e messe a confronto.

   Gli articoli proposti sono riportati con tutte le indicazioni idonee per permettervi una loro ponderata consultazione. Le stelline, come ormai prassi, indicheranno l’autorevolezza di un pezzo. (Da leggere ê Da non perdere êêDa conservare êêê)

   Anche in questo spazio saranno apprezzati i commenti e le analisi dei lettori.

   

L’argomento da approfondire questa settimana è:Pacs e il matto persiano  

la padania.gifEdizione del 14 gennaio 2006   

La sinistra si spacca definitivamente sulla doppia manifestazione di oggi a Roma PACS E COPPIE GAY, ORMAI E’ UNIONE DI... SFATTO di ROBERTO SCHENA

 

Che boomerang pazzesco. La sinistra, che vanta tanto di promuovere i “diritti civili”, alla fine rivela di essere incapace di mandarli in porto. A poche ore dalla doppia manifestazione a Milano e a Roma per i pacs e l’aborto, è riuscita perfino a trasformare quella che avrebbe dovuto essere una sua grande dimostrazione di forza nell’ennesima occasione di divisioni, di polemiche interne, di disfacimento.

Non si è nemmeno capito quali esponenti politici saliranno domani sui palchi. Leader come Romano Prodi e Piero Fassino non ci saranno. Il primo ha addirittura detto di essere “amareggiato” dall’iniziativa, ma è fortemente contrariato. E nessun esponente “laico” della Cdl favorevole ai pacs si farà vivo, come inutilmente sperato. C’è troppa caratterizzazione a sinistra. Anzi, da Forza Italia giunge un imprevisto messaggio indirizzato a Francesco Rutelli, da sempre scettico sui pacs (vedremo quale).

La doppia manifestazione indetta per oggi dall’intero arco della sinistra, che va dai Ds ai Verdi, comprendendo Rifondazione e socialisti-radicali, doveva essere l’esatta espressione di una prova di forza che la sinistra stessa nel suo complesso avrebbe dovuto fornire non solo al centrodestra e al Vaticano, ma anche al resto della coalizione unionista, di ispirazione cattolica.

La presenza di tre magistrati sul palco in qualità di “celebranti” le unioni civili e la risposta giunta questa volta non dal “solito” cardinale Camillo Ruini, ma dal papa in persona, hanno talmente ingigantito il problema da renderlo ingestibile, a cominciare dai guai che stanno passando i Ds sul fronte della questione morale. Questi ultimi hanno oggi altro a cui pensare. Con la loro assenza, hanno a tal punto politicamente e moralmente indebolito la prevista kermesse, da rivelarla isolata e forse controproducente. Crollata come un castello di sabbia, nonostante l’ampia partecipazione prevista. Col rischio, per arcigay, di vedersi ridimensionare in futuro le richieste. Gli esponenti cattolici dell’Unione, chiamati quasi direttamente in causa dal papa, protestano contro l’iniziativa senza che la sinistra nel suo insieme sia pronta a parare il colpo. Si fa avanti Rifondazione, ma a questo punto sarà difficile evitare altre accuse di mettere il cappello sull’iniziativa di “riscossa laica”.

Fausto Bertinotti, il segretario di Rifondazione comunista, a fronte del silenzio quasi assoluto dei dirigenti diessini, lo dice chiaro: «I Pacs sono già nel programma dell’Unione, è già stato scritto e concordato da tutti. Lo stesso Prodi ne aveva parlato ripetutamente. I Pacs devono entrare nel governo e per forza deve essere scritto, come è scritto». E aggiunge: «Considero di grande importanza le manifestazioni che si svolgeranno in tutta Italia a sostegno dei Pacs, dei diritti delle persone, a sostegno dell’autodeterminazione delle donne e in difesa della legge sull’aborto. Ritengo quella dei Pacs una battaglia di civiltà, di democrazia, una battaglia per il riconoscimento dei diritti che deve riguardare tutta l’Unione ed entrare nella sua agenda». Infine sottolinea: «Rifondazione comunista sarà presente in tutte le iniziative in programma nelle piazze italiane».

Nella Cdl, Forza Italia passa al contrattacco e apre alle proposte già lanciate da Francesco Rutelli in contrapposizione alle pretese della sinistra. Il messaggio è in questi termini: «Prodi è tutt’altro che amareggiato ma solo imbarazzato e incapace di tenere unita una coalizione divisa su tutto, una torre di babele dove sarà impossibile arrivare ad un programma unitario fondato su valori condivisi». Lo affermano, in una dichiarazione congiunta, il coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi ed il responsabile del partito per i rapporti con il mondo cattolico Francesco Giro, secondo i quali la sinistra «dimostra ancora una volta di essere un colabrodo».

Sui Pacs, i due esponenti azzurri usano in pratica le stesse parole di Rutelli: «È sbagliata e comunque incostituzionale ogni ipotesi di equiparazione giuridica delle convivenze di fatto e delle coppie omosessuali alla famiglia naturale fondata sul matrimonio ed è un errore trasformare i cosiddetti patti civili di solidarietà in un “piccolo matrimonio”, non sussistendo quei caratteri della stabilità, della corrispettività e della certezza dei diritti e dei doveri propri del legame matrimoniale».

Sensibili a certi problemi, avanzano ai cattolici della Margherita e dell’Udeur - senza mai nominarli - una ipotesi di accordo: «Per rimuovere le possibili discriminazioni che ancora oggi limitano l’esercizio di alcuni diritti individuali nelle coppie di fatto - osservano Bondi e Giro - si possono utilizzare singole norme per i singoli problemi, nei settori della previdenza, delle assicurazioni obbligatorie, dell’assistenza sanitaria, del lavoro, dei diritti successori. Ciò senza ledere o limitare in alcun modo i diritti propri delle coppie legate da vincolo matrimoniale».

Esattamente i “contratti civili” proposti da Rutelli.  


Teheran pronta a cacciare gli osservatori dell’agenzia atomica

Bush-Merkel: per l’Iran soluzione diplomatica

Teheran - Nuovo passo in avanti dell’escalation diplomatica che vede coinvolto l’Iran in materia nucleare. Teheran avverte ora l’unione europea che in caso di deferimento del dossier nucleare al consiglio di sicurezza delle nazioni unite sospenderà ogni cooperazione con l’aiea. «Deferire il caso del nucleare iraniano renderà l’Iran determinato ad interrompere ogni ooperazione con l’agenzia anternazionale dell’anergia atomica», ha dichiarato il ministro degli esteri Manuchehr Mottaki al network Khabar.

«Gli europei - ha aggiunto - non dovrebbero mettersi in una situazione in cui non potremo più trovare una giustificazione pr un’ulteriore cooperazione», ha affermato ancora il capo della diplomazia di Teheran, esortando quindi l’unione europea ad adottare un approccio razionale ed improntato alla logica nel gestire la vicenda.

