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Yemen + Alì Agca

   Questa rubrica - ancora in fase di allestimento - approfondisce il tema o la notizia che abbiamo ritenuto essere tra le più importanti della settimana, a livello nazionale.

   Queste vengono scelte tra le pagine dei quotidiani italiani di maggiore diffusione e messe a confronto.

   Gli articoli proposti sono riportati con tutte le indicazioni idonee per permettervi una loro ponderata consultazione. Le stelline, come ormai prassi, indicheranno l’autorevolezza di un pezzo. (Da leggere ê Da non perdere êêDa conservare êêê)

   Anche in questo spazio saranno apprezzati i commenti e le analisi dei lettori.

   

L’argomento da approfondire questa settimana è:

Yemen e turisti italiani ed Ali Agca

corriere 1.gif Date ad Agca quel che è di Agca

da Corriere della Sera del 9 gennaio 2006, pag. 2 di Vittorio Messori

C’è un equivoco irritante in certo attuale buonismo cattolico. Quello che sta nel sottofondo anche dei telereporter che, a cadavere caldo, mettono un microfono davanti alla bocca dei parenti delle vittime dei delitti più efferati chiedendo, soavi: «Ha perdonato?». L’equivoco nasce da un vangelo non più letto ma orecchiato; o riletto secondo le categorie retoriche e irrealistiche (dunque, disumane) del «teologicamente corretto». Nel vangelo, quello vero, è annunciato che, nell’Ultimo Giudizio, Gesù riconoscerà ai predestinati al paradiso una buona opera fra le altre: «Ero carcerato e sei venuto a visitarmi». A «visitarmi», si badi. Non a «liberarmi». La liberazione che il cristiano può portare è morale, nasce dal rinnegamento del peccato da parte del colpevole, dal suo pentimento sincero e dal conseguente perdono. Il perdono del Cristo, però, non quello degli uomini, alla cui giustizia il pensiero cristiano non si è mai opposto, purché sia legittima ed equa. Nelle carceri la Chiesa ha inviato e invia cappellani per l’assistenza spirituale; non infiltra fabbri, per duplicare le chiavi che aprano cancelli e inferriate. Diffonde vangeli, non manuali per l’evasione.

  In effetti, per venire al caso di oggi, la Santa Sede, pur Stato sovrano nel cui territorio era avvenuto il crimine di Ali Agca, non ha esitato a consegnare l’attentatore alla giustizia italiana. A essa ha dato fiducia e non è intervenuta in alcun modo, con buonismi sentimentali, appunto, per intralciarne il lavoro o per chiedere mitigazioni di pena. La vittima, dal suo letto al Gemelli, senza retoriche, ma con la sincerità e la spontaneità che le erano proprie, ha detto di avere, personalmente, perdonato. Ma non ha preteso che facessero altrettanto le altre persone ferite dalle pallottole del turco. Soprattutto, Giovanni Paolo II non ha auspicato che i giudici fossero clementi e che i giudici della Corte perdonassero anch’essi: dare a Cesare quel che è di Cesare significa pure lasciargli l’amministrazione della giustizia terrena. Quella finale, infallibile perché celeste, compete a un Altro.

  Solo dopo che la sentenza del tribunale italiano era stata emanata, Papa Wojtyla si è recato nel carcere dove scontava la pena colui che aveva cercato di ucciderlo. Come da imperativo evangelico, ha visitato il detenuto, gli ha stretto affettuosamente le mani che avevano impugnato la pistola, ma non ha chiesto trattamenti di favore, sconti di pena o, addirittura, la pronta scarcerazione. Quando il governo italiano accettò la richiesta della Turchia di trasferire Agca in un suo carcere, molti temettero il peggio per lui. Le carceri ottomane, in effetti, hanno fama ancor peggiore di quelle italiane, in ogni caso non sono luoghi di soggiorno e cura e le autorità turche avevano vecchi conti da regolare con il killer. Eppure, neppure allora vi è stata alcuna interferenza vaticana, si lasciò che le cose del mondo seguissero le regole e i tempi del mondo.