Per Mottaki, la ripresa delle attività di ricerca da parte dell’Iran altro non è se non un «processo comune e naturale». Secondo il ministro, i governi occidentali non riusciranno ad ogni modo a raggiungere l’unanimità in sede di aiea su una misura per deferire il dossier al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Il ministro degli Esteri britannico, Jack Straw, all’indomani della riunione di Berlino dedicata all’Iran a cui ha partecipato insieme ai capi della diplomazia di Francia e Germania e Ue ha dichiarato che «se l’Iran non rispetterà i suoi impegni, ovviamente il consiglio di sicurezza considererà l’introduzione di sanzioni economiche». La troika europea ha deciso di convocare una sessione straordinaria del consiglio dei governatori dell’aiea, a cui spetta il compito eventualmente di deferire l’Iran al consiglio di sicurezza.

Ieri, a Washington, il cancelliere tedesco Angela Merkel ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa congiunta con il presidente statunitense George Bush di non voler farsi «certo intimidire da un paese come l’Iran». «È essenziale -ha aggiunto- che noi parliamo assieme agli Stati Uniti». Washington e Berlino, in effetti, si vogliono mostrare unite per risolvere diplomaticamente la crisi con Teheran. «Abbiamo davanti a noi un importante lavoro su una questione chiave come l’Iran», ha detto Bush nella conferenza stampa. «Abbiamo parlato della questione iraniana e del desiderio di risolverla diplomaticamente lavorando insieme».

Ieri, sul tema dell’Iran, è di nuovo intervenuto il ministro per le riforme, Roberto Calderoli: «La comunità internazionale, anche alla luce delle ultime risposte giunte da Teheran - ha detto - deve al più presto mettere al bando l’Iran, che rappresenta sempre più una minaccia per la pace nel mondo, e il suo presidente Ahmadinejad che sembra voler fare, a livello istituzionale e di Stato, quello che Bin Laden fa a livello clandestino».

 

repubblica1.gifEdizione del 14 gennaio 2006

In Lombardia le donne tornano in piazza per la legge sull'aborto Nella capitale il corteo per i patti civili tra omosessuali divide la sinistra Manifestazioni a Milano e Roma "Difendiamo la 194 e i Pacs"

MILANO - L'appuntamento è per le 14.30: a Milano per difendere l'aborto, a Roma per promuovere le unioni civili. Ma nella capitale, la manifestazione divide la sinistra: l'Arcigay e l'Arcilesbiche assicurano che sarà "una festa per le libertà civili", ma Prodi si dissocia ed esprime "amarezza" per la manifestazione e l'Osservatore romano parla chiaramente di "provocazione" riferendo le recenti parole del Papa che ha definito i patti civili tra omosessuali "un grave errore: la famiglia è legittima solo se fondata sul matrimonio".             

La sinistra arriva all'appuntamento divisa. La Rosa nel pugno di Enrico Boiselli giudica l'amarezza di Romano Prodi "avventata" mentre Pierluigi Castagnetti, capogruppo della Margherita, prende le distanze dalla manifestazione e consiglia "serietà e non provocazioni". In piazza hanno annunicato la loro presenza i Ds e i Comunisti italiani insieme a Daniele Capezzone, segretario di Radicali italiani, che giudica i Pacs "irrinunciabili". L'invito è per le 14.30 nella storica piazza Farnese, alle spalle di Campo de' fiori.     

Alle stessa ora, le donne di tutta Italia si riuniranno nella piazza del Duomo a Milano a favore della legge sull'aborto. Sullo striscione azzurro che aprirà il corteo è stato scritto: "Siamo uscite dal silenzio"; e poi "Libere di scegliere", e ancora: "Alla donna la prima parola. E l'ultima". Si aspettano un centinaio di pullman, numerosi treni speciali, dalla Sicilia e dalla Sardegna arriveranno delegazioni in aereo. Ci sarà musica di strada, canti, slogan, fiori lanciati in segno di festa.   

Sul palco attrici, da Ottavia Piccolo a Maddalena Crippa; a Roma Lella Costa, scrittrici, femministe storiche come Lea Melandri. Ma anche donne di destra come Ombretta Colli: "Sarò in piazza a difendere i diritti delle donne".

La manifestazione è nata grazie ad un appello lanciato via e-mail da una giornalista di Diario il 29 novembre scorso. Dopo la prima assemblea convocata alla Cameradel lavoro di Milano a cui hanno partecipato più di 1.500 donne, ne sono seguite altre in ogni parte d'Italia finché è stata decisa la data della manifestazione nazionale.

avvenire.gifedizione del 13 gennaio 2006

L’Iran sempre più solo: la parola al Palazzo di Vetro

Nucleare, il gioco si fa duro E l’Europa batte un colpo

Giorgio Ferrari

«L’Iran sta voltando le spalle a relazioni migliori con la comunità internazionale in un record accertato di inganni e occultamenti».

Ci stavamo per dimenticare dell’Europa. C’è voluta la crisi nucleare iraniana perché battesse finalmente un colpo, se pure dopo che Washington, Londra e Mosca (e, dobbiamo dirlo, la Farnesina) avessero cominciato ad alzare la voce. Ora il problema passa direttamente al Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Dunque la trojka (Germania, Francia e Gran Bretagna) dell’Unione europea - nella persona dei ministri degli Esteri Frank-Walter Steinmeier, Philippe Douste Blazy e Jack Straw - ha finito anch’essa per stigmatizzare la ripresa del programma nucleare iraniano, dopo che - contravvenendo alle richieste dell’Aiea (l’agenzia internazionale dell’Onu per l’energia atomica) - Teheran ha tolto i sigilli agli impianti nucleari di Natanz ripristinando il programma di arricchimento dell’uranio.

Programma che - sulla carta - denuncia esclusivamente scopi pacifici, ma che, data l’ovvia possibilità di una conversione del patrimonio nucleare in armamenti, impensierisce e non poco il club atomico del blocco occidentale. È un punto di non ritorno, come lo ha definito la diplomazia francese, o anche - come ha detto con maggior sfumatura il ministro Fini - «una fase nuova del rapporto con Teheran».

Di fatto è un gioco che assomiglia tremendamente al quel Great Game che si è disputato per quasi un secolo a cavallo fra il Caucaso e il Medio Oriente all’epoca delle cannoniere e degli zar. Ma a quel tempo bastavano poche guarnigioni coloniali a risolvere una guerra. Oggi invece - con delicatissimi equilibri nucleari sul piatto, con un assetto geopolitico in forte movimento (pensiamo solo al dopo-Sharon e ai tesissimi rapporti fra Teheran e Israele) e una classe dirigente iraniana di assoluta intransigenza come quella che ha eletto Mahmoud Ahmadinejad - questo gioco è diventato pericoloso, anzi, pericolosissimo.