  Adesso la sorpresa che, in qualche modo, rovescia le previsioni: da quel che pare (anche se, da quelle parti, le sorprese sono sempre possibili), Ali Agca sarà scarcerato. Che avrebbe detto, come avrebbe reagito, mi si chiede, Giovanni Paolo II? Domanda, ovviamente, impossibile, comunque rischiosa: poveri uomini come siamo, come metterci nei panni di un Pontefice del quale le folle hanno chiesto la canonizzazione più spedita possibile? C’è comunque, nei santi, una logica che permette, forse, di azzardare una risposta. Crediamo, dunque, che Papa Wojtyla non solo avrebbe rispettato, ancora una volta, la decisione dei magistrati, ma ne sarebbe stato, sinceramente, felice. Felice perché c’era, in lui, una straordinaria fiducia nella vita, perché credeva sino in fondo, da cristiano vero, che cambiare in meglio è possibile, per tutti. Perché sapeva che occorre «purificare la memoria» (non lo ha chiesto anche alla Chiesa intera?) per liberarsi del passato, per poi «protendersi in avanti», come esorta san Paolo, senza carichi oppressivi sulle spalle. Ricominciare da capo, aprirsi al futuro, consapevoli che in ciascuno di noi si annida l’assassino ma anche il santo potenziale. Per fare emergere questo (si può essere «santi» anche seguendo la propria fede islamica), sospettiamo che (con discrezione, attraverso quella Nunziatura ad Ankara che fu retta da tal Angelo Roncalli) Giovanni Paolo II avrebbe offerto ad Agca il proprio sostegno concreto. Un aiuto nella ricerca di un lavoro, un po’ di denaro, un appoggio psicologico: tutte le cose di cui ha bisogno un reduce dalle galere, dopo un quarto di secolo nel buio di una cella. Nessuno ne avrebbe mai saputo nulla: e proprio per questo, crediamo, Papa Wojtyla lo avrebbe fatto. Per lui, quell’uomo al di sotto dei cinquant’anni, ancora sano e integro, era un figlio bisognoso di solidarietà, uno che aveva pagato il conto stabilito per lui dalla giustizia umana e che era pronto a vivere. Andava aiutato: a dimenticare, a riprendere il cammino, a lottare per non ricadere nel male, a credere in una vita terrena che si apre, alla fine, su quella eterna.

   Credo, con umiltà, di non sbagliarmi. C’era, in Giovanni Paolo II, il Pontefice che, come ogni suo predecessore, sapeva che agli uomini tocca la giustizia umana e che questa va rispettata, nella doverosa divisione dei ruoli. Ma «Papa» vuol dire «padre»: e anche di questa paternità affettuosa, fattiva, larga quanto il mondo Karol Wojtyla era consapevole sino in fondo. Non è forse per questo che tanti, nel mondo, tanto lo hanno amato?

 

il giornale.gif Yemen, le mire di al Qaeda sul banditismo

da Il Giornale del 5 gennaio 2006, pag. 10 di Massimo Introvigne

La drammatica vicenda degli ostaggi italiani nello Yemen è un ennesimo capitolo della guerra dichiarata dall'ultrafondamentalismo islamico all'Occidente o un semplice episodio di banditismo? Le stesse fonti yemenite danno risposte contraddittorie.

Lo Yemen è stato diviso fino al 1991 in due Stati. Lo Yemen del Nord, resosi indipendente dall'Impero Ottomano di fatto già dal 1904, è stato controllato dagli imam dello zaydismo (una branca dissidente dell'islam sciita, con elementi che la riavvicinano ai sunniti) come autorità insieme politiche e religiose fino al 1962 quando un colpo di Stato ispirato da Nasser ha proclamato la repubblica e detronizzato l'ultimo imam. Sono seguiti otto anni di sanguinosa guerra civile e a una serie di colpi di Stato, fino a quando nel 1978 l'Esercito ha nominato presidente Ali Abdallah Salih, un fervente zaydita che ha promosso una riconciliazione nazionale e instaurato elementi di democrazia, e che è al potere ancora oggi.