Le future mosse degli attori di questa partita sono esse stesse gravide di pericoli o comunque di danni non secondari. Mosca preme per una via diplomatica, Washington e Londra per un ricorso all’Onu che in filigrana preannunzia (o comunque non esclude) un’opzione militare. Parigi e Berlino, ma aggiungiamovi anche l’Italia, pensano piuttosto all’arma più volte sperimentata delle sanzioni economiche. Arma essa stessa da usare con estrema cautela, visto il contrappasso petrolifero (e la conseguente influenza sui prezzi) che l’Iran può imporre grazie alla sempre più accentuata fame di energia nel mondo industrializzato. L’Italia è partner privilegiato di Teheran (esporta beni e servizi per quasi 2 miliardi di dollari all’anno e importa greggio per 2,7 miliardi), ma anche Francia e Germania lo sono.

Per questo è un bene che la Ue si sia svegliata. Perché il fronte dell’intransigenza - il blocco anglosassone Londra-Washington, immediatamente riattivatosi come di consueto in casi come questi - comporta rischi che forse l’Europa non è del tutto disposta a correre: meglio un accordo in extremis che un rovinoso finale di partita.

libero.gifAborto, siamo alla piazza preventiva di RENATO FARINA

OGGI A MILANO MIGLIAIA DI FEMMINISTE PROTESTANO PER NON CAMBIARE

La manifestazione si chiama «Usciamo dal silenzio» e si svolge oggi in piazza Duomo a Milano, sotto lo sguardo della Madonnina. Quando seppi dell'iniziativa, nel dicembre scorso, avevo pensato c'entrasse il Movimento per la vita. Mi pareva un po' osé, ma molto bella l'idea, con quel titolo, di dar voce alle creature notoriamente molto silenziose nella pancia delle madri. (Ho detto creature. Non sono capace di chiamarli feti, mi viene meglio bambini). Una volta Papa Wojtyla citò in Polonia - era il 1987 - un film che aveva visto. Raccontò di aver notato come, mentre cercavano di ucciderlo e di strapparlo (...)(...) dall'utero, quell'esserino si difendesse e provasse a urlare. Impossibile, circondato dal liquido amniotico. Ma soprattutto dall'ovatta che ha trasformato una strage gigantesca in qualche cosa di normale ed ovvio. «L'aborto c'è sempre stato, e finalmente non è più una pratica nascosta», si diceva. In realtà non è mai stato così clandestino come da quando ha il sigillo della legge. Invece mi ero sbagliato: quella manifestazione è di femministe e post femministe, ed è a difesa della legge 194. Dovrebbero esserci, secondo le organizzatrici, 80mila donne. Dopo averlo saputo, mi pareva impossibile lo stesso. Sul numero me ne sono fatta una ragione avendo appreso che la Cgil è parte massima dello sforzo organizzativo. Fornisce addirittura i treni. Quando ci sono i treni della Cgil e pure i pullman dell'Emilia Romagna, inutile discutere o obiettare: la piazza si gonfia sempre, anche se non capiamo molto bene cosa c'entri con il sindacato l'aborto. (Una parte della paga per sostenere le manifestazioni abortiste?) Per cui 80mila mi sembrano ancora poche. Resto però della mia idea. Secondo la logica, le manifestazioni in piazza si fanno per cambiare qualcosa. Per ottenere qualcosa che non c'è. Pensavo quindi dovessero scendere per strada con slogan e tamburi quelli contro l'aborto.   continua...

 

osservatore romano.jpgedizione del 14 gennaio 2006 Riconoscere le convivenze? Le scorciatoie delle provocazioni   FRANCESCO D'AGOSTINO  Presidente dell'Unione Giuristi cattolici Italiani

R iconoscere le convivenze? Riconoscerle per legge (introducendo nel nostro codice - in analogia con quanto è avvenuto in Francia - un nuovo istituto, il PACS, cioè il patto civile di solidarietà)? Riconoscerle, indipendentemente dal fatto che i partner siano di sesso diverso o dello stesso sesso? Ammetterle all'adozione? Queste, ed altre domande, stanno crescendo nell'opinione pubblica italiana e diventeranno, con ogni probabilità, questioni non marginali nella prossima campagna elettorale. Di fughe in avanti, chiaramente volte a predisporre l'accettazione psicologico-sociale dell'"evento", ne percepiamo ormai molte. Alcuni Comuni italiani hanno già istituito pubblici registri per le coppie di conviventi (si è però prestata ben poca attenzione al fatto che, indipendentemente dall'irrilevanza giuridica di simili registri, le conseguenti registrazioni sono state numericamente irrisorie). A Roma, uno dei Municipi della capitale ha tentato (ma per ora il progetto è fallito) di fare lo stesso. Ma soprattutto è sul piano delle provocazioni che sembra che il dibattito si stia collocando:  è tipica la convocazione, in una centralissima piazza di Roma, di una manifestazione per "benedire laicamente" le unioni di fatto di personaggi, più o meno mediaticamente conosciuti, da parte di altri personaggi dotati di un carisma fornito loro dalla carica istituzionale di cui sono portatori (come può essere quello di cui gode un altissimo magistrato, che ha posto deplorevolmente tale carisma al servizio di una causa che non è istituzionalmente sua).

In una società democratica la battaglia delle idee non può che essere sempre benvenuta, perché della società democratica il dibattito e il confronto costituiscono l'essenza più preziosa. A condizione, però, che di dibattito e di confronto davvero si tratti. Quando invece al posto delle idee fioccano gli slogan; quando il ragionamento, soprattutto il ragionamento lucido e pacato, viene sostituito da cortei e da invettive; quando si operano assurdi corto-circuiti, appiattendo uno sull'altro clericalismo e difesa del matrimonio e chiamando a raccolta gli anticlericali, come se la lotta a favore del PACS sia una lotta per i diritti civili, oppressi dall'oscurantismo religioso, della democrazia e del suo spirito più autentico non ne rimane più nemmeno l'ombra. Siamo ancora in attesa di un argomento, di un solo argomento consistente, a favore del riconoscimento legale dei PACS. Un breve ragionamento, assolutamente laico, potrà convincerci di quanto appena detto.