Lo Yemen del Sud, in maggioranza sunnita, è stata una colonia della Gran Bretagna (che ha fatto di Aden uno dei più importanti porti del mondo) fino al 1967, quando la decolonizzazione anticipata dalle rivolte dei portuali, in gran parte comunisti, ha trasformato la ex colonia nell'unico regime marxista del mondo arabo. Con la caduta dell'Unione Sovietica nel 1991, anche lo Yemen del Sud è crollato - senza violenza - e si è riunificato al Nord. Alcuni leader comunisti sono andati in esilio, ma la maggior parte è entrata nel gioco democratico nel nuovo partito socialista (Ysp) che insieme al partito Islah, ispirato dal fondamentalismo dei Fratelli musulmani, compete con il Partito del congresso di Salih in elezioni politiche condotte con moderati brogli. Le coalizioni Congresso-Islah (non più necessarie dopo le elezioni del 2003, che permettono al Congresso di governare da solo) hanno però tenuto lontani dal potere i rappresentanti del Sud (la zona più povera), dove è nato un movimento separatista che nel 1994 ha perfino trascinato per qualche mese il paese in una guerra civile. Sulle tensioni fra Nord e Sud, fra tribù rivali da secoli e fra sunniti e zayditi si sono innestate negli anni 1990 Al Qaida (con cui sono in contatto l'Armata islamica di Aden-Abyan, ridotta a pochi elementi, e il Jihad islamico yemenita), la criminalità organizzata internazionale e l'Iran, che ha ispirato un vigoroso movimento di risveglio zaydita nel Nord e un movimento, al-Shabab al-Mu'mim, che nel 2005 ha scatenato una vera e propria rivolta armata.

L'industria del sequestro di persona ha ormai superato il petrolio come prima attività economica del Paese. Migliaia di yemeniti sono stati sequestrati e liberati negli ultimi anni nel silenzio della stampa internazionale, che si è occupata solo dei casi che hanno coinvolto circa duecento stranieri. L'Anonima sequestri yemenita opera a fini di lucro, sembra godere di coperture nella stessa polizia, ed è legata a una criminalità organizzata che tuttavia gioca sul risentimento delle tribù e delle aree geografiche meno rappresentate nel governo e nel potere. Soltanto in rare occasioni la criminalità ha giocato di sponda con gli estremisti sunniti di Al Qaida (quelli zayditi almeno in teoria condannano i sequestri). Queste occasioni potrebbero tuttavia diventare più frequenti se episodi come quello di questi giorni inducessero il governo di Salih ad arrestare il processo di democratizzazione, su cui giustamente insistono gli Stati Uniti.

 

il riformista.jpg Lo Yemen, terra di vendetta e cammelli

Diplo. Uno sguardo allo stato dove sono stati sequestrati i cinque turisti italiani.. Il presidente Saleh guida il paese dal 1978 combattendo il terrorismo ma in molte aree vigono solo leggi tribali da Il Riformista del 4 gennaio 2006, pag. 6