Le coppie di fatto si dividono in due categorie:  quelle che non vogliono e quelle che non possono sposarsi. Delle prime, ragionando in linea di stretto principio, non solo è opportuno, ma è doveroso che il diritto non si occupi:  l'intenzione dei conviventi (apprezzabile o meno che sia sul piano strettamente morale) è proprio quella - pur potendolo fare - di non legarsi giuridicamente e non si vede proprio perché la legge dovrebbe far loro la "violenza" di considerarle comunque legate, sia pure attraverso un labile PACS, contro la loro volontà. Si osserva:  ma queste coppie escludono solo il matrimonio "tradizionale", non altre forme di riconoscimento giuridico; se chiedono l'istituzione del PACS è proprio perché vorrebbero usufruire di alcuni diritti (in genere di carattere economico), che non sono attualmente riconosciuti se non alle coppie sposate. Ma la ragione per la quale tali diritti non sono loro riconosciuti è che esse non hanno l'intenzione di assumere quei doveri che sono parte essenziale dell'istituto matrimoniale. Non si può, in buona sostanza, non valutare se non come parassitaria e quindi indebita l'intenzione di coloro che pretendono un riconoscimento pubblico della loro convivenza per ottenere diritti senza doveri. Peraltro, i giuristi ben sanno che praticamente tutti quei diritti al cui riconoscimento aspirano i partner di una unione di fatto possono essere attivati tramite il diritto volontario e senza alcuna necessità di introdurre nel codice nuovi istituti. Il testamento, ad es., esiste proprio per far sì che si possa trasmettere il proprio patrimonio a chi non avendo vincoli legali e/o familiari col testatore sarebbe escluso dalla successione legittima. La locazione della casa di comune residenza può essere stipulata congiuntamente dai due partner, in modo tale che al momento della morte dell'uno essa possa, senza alcuna difficoltà, proseguire a carico dell'altro. Non è vero, in altre parole, che ai conviventi vengano negati specifici diritti civili:  la differenza rispetto al matrimonio sta semplicemente qui, che quei diritti che la legge riconosce automaticamente alla coppia che contrae matrimonio (assieme a corrispondente numero di doveri) nel caso delle convivenze devono essere, per dir così, attivati dai conviventi stessi. Il che, oltre tutto, è particolarmente coerente col principio, tipicamente moderno, dell'autonomia della persona, un principio che viene costantemente rivendicato ed elogiato dalla cultura c.d. "laica" e che non si vede perché, solo nel caso delle convivenze, debba essere messo da parte.

Le coppie che non possono sposarsi si dividono a loro volta in due sotto-categorie. La prima è composta da coloro che non possono ancora sposarsi per impedimenti transitori di tipo in genere legale (ad es. per la minore età o perché uno dei partner è in attesa del divorzio, ecc.). Per queste coppie l'offerta del PACS è senza senso:  la stessa difficoltà, destinata a risolversi comunque da sola, che preclude loro le nozze precluderebbe loro anche il PACS. La seconda sotto-categoria è composta invece da quelle coppie che vorrebbero sì sposarsi, ma ritengono di non poterlo fare, per difficoltà economiche, e rimandano quindi, a volte sine die, il matrimonio. L'autentico modo di venire incontro ai bisogni sociali di queste coppie non è certo quello di offrire loro un "piccolo matrimonio" (secondo l'incisiva e ironica definizione del Card. Ruini), come è appunto il PACS, che non risolverebbe alcuna delle difficoltà in questione, ma quello di attivare quelle iniziative sociali a favore della famiglia, che oltre tutto sarebbero doverose già in base al dettato della nostra Costituzione.

Cosa resta dunque delle istanze sociali, che giustificherebbero l'introduzione in Italia del PACS? Sembra nulla di nulla. A meno che non si voglia vedere dietro la richiesta del PACS una richiesta profondamente diversa, quella di una prima forma di riconoscimento legale delle coppie omosessuali, che dovrebbe aprire la strada, in tempi ora come ora imprevedibili, ma che per alcuni dovrebbero essere brevi, ad una compiuta equiparazione al matrimonio tout court del matrimonio omosessuale. Che le cose stiano proprio così è fuor di dubbio, per le esplicite dichiarazioni fatte dai principali rappresentanti del movimento degli omosessuali e dai loro simpatizzanti.

L'onestà intellettuale vorrebbe allora che di questo e solo di questo si parlasse:  se cioè abbia una sua coerenza giuridica l'allargare l'istituto matrimoniale alle coppie omosessuali. Ma di fatto questo discorso viene sistematicamente eluso (pur venendo continuamente, ma indirettamente richiamato), perché nessuno è in grado di dare argomenti consistenti per dimostrare la necessità di alterare in modo così plateale e radicale quella struttura eterosessuale del matrimonio, che appartiene a tutte le culture e a tutta la storia da noi conosciuta.

È noto che ciò a cui aspirano le coppie omosessuali (peraltro nemmeno tutte, anzi solo una piccola parte di esse) è, prima ancora che il riconoscimento di diritti economici e sociali, un riconoscimento simbolico del loro rapporto. Ma il diritto non esiste per offrire riconoscimenti simbolici, bensì per dare risposte pubbliche ad esigenze sociali, che superano la mera dimensione privata dell'esistenza. Perché ad es. il diritto dà un riconoscimento pubblico al matrimonio e non all'amicizia? Perché l'amicizia, che pure attiva un vincolo, che può essere in alcuni casi esistenzialmente ancora più significativo di quello coniugale, non ha rilievo sociale, ma esclusivamente personale. Il matrimonio invece, fondando la famiglia, e garantendo l'ordine delle generazioni, ha un rilievo sociale del tutto caratteristico, che ne giustifica la giuridicizzazione.

La coppia omosessuale non crea famiglia:  lo impedisce la sua costitutiva sterilità. Come superare questa difficoltà, se non potenziando il carattere mimetico della coppia omosessuale rispetto a quella eterosessuale? Di qui, la pretesa, confusa, ma dotata di una certa qual coerenza, di ammettere le coppie omosessuali (e in specie quelle "sposate") all'adozione. Poco importa che la psicologia dell'età evolutiva insista nel sottolineare quanto sia rilevante l'esigenza per i bambini di possedere una doppia figura genitoriale, maschile e femminile:  di fronte all'ideologia, anche le argomentazioni della scienza vengono messe da parte.

Siamo tutti testimoni che si è aperta una partita decisiva, inimmaginabile fino a qualche decennio fa, che ha per oggetto la famiglia e attraverso la famiglia la stessa identità umana. La famiglia chiede di essere difesa; ma per difenderla non c'è bisogno di argomenti teologici o religiosi; bastano comuni argomenti umani, perché ciò che la famiglia tutela e promuove è innanzi tutto il bene umano. Chi ritiene che sia giunto il tempo per ripensare in modo assolutamente radicale la realtà della famiglia ha l'onere di provare fino in fondo le sue tesi eversive e di non darle per evidenti; ha il dovere di entrare in un dialogo serrato con chi è di diverso avviso; e soprattutto deve saper e voler rinunciare alle scorciatoie delle provocazioni e delle manifestazioni di piazza, che ben poco aiuto possono dare al confronto e al progresso delle idee. Sarebbe preoccupante se nell'Italia di oggi non ci fosse più uno spazio per un tale stile dialogico.