Mentre andiamo in macchina l'angosciosa vicenda degli ostaggi italiani nello Yemen non si è ancora conclusa. Di questo buco nero del mondo arabo, di cui abbiamo notizia solo per episodi di sequestro o terrorismo (vedi gli attacchi nei porti di Aden o di al-Mukalla nell'Hadramawt), sappiamo solo che in queste ore si è consumata una lunga trattativa che ha visto un certo irrigidimento delle autorità yemenite, favorevoli a risolvere la vicenda col pugno duro. Del resto, come ricorda Pier Vittorio Buffa nel suo reportage su Limes, «. . la stabilità, oggi, nello Yemen, ha un nome e un cognome, quelli del “presidente", come tutti chiamano Ali Abdallah Saleh, alla guida del paese dal 1978, quando gli Yemen erano due e lui comandava al Nord». Il personaggio è di quelli tutti d'un pezzo che ha fatto la sua scommessa di longevità politica anche sull'impegno della guerra al terrore (calderone che si alimenta anche con i sequestri dei turisti) post 11 settembre. «D'inverno il presidente vive e lavora ad Aden, in un palazzo bianco su uno sperone di roccia che domina la baia. Si entra da lui - ricorda Buffa - senza macchine fotografiche, registratori, borse. Indossa un abito di Brioni, è piccolo e sorridente, appassionato di cavalli arabi». Sulla sua passione di rimanere a galla sì sa soltanto che ha fatto sapere che non si ricandiderà, anche se sono in pochi a scommetterci. Ma insomma, uno degli obiettivi di Saleh è stato quello di restituire dello Yemen l'immagine che aveva affascinato Pasolini, se non Rimbaud. Ovvio che l'ennesimo sequestro di turisti non gli sia affatto piaciuto, anche perché legato alla vecchia logica del ricatto: non tanto per farsi qualche milione, ma per liberare amici e parenti

coinvolti in una delle tradizionali faide locali di un mondo dove ancora dettano legge le regole tribali e dove lo Stato è piuttosto assente. Anche a 170 chilometri dalla capitale, dove gli italiani sono stati sequestrati. Provincia del Marib nell'area centrale di al-Wastal, dove si

trova San'a e dove vivono i gruppi tribali stanziali.

  Del resto, come scrivono gli analisti dell'International Crisis Group “… per almeno metà della popolazione yemenita l'affiliazione tribale è una vitale componente dell'identità” e le dispute tribali, tra tribù diverse ad esempio, o nella medesima tribù, o tra confederazioni tribali e governo centrale, hanno antichissime radici. Le cose dunque si mescolano, approfittando di una quasi totale assenza del governo in molte zone del paese, dove il potere del “presidente" è poco più che nominale. Gli incidenti o gli scontri violenti sono thar, termine che anche gli anglosassoni traducono col lemma italiano (o corso) di vendetta, ma che in realtà descrive qualsiasi motivo di scontro intertribale armato. Non di meno esisteva anche una grande tradizione di diplomazia tribale, mediazioni utili a risolvere i contenziosi attraverso forme di compensazione regolate dalla urf, la legge consuetudinaria. Ma le cose sono andate deteriorandosi. Gli scontri intertribali possono del resto durare anni «o anche decenni, destabilizzando intere regioni del paese», scrive ancora l'Icg. Questa situazione, con radici lontane, è complicata da fattori più “moderni": interessi esterni, preoccupazioni economiche, disparità crescente tra aree urbane e  zone rurali. Un mix esplosivo dove l'assenza del potere centrale amplifica lo scontro specie  in certe zone scarsamente popolate.  Nello stesso Marib, ad esempio,  o in alcuni governatorati  che fanno capo alla  stessa capitale (sotto  accusa nel nostro caso sono i Bakil, più  che altro una confederazione di tribù di cui fa parte quella degli Al Zaydi, la tribù sotto i riflettori in queste ore per il sequestro).

   Ma avere dello Yemen solo l'idea di un reietto angolo di mondo è davvero riduttivo. Il paese della regina di Saba meriterebbe ben di più, come attestano i viaggi di Joseph Kessel, di André Malraux o di uno dei più grandi conoscitori dei deserti quale Théodore Monod. Del resto Ahmad al-Hamdani, nel decimo secolo, poteva ricordare una branca dei lavori della sua famiglia che consisteva nell'organizzare carovane di cammelli che dallo Yemen arrivavano alla Mecca, a Bassora, a Bagdad fino in Siria e in Egitto. I suoi antenati, scrive, «avevano per i cammelli un colpo d'occhio che non aveva pari tra gli arabi», come ci hanno raccontato Muhammad 'Abd al-Rahim Jazim e Bernadette Leclercq-Neveu (L'organisation des caravanes au Yémen selon al-Hamda ni in Chroniques yéménites). Possibile che di questo sperone peninsulare debba rimanerci impressa soltanto l'idea che ormai l'occhio buono gli yemeniti ce l'hanno solo per sequestrare i turisti?