 

unità.jpgEdizione del 14 gennaio 2006 Pacs e 194, in piazza per scegliere in libertà» di  red.
Due manifestazioni due uno stesso diritto: la libertà. La libertà di scegliere e di vivere come si vuole. Le due manifestazioni di Roma e Milano affrontano temi importanti, che chiamano in causa sensibilità politiche e scelte di coscienza. Comunque a Milano sono attese a migliaia da tutta Italia le donne che manifesteranno in difesa della legge 194, «una legge che funziona» e della «libertà femminile all'origine della vita».

Almeno 60 pullman, alcuni treni speciali e poi molte delegazioni in arrivo dal sud in aereo, oltre a chi si muoverà autonomamente. Il sito Usciamo dal Silenzio ha registrato in poco più di un mese 18 mila contatti e una mailing list di oltre 2.500 persone. Susanna Camusso e Cristina Pecchioli della Cgil hanno aderito con entusiasmo, assieme a Lea Melandri, a cui si sono poi aggiunte Ottavia Piccolo e Lella Costa, Carmen Covito e Ornella Vanoni, e studentesse e lavoratrici precarie e moltissime altre donne più - e sopratutto meno - organizzate in movimenti. La manifestazione, che parte alle 14 da piazza Duca d'Aosta, è «gemellata» con quella per i diritti delle coppie di fatto, già programmata a Roma: in chiusura, i due palchi si collegheranno grazie al sostegno tecnico di Radio popolare.

A Roma «Tutti in pacs» avrà inizio a partire dalle 14,30 in piazza Farnese: le coppie che si uniranno simbolicamente sono confermate. Ottavia Piccolo da Milano e Lella Costa da Roma racconteranno il clima nelle due manifestazioni. «Un filo diretto che mette assieme due piazze per la libertà - dice Alessandro Zan, responsabile nazionale campagna Pacs - non si può mediare sui diritti civili, sulle libertà personali delle donne, degli omosessuali e di tutti i cittadini».

«Domani ci saranno solo alcune coppie che dicono dal palco di volersi bene. Sono quindi rimasto un pò sorpreso della telefonata di Prodi anche perchè la manifestazione è a sostegno della parte del programma dell'Unione che fa riferimento alle unioni civili», afferma Franco Grillini. E se il presidente dei deputati Ds Luciano Violante chiede di «sgombrare il campo da equivoci e dispute nominalistiche» poichè «in Parlamento è già depositata una proposta di legge moderna e adeguata all'esigenza del riconoscimento e della regolamentazione delle unioni civili, sulla quale converge non solo il centrosinistra ma anche significative componenti politiche in dissenso con le posizioni più conservatrici e retrograde prevalenti nella attuale maggioranza di governo», per il capogruppo della Margherita Pierluigi Castagnetti quello delle unioni di fatto è «un problema molto serio», e va «affrontato non con provocazioni o con atteggiamenti spettacolari». Per il responsabile diritti civili Ds Luigi Manconi, i Pacs sono coerenti con la formulazione dell'impegno, già previsto dal programma dell'Unione, per il riconoscimento delle unioni di fatto: i Ds quindi saranno in piazza «con convinzione». Così come i comunisti italiani. Bertinotti sostiene che i Pacs «sono già nel programma dell'Unione, e dovranno entrare nel programma del governo». Ma Clemente Mastella, segretario dei Popolari-Udeur, dice che se Prodi è amareggiato, lui è «incavolato». Opposto il giudizio della Rosa nel pugno: per Enrico Boselli, con tutto il rispetto per Prodi e le sue «coerenti scelte da cattolico liberale», sulla manifestazione pro Pacs sono stati dati «giudizi avventati»; e per Daniele Capezzone i Pacs sono «una questione assolutamente irrinunciabile».

E accanto al «noi non ci saremo» delle donne della Margherita di Milano e Monza che non si uniranno al corteo in difesa della legge 194, c’è a Roma il gesto di Luca Nitiffi, capogruppo in Campidoglio della Margherita, che annuncia la sua iscrizione all’Arcigay in segno di solidarietà nella battaglia per i Pacs. Intanto l’Osservatore romano definisce una «provocazione» l’iniziativa di Roma. Ma il movimento omosessuale vuole «uscire dal clima di scontro» e propone alla chiesa cattolica - e alle altre religioni - l'avvio di un «confronto aperto» sul rapporto tra religione ed omosessualità: infatti «nessuno vuole scardinare il matrimonio» anzi il riconoscimento delle unioni di fatto «migliorerà i rapporti familiari perchè aumenterà le tutele».

 

corriere 1.gifEdizione del 4 gennaio 2006 Cinque italiani rapiti per una faida automobilistica tra sceicchi

Milano. I cinque italiani rapiti nello Y emen neppure im maginanocheillororapimentosianatodaunbanaledebi- tononpagato,alqualehannofattoseguitosgarritribalie omicidi mirati. T utto ebbe inizio nel 2001, quando il cari- smatico sceicco Saleh Abbad al Zaidy accettò di vendere un’automobileaunaltrocapotribale,AbdulW alialGhieri.

priledel2003teseunagguatoaldebitorenellestradedella capitale e sequestrò la macchina mai pagata. Secondo Has- sanalZainy ,membrodelclanegiornalistayemenitavicino ai rapitori degli italiani “lo sceicco telefonò al ministro de- gli Interni per avvisarlo che si era preso la macchina del de bitore.Pocheoredopofuucciso”.

Il prezzo pattuito era di 80 mila rial, la moneta saudita, poco più di 18mila euro. Al Zaidy era un ex brigadiere generale leaderdiunatribùchehalasuaroccafortenellaprovincia di Ma’rib, a est della capitale, dove sono tenuti in ostaggio gli italiani.Nondisdegnavalapoliticaefacevapartedelconsi- glio provinciale. Era famoso per l’amicizia con l’Iraq di Sad- dam Hussein e aveva la tessera del partito Baath yemenita, di ispirazione socialista, come quello del rais. Nel 1991 al Zaidyfuaddiritturafraifondatoridell’organizzazioneOma alMarek,“lamadredituttelebattaglie”,chedifendeva apertamenteSaddamelasuainvasionedelKuwait.

Nel 2001 lo sceicco al Ghieri, con buoni addentellati nel ministero degli Interni dello Y emen, non volle pagare il prez- zo pattuito per l’automobile vendutagli dal capo clan. Il cre- ditore cominciò a reclamare il suo credito per le normali vie legali. Stufo delle lentezze giudiziarie, a due anni dall’inizio delcontenzioso,decisediagireallavecchiamaniera,non tanto per i soldi, quanto per salvare l’onore. Alla fine dell’a-

AlGhieri,chesieravistosoffiarelamacchinasottoilna- so, aveva subito mobilitato le sue amicizie nelle forze di si- curezza. Il risultato fu che membri del ministero degli Inter- ni,assiemeauominidialGhieri,fermaronoilgeneralesul- la strada per l’aeroporto. Nello Y emen tutti girano armati: nellasparatoriacheneseguìalZaidyfuucciso,ealtrifami- liari che gli facevano da guardie del corpo rimasero grave- menteferiti.Latribùsiriunìd’urgenzaperemettereunco- municato in cui si parlava di complotto politico e si intima- vaalgovernodiarrestareiresponsabili“dellabarbaraese- cuzione”, altrimenti i membri del clan avrebbero proceduto

“con i loro metodi”. Secondo la legge del taglione. La deli- catezzadelcasospinselostessopresidenteyemenita,Alì Abdullah Saleh, a scendere in campo secondo gli antichi co- stumi tribali. Il padre-padrone del paese fece pagare un one- roso“prezzodelsangue”perlavittimaeiferitidelclan Zaidy di 15 milioni di Rial, oltre 64 mila euro. Era una forma di compensazione che avrebbe dovuto chiudere la vicenda

Zaidy, il figlio dello sceicco ucciso che aveva ricevuto i soldi, è stato estradato dagli Emirati Arabi Uniti dove si era pru- dentemente recato. Non solo: le autorità yemenite hanno ar- restato altri sette membri del clan come elemento di pres- sione per farsi consegnare dalla tribù, secondo le antiche usanze,gliassassinimaterialidialGhieri.“Sonostatipresi inostaggiodalgovernopursapendochenonavevanoparte- cipato all’omicidio”, spiega il giornalista al Zaid y . I cinque fermati, con il tempo, sono stati sostituiti da altri membri del clan, che a pagamento, per la misera cifra di mille dollari, si sonoofferticomeostaggivolontari.

La penosa situazione si è trascinata fino alle vacanze di Natale, quando sono arrivati i turisti, attratti dalle zone più insicure dello Y emen. “Come tribù condanniamo i sequestri, ma bisogna capire perché sono stati presi gli italiani spie- ga Hassan al Zaydi  – I rapitori chiedono solo uno scambio di ostaggi, quelli del clan, in mano al governo, per i vostri con- nazionali. Potrebbero essere accontentati con facilità”.

 

il foglio.gifEdizione del 4 gennaio 2006

Cinque italiani rapiti per una faida automobilistica tra sceicchi

Milano. I cinque italiani rapiti nello Y emen neppure im maginanocheillororapimentosianatodaunbanaledebi- tononpagato,alqualehannofattoseguitosgarritribalie omicidi mirati. T utto ebbe inizio nel 2001, quando il cari- smatico sceicco Saleh Abbad al Zaidy accettò di vendere un’automobileaunaltrocapotribale,AbdulW alialGhieri.

priledel2003teseunagguatoaldebitorenellestradedella capitale e sequestrò la macchina mai pagata. Secondo Has- sanalZainy ,membrodelclanegiornalistayemenitavicino ai rapitori degli italiani “lo sceicco telefonò al ministro de- gli Interni per avvisarlo che si era preso la macchina del de bitore.Pocheoredopofuucciso”.

Il prezzo pattuito era di 80 mila rial, la moneta saudita, poco più di 18mila euro. Al Zaidy era un ex brigadiere generale leaderdiunatribùchehalasuaroccafortenellaprovincia di Ma’rib, a est della capitale, dove sono tenuti in ostaggio gli italiani.Nondisdegnavalapoliticaefacevapartedelconsi- glio provinciale. Era famoso per l’amicizia con l’Iraq di Sad- dam Hussein e aveva la tessera del partito Baath yemenita, di ispirazione socialista, come quello del rais. Nel 1991 al Zaidyfuaddiritturafraifondatoridell’organizzazioneOma alMarek,“lamadredituttelebattaglie”,chedifendeva apertamenteSaddamelasuainvasionedelKuwait.

Nel 2001 lo sceicco al Ghieri, con buoni addentellati nel ministero degli Interni dello Y emen, non volle pagare il prez- zo pattuito per l’automobile vendutagli dal capo clan. Il cre- ditore cominciò a reclamare il suo credito per le normali vie legali. Stufo delle lentezze giudiziarie, a due anni dall’inizio delcontenzioso,decisediagireallavecchiamaniera,non tanto per i soldi, quanto per salvare l’onore. Alla fine dell’a-

AlGhieri,chesieravistosoffiarelamacchinasottoilna- so, aveva subito mobilitato le sue amicizie nelle forze di si- curezza. Il risultato fu che membri del ministero degli Inter- ni,assiemeauominidialGhieri,fermaronoilgeneralesul- la strada per l’aeroporto. Nello Y emen tutti girano armati: nellasparatoriacheneseguìalZaidyfuucciso,ealtrifami- liari che gli facevano da guardie del corpo rimasero grave- menteferiti.Latribùsiriunìd’urgenzaperemettereunco- municato in cui si parlava di complotto politico e si intima- vaalgovernodiarrestareiresponsabili“dellabarbaraese- cuzione”, altrimenti i membri del clan avrebbero proceduto

“con i loro metodi”. Secondo la legge del taglione. La deli- catezzadelcasospinselostessopresidenteyemenita,Alì Abdullah Saleh, a scendere in campo secondo gli antichi co- stumi tribali. Il padre-padrone del paese fece pagare un one- roso“prezzodelsangue”perlavittimaeiferitidelclan Zaidy di 15 milioni di Rial, oltre 64 mila euro. Era una forma di compensazione che avrebbe dovuto chiudere la vicenda

Zaidy, il figlio dello sceicco ucciso che aveva ricevuto i soldi, è stato estradato dagli Emirati Arabi Uniti dove si era pru- dentemente recato. Non solo: le autorità yemenite hanno ar- restato altri sette membri del clan come elemento di pres- sione per farsi consegnare dalla tribù, secondo le antiche usanze,gliassassinimaterialidialGhieri.“Sonostatipresi inostaggiodalgovernopursapendochenonavevanoparte- cipato all’omicidio”, spiega il giornalista al Zaid y . I cinque fermati, con il tempo, sono stati sostituiti da altri membri del clan, che a pagamento, per la misera cifra di mille dollari, si sonoofferticomeostaggivolontari.

La penosa situazione si è trascinata fino alle vacanze di Natale, quando sono arrivati i turisti, attratti dalle zone più insicure dello Y emen. “Come tribù condanniamo i sequestri, ma bisogna capire perché sono stati presi gli italiani spie- ga Hassan al Zaydi  – I rapitori chiedono solo uno scambio di ostaggi, quelli del clan, in mano al governo, per i vostri con- nazionali. Potrebbero essere accontentati con facilità”.

 

il giornale.gifIntegralismo nucleare di CARLO PELANDA

La minaccia iraniana è grave e ci costringe con urgenza a capire cosa esattamente ne determinerà il peggioramento o il contenimento.