 

 

il messaggero.jpg Il lupo grigio e i misteri mai svelati

• da Il Messaggero del 9 gennaio 2006, pag. 1 di Marco Guidi

Ali Agca ritorna libero, la notizia stupisce ma in realtà non è nuova, solo che tutti ce ne eravamo dimenticati. Ma il 18 luglio del 2001, quando la Corte costituzionale turca allargò l'amnistia anche a reati come l'omicidio, fu chiaro che al Lupo grigio, all'attentatore del Papa, all'assassino del giornalista Abdi Ipekci restavano circa cinque anni di carcere. Cinque anni da scontare nel famigerato carcere di Kartal Maltepe, alla periferia asiatica di Istanbul. Quello stesso carcere da dove Agca fu fatto evadere il 25 novembre 1979, si dice vestito da ufficiale di polizia.

Agca, che dovrebbe essere libero in settimana, è nato nell'Anatolia profonda, nel villaggio di Yeziltepe, in provincia di Malatya, il 19 gennaio del 1958 e quindi sta per compiere 48 anni. Fin da quando era studente entrò a far parte dei Lupi grigi, il movimento pretoriano del Mhp, il partito di Azione nazionale fondato, a metà degli anni 60, da Alparslan Turkes, colonnello a riposo dell'esercito e estremista di destra fautore, allora, di un movimento panturanico che voleva porre sotto la guida turca tutti i popoli dell'Asia di stirpe turanica (azeri, kazaki, kirghizi, uzbeki, turkmeni, ciuvasci, tartari...). Agca si fece le ossa negli scontri con gli studenti di sinistra che caratterizzano tutti gli anni 70. Poi, il primo febbraio del '79, il salto di qualità. Il Lupo grigio uccise Abdi Ipekci, caporedattore del giornale centrista Milliyet (La Nazione), appartenente a una grande famiglia di politici, intellettuali e giornalisti. Scoperto, arrestato fu rinchiuso a Kartal, in attesa di processo. Ma, come detto, pochi mesi dopo era libero, grazie ai contatti dei Lupi con i servizi segreti. Libero e minaccioso: dalla latitanza inviò una lettera ai giornali turchi in cui minacciava di uccidere papa Giovanni Paolo II se avesse visitato Istanbul (cosa che avvenne). Poi di Agca si perdono le tracce, fino a quel 13 maggio 1981 quando spara due colpi al Papa. Arrestato, condannato all'ergastolo fornisce una serie di dichiarazioni sconcertanti. Una volta dice di essere Gesù, un'altra parla del terzo mistero di Fatima, poi del sequestro Orlandi. Poi, dopo l'incontro con il Pontefice in carcere, accusa i bulgari, rivangando la pista già seguita dai nostri servizi e finita in nulla. Ma tutte le volte in modo vago. Non una parola sul suo capo Oral Celik, tuttora libero, invischiato con i servizi segreti e, si dice, attivo con grandi affari nella Cipro turca. Non una parola sensata sui mandanti. Intanto i parenti di Agca riescono a ottenere dal Papa la domanda di grazia. Domanda che, il 13 giugno 2000, dopo 19 anni di carcere italiano, Ciampi firma. Il Lupo grigio è estradato in Turchia dove l'attende il processo per l'assassinio di Ipekci. Prima viene condannato a morte, poi la condanna è ridotta all'ergastolo, poi a dieci anni, ora, dopo cinque anni e mezzo, Agca tornerà libero. Nel frattempo ha promesso di scrivere un libro che dovrebbe contenere «tutta la verità». Ma c'è poco da credergli. Intanto i Lupi grigi (si chiamano così in memoria del mitico animale che li avrebbe condotti dall'Asia centrale in Turchia) hanno un nuovo leader, Devlet Bahceli, che, forte dell'8% dei voti, si è convertito al nazionalismo islamico e manda avanti una campagna contro la minoranza greca e contro la sinistra. Il suo motto è: «Il turco non ha altro amico che il turco».

 

 

il foglio.gif

Cinque italiani rapiti per una faida automobilistica tra sceicchi

Edizione del 4 gennaio 2006

Milano. I cinque italiani rapiti nello Y emen neppure im maginano che il loro rapimento sia nato da un banale debito non pagato,al quale hanno fatto seguito sgarri tribali e omicidi mirati. T utto ebbe inizio nel 2001, quando il cari smatico sceicco Saleh Abbad al Zaidy accettò di vendere un’automobileaunaltrocapotribale,AbdulW alialGhieri.

Aprile del 2003 tese un agguato al debitore nelle strade della capitale e sequestrò la macchina mai pagata. Secondo Has sanalZainy ,membrodelclanegiornalistayemenitavicino ai rapitori degli italiani “lo sceicco telefonò al ministro de- gli Interni per avvisarlo che si era preso la macchina del de bitore.Pocheoredopofuucciso”.

Il prezzo pattuito era di 80 mila rial, la moneta saudita, poco più di 18mila euro. Al Zaidy era un ex brigadiere generale leaderdiunatribùchehalasuaroccafortenellaprovincia di Ma’rib, a est della capitale, dove sono tenuti in ostaggio gli italiani.Nondisdegnavalapoliticaefacevapartedelconsi glio provinciale. Era famoso per l’amicizia con l’Iraq di Sad- dam Hussein e aveva la tessera del partito Baath yemenita, di ispirazione socialista, come quello del rais. Nel 1991 al Zaidyfuaddiritturafraifondatoridell’organizzazioneOma alMarek,“lamadredituttelebattaglie”,chedifendeva apertamenteSaddamelasuainvasionedelKuwait.

Nel 2001 lo sceicco al Ghieri, con buoni addentellati nel ministero degli Interni dello Y emen, non volle pagare il prez- zo pattuito per l’automobile vendutagli dal capo clan. Il cre ditore cominciò a reclamare il suo credito per le normali vie legali. Stufo delle lentezze giudiziarie, a due anni dall’inizio delcontenzioso,decisediagireallavecchiamaniera,non tanto per i soldi, quanto per salvare l’onore. Alla fine dell’a-

Al Ghieri,che si era visto soffiare la macchina sotto il na so, aveva subito mobilitato le sue amicizie nelle forze di si- curezza. Il risultato fu che membri del ministero degli Inter ni,assiemeauominidialGhieri,fermaronoilgeneralesul- la strada per l’aeroporto. Nello Y emen tutti girano armati: nellasparatoriacheneseguìalZaidyfuucciso,ealtrifami- liari che gli facevano da guardie del corpo rimasero grave- menteferiti.Latribùsiriunìd’urgenzaperemettereunco municato in cui si parlava di complotto politico e si intima- vaalgovernodiarrestareiresponsabili“dellabarbaraese cuzione”, altrimenti i membri del clan avrebbero proceduto

“con i loro metodi”. Secondo la legge del taglione. La deli catezzadelcasospinselostessopresidenteyemenita,Alì Abdullah Saleh, a scendere in campo secondo gli antichi co stumi tribali. Il padre-padrone del paese fece pagare un one- roso“prezzodelsangue”perlavittimaeiferitidelclan Zaidy di 15 milioni di Rial, oltre 64 mila euro. Era una forma di compensazione che avrebbe dovuto chiudere la vicenda

Zaidy, il figlio dello sceicco ucciso che aveva ricevuto i soldi, è stato estradato dagli Emirati Arabi Uniti dove si era pru dentemente recato. Non solo: le autorità yemenite hanno ar- restato altri sette membri del clan come elemento di pres sione per farsi consegnare dalla tribù, secondo le antiche usanze,gliassassinimaterialidialGhieri.“Sonostatipresi inostaggiodalgovernopursapendochenonavevanoparte cipato all’omicidio”, spiega il giornalista al Zaid y . I cinque fermati, con il tempo, sono stati sostituiti da altri membri del clan, che a pagamento, per la misera cifra di mille dollari, si sonoofferticomeostaggivolontari.