Teheran vuole diventare una potenza nucleare per prendere il dominio sia regionale sia simbolico, globale, nell’area islamica. Ma, per il momento, non al prezzo di essere dichiarata un paria internazionale. Se ciò avvenisse, infatti, diventerebbe bersaglio di ritorsioni legittimate dall’Onu. E i capi del regime non sono sicuri di poter resistere ad una tale pressione, anche perché divisi tra loro in una società molto variata che contiene sia una borghesia modernizzante sia una parte ispirata dallo spiritualismo sciita, per altro frammentata tra moderati ed estremisti. Gli embarghi economici, che di solito non funzionano, nel caso dell’Iran potrebbero avere effetto destabilizzante perché la sua economia è sufficientemente complessa e dipendente dal commercio internazionale per diventare vulnerabile a restrizioni. Impoverirebbero oltre misura la componente modernizzante incentivandola alla rivolta o comunque peggiorerebbero le condizioni del consenso pur scontando un effetto di mobilitazione nazionalista. Ora in Iran prevalgono le fazioni estremiste, ma non in modo così consolidato da farne sopravvivere il potere di fronte a competitori o insurrezioni che potrebbero cogliere l’opportunità di una crisi. In tale contesto il regime iraniano può trovare il compromesso interno solo su una linea: farsi le bombe atomiche, ma riuscendo a dividere americani ed europei in modo tale che non convergano per legittimare ritorsioni militari od economiche pesanti con ombrello Onu. Senza di questo, con la sola America e pochi altri ingaggiati, non solo la pressione sarebbe debole, ma farebbe un favore agli estremisti iraniani e darebbe loro la scusa per prevalere sui moderati.

E ciò spiega il significato principale veicolato da Manucheher Mottaki, ministro degli Esteri iraniano, agli europei: non mettetevi con gli americani, accordiamoci. Prima di tutto in sede di Aiea che è l’organo internazionale di regolazione dei programmi nucleari nazionali. La strategia di Teheran è quella di mantenerne bloccato il potere di sanzione frammentando europei ed americani mentre accelera la costruzione del proprio potenziale nucleare. È un piano raffinato che conta, più che sulla ricattabilità degli interessi di alcuni Stati europei in Iran, sulla presenza di forti correnti antiamericane nella sinistra europea. Cioè sul fatto che la risposta dura americana troverà dissensi forti in Europa. È lo stesso modello d’azione su cui hanno scommesso Saddam ed Osama Bin Laden e che ha costretto gli americani a rischiare l’illegittimità per salvaguardare le credibilità di un «Occidente ordinatore».

La strategia iraniana, semplificando, non è dissimile. E rende chiara la contromossa: compattarci, dimostrare determinazione e così convincere Teheran che il costo sarà superiore al beneficio in modo da rafforzare le argomentazioni delle correnti moderate nel regime iraniano. Tale mossa ha una buona probabilità di almeno congelare lo scenario. Se, invece, europei ed americani non saranno coesi, allora gli iraniani tenteranno l’opzione più rischiosa. E dovrà tentarla anche Washington per evitare che Israele, disperata, attui una difesa preventiva che innescherebbe un incendio incontrollabile nell’intera regione.

Il punto di questa analisi è semplice: l’unità dell’Occidente è l’unica formula realistica per contenere la minaccia iraniana e sperare di risolvere il caso per via negoziale rafforzata dalla credibilità dissuasiva. L’Italia, per la sua posizione condizionante nell’Unione Europea, è rilevantissima in questo scacchiere. La buona notizia è che il nostro governo è sulla giusta linea. Il silenzio da sinistra, invece, fa temere che questa non lo sia. Quindi non è retorica chiedere a Prodi, Rutelli, Bertinotti e Fassino di dire chiaramente e congiuntamente se favoriranno la convergenza euroamericana o la saboteranno. Gli elettori hanno il diritto di sapere se la sinistra sarà parte del problema o della soluzione e riportare tale dato alla valutazione della loro sicurezza.


 

Prodi cerca di nascondere i Pacs Ma oggi la sinistra litiga in piazza di Francesca Angeli

Il Professore ribattezza «unioni civili» i patti di solidarietà, ma non basta. Sul corteo l’ira di Mastella e Fioroni (Dl) 

I gay si uniscono in piazza e l’Unione divorzia. Romano Prodi pensava di superare le difficoltà interne al centrosinistra rinunciando non alla sostanza, dare alle coppie omosessuali gli stessi diritti di quelle etero, ma soltanto alla forma, cambiando un paio di vocaboli. E dunque invece di Patti civili di solidarietà, Pacs, ha inserito nel programma la definizione Unioni civili sperando così di accontentare un po’ tutti: dal cattolico Clemente Mastella all’episcopale Francesco Rutelli fino all’ex presidente dell’Arcigay, Franco Grillini.

Ma il gioco di prestigio non ha funzionato: non si possono inserire i Pacs nel programma e poi rammaricarsi se chi li chiede da anni promuove una manifestazione pubblica per rivendicare tale affermazione di diritti. E così quella di oggi si prospetta come una giornata di passione per il leader di un’Unione che in realtà non è mai apparsa tanto frantumata. La manifestazione che si terrà a Roma promossa da molte associazioni, omosessuali e no, mette a nudo tutte le contraddizioni dell’alleanza di centrosinistra rischiando di vanificare gli sforzi di Prodi per tenerla unita. Il Professore infatti l’altra sera ha chiamato Grillini per manifestare la sua amarezza di fronte a questa iniziativa che teme possa apparire come una provocazione gratuita.

Dal Vaticano piovono gli strali di Papa Ratzinger sui temi dell’aborto, della pillola e, per l’appunto, delle unioni gay oltretutto lanciati proprio in occasione dell’udienza concessa dal Pontefice al sindaco Walter Veltroni, al presidente della Regione, Piero Marrazzo e a quello della Provincia, Enrico Gasbarra. Di certo la componente cattolica del centrosinistra, che già mastica amaro per l’inserimento delle unioni civili nel programma, non sentiva proprio il bisogno di una manifestazione di piazza durante la quale un magistrato di Cassazione, Giovanni Palombarini, pure diffidato dal Guardasigilli, officia unioni tra persone dello stesso sesso anche se in modo puramente simbolico. E la sua presenza è stata criticata anche dal vicepresidente del Csm, Virginio Rognoni: «Credo che un atteggiamento di maggior sobrietà e misura sarebbe più conveniente. Ognuno può fare quello che vuole ma a me questo non piace perché è una posizione molto esposta».

Oltretutto a Milano in contemporanea la sinistra sfilerà in difesa della 194 e per chiedere la distribuzione libera della RU486, la cosiddetta pillola abortiva, altro tema che provoca tensione dentro l’Unione. Eventi che rischiano di vanificare il faticoso lavoro di collage di Prodi.

E così lungo tutta la giornata di ieri è andato avanti un estenuante botta e risposta interno al centrosinistra dentro al quale Prodi si è ben guardato dal tuffarsi.

Il primo a parlare è proprio il diessino Grillini, destinatario della telefonata di Prodi che si confessa sorpreso per l’amarezza del Professore. «Ho spiegato a Prodi che la nostra sarà una manifestazione assolutamente sobria e tranquilla - dice Grillini -. La proposta di legge della quale io sono firmatario è la più moderata d’Europa, francamente non ci si può chiedere di più». Mentre in molti Paesi d’Europa oramai gli omosessuali possono sposarsi ed adottare bambini, dice in sostanza Grillini, noi ci accontentiamo di molto meno. Dunque, aggiunge l’ex presidente di Arcigay, «occorre considerare la manifestazione non come un problema ma come una risorsa per tutta l’Unione». Grillini infine sottolinea che «la Chiesa può dire quello che vuole, ma lo Stato, quando legifera, ha diritto di ignorare quello che dice il Papa» ricordando che «nella costituzione europea, condivisa dallo stesso Prodi, si dice che ogni cittadino ha diritto a farsi una famiglia».

Schierato al fianco di Grillini in questa battaglia Daniele Capezzone, segretario dei Radicali. «Mi spiace per l’amarezza manifestata da Romano Prodi, ma quella dei Pacs è una questione assolutamente irrinunciabile - dice - sulla quale lo stesso Prodi ha pronunciato nelle settimane passate parole importanti e positive». Poi il presidente dei socialisti dello Sdi, Enrico Boselli, che «con tutto il rispetto per Prodi» definisce i giudizi del Professore «avventati» e osserva che «sull’Italia grava ancora una sorta di padrinaggio politico del Vaticano», esorta il Paese a uscire dalla «controriforma». Il leader di Rifondazione, Fausto Bertinotti si limita a ricordare a Prodi che «i Pacs sono già nel programma dell’Unione, già scritto e concordato da tutti» e che oltretutto «lo stesso Prodi ne aveva parlato ripetutamente». Dunque non si comprende la sua reazione di fronte alla manifestazione, che si limita a festeggiare simbolicamente in anticipo quanto verrà attuato dal governo se a Palazzo Chigi andasse l’Unione.

Ma se Prodi si dice semplicemente amareggiato dentro l’Unione c’è anche chi si definisce chiaramente «incavolato» ovvero il leader Udeur, Clemente Mastella. «Se Prodi è amareggiato, io non posso non dire che sono incavolato. Sono completamente in dissenso sul piano politico e civile - attacca Mastella -. Spero peraltro che non incida negativamente sui flussi di consenso elettorale». Lo stesso timore coltivato da Giuseppe Fioroni della Margherita. «Su questi argomenti abbiamo già perso un referendum - dice Fioroni - non vorrei che ci perdessimo pure le elezioni».

 

«No alle confuse pretese sulle nozze gay»

di ANDREA TORNIELLI Il Vaticano critica l’atteggiamento degli omosessuali che rivendicano il diritto a un riconoscimento pubblico

 

Giovedì scorso, ricevendo gli amministratori di Roma e del Lazio, Benedetto XVI aveva detto senza mezze misure che «è un grave errore oscurare il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio, attribuendo ad altre forme di unione impropri riconoscimenti giuridici, dei quali non vi è, in realtà, alcuna effettiva esigenza sociale». E ieri, alla vigilia della manifestazione in favore dei Pacs, è sceso in campo il quotidiano della Santa Sede, che definisce «confuse pretese» quelle degli omosessuali che rivendicano il diritto a un riconoscimento pubblico della loro unione.

L’articolo dell’Osservatore Romano è firmato da Francesco D’Agostino, presidente dell’Unione giuristi italiani. Lo studioso scrive che «è sul piano delle provocazioni che sembra che il dibattito si stia collocando: è tipica la convocazione, in una centralissima piazza di Roma, di una manifestazione per “benedire laicamente” le unioni di fatto di personaggi più o meno mediaticamente conosciuti...». D’Agostino si dice «ancora in attesa di un argomento consistente, a favore del riconoscimento legale dei Pacs», perché, sostiene, finora sono fioccati solo «slogan, cortei e invettive», «assurdi corto-circuiti». Delle coppie di fatto che non vogliono sposarsi «è doveroso che il diritto non si occupi», si legge nell’articolo pubblicato sull’Osservatore Romano: «Esse non hanno l’intenzione di assumere quei doveri che sono parte essenziale dell’istituto matrimoniale» e «peraltro i giuristi ben sanno che praticamente tutti quei diritti al cui riconoscimento aspirano i partner di una unione di fatto possono essere attivati tramite il diritto volontario e senza alcuna necessità di introdurre nel codice nuovi istituti». Ma, secondo D’Agostino, anche per le coppie gay, che non possono sposarsi, «l’offerta dei Pacs è senza senso».

«Che cosa resta dunque delle istanze sociali che giustificherebbero l’introduzione in Italia dei Pacs?», si chiede il giurista nell’articolo pubblicato sul quotidiano vaticano, dicendosi certo subito dopo che la richiesta ne nasconda un’altra «profondamente diversa, quella di una prima forma di riconoscimento legale delle coppie omosessuali, che dovrebbe aprire la strada, in tempi ora come ora imprevedibili, ma che per alcuni dovrebbero essere brevi, ad una compiuta equiparazione al matrimonio tout court del matrimonio omosessuale».

D’Agostino si dice certo che «si è aperta una partita decisiva: la famiglia chiede di essere difesa; ma per difenderla non c’è bisogno di argomenti sociologici o religiosi; bastano comuni argomenti umani, perché ciò che la famiglia tutela e promuove è innanzitutto il bene umano».

L’argomento delle unioni di fatto è stato toccato ieri anche dall’arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, nella lezione magistrale di apertura del corso di formazione «all’impegno sociale e politico» dell’Istituto «Veritatis Splendor». Caffarra ha detto che lo Stato deve favorire gli stili di vita che «creano e custodiscono valori sociali». L’arcivescovo ha spiegato che «una coppia omosessuale non può essere messa sullo stesso piano e definita famiglia allo stesso modo del matrimonio. Non si tratta di privare ciascuno del diritto di vivere come vuole (purché non violi il codice penale), ma di sapere, di interrogarsi se una totale neutralità dello Stato alla fine non dilapidi il suo (dello Stato) necessario ordine normativo ed i capitali sociali indispensabili». «In questo - ha concluso Caffarra - il relativismo etico soprattutto, ma anche l’agnosticismo etico non è una base consistente per una giusta convivenza umana».

 

 

 

 
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ID: 8878 Viva Nerone
04/04/2007 15.40
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