La penosa situazione si è trascinata fino alle vacanze di Natale,quandosonoarrivatiituristi,attrattidallezonepiù insicure dello Y emen. “Come tribù condanniamo i sequestri, mabisognacapireperchésonostatipresigliitalianispie ga Hassan al Zaydi  – I rapitori chiedono solo uno scambio di ostaggi,quellidelclan,inmanoalgoverno,perivostricon- nazionali.Potrebbero essere accontentati con facilità”.

 

repubblica1.gif E’ barbarie l’omertà, non le intercettazioni *

da La Repubblica del 9 gennaio 2006, pag. 17 di Mario Pirani

Un “bravo!” a Valentino Parlato che sul “Manifesto” ha inneggiato alle intercettazioni affermando che “la privacy è una forma di difesa per i cittadini comuni ma non per i protagonisti della cosa pubblica”. Quando l’ho letto avevo già deciso di sostenere una analoga tesi nella odierna rubrica.

  Cercherò ora di approfondire l’argomento soprattutto perché, dopo le minacce di Berlusconi di imporre un decreto-bavaglio, sono sopravvenute reprimende di Casini (“Le intercettazioni sono una barbarie, sia che riguardino Fassino sia che riguardino Fazio”), le lamentele di D’Alema che invoca l’intervento della magistratura, le reazioni di tanti timorati della sinistra, riassumibili nell’altolà del senatore diessino Guido Calvi (“Guai a scherzare con le garanzie previste dalla Costituzione che sono una conquista della democrazia, un retaggio della rivoluzione francese perché tutelano il parlamentare e lo mettono al riparo da attacchi strumentali”) che si sente evidentemente sull’avviso quanti, come Parlato e il sottoscritto, non reputano incombente la restaurazione dell’assolutismo borbonico mentre pensano che la trasparenza della politica, assicurata dalla libertà di stampa – compresa la pubblicazione delle telefonate delle personalità politiche – costituisca oggi una indispensabile garanzia per impedire uil trionfo dei Fiorani e dei Consorte.

  Mi ha confortato constatare che Stefano Rodotà, da me consultato, sia del medesimo avviso. L’ex Garante della privacy (una parola anglosassone che rivela l’origine giuridica del principio) mi ha illustrato la distinzione che la giurisprudenza è venuta sempre più approfondendo tra diritto alla privatezza dei semplici cittadini e, per contro, le ridotte aspettative in materia per chi si espone pubblicamente (uomini politici ma anche gente dello spettacolo e campioni sportivi). Fa testo, come punto di partenza in materia, una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 6 marzo 1964, che assolveva il “New York Times”, accusato di aver divulgato notizie riservate e diffamanti sul City Commissioner di Montgomery in Alabama, tal Sullivan, allora impegnato in una campagna contro Martin Luther King. La Corte respingendo le accuse di Sullivan, teorizzò che nei riguardi delle “figure pubbliche”, la libertà di espressione dei mezzi d’informazione deve essere talmente ampia da consentire perfino la pubblicazione di qualche notizia inesatta, a meno che non lo si faccia con “actual malice”, cioè con la consapevolezza della inesattezza e del suo uso al fine di danneggiare l’individuo.

  Da questo spartiacque è discesa tutta una legislazione che si è estesa anche agli ordini di molti altri Paesi nei quali quasi ovunque, si è riconosciuta una tutela “affievolita” per quanti abbiano deciso di svolgere una attività pubblica e per ciò stesso abbiano accettato di “vivere in pubblico”. Con una rigorosa eccezione la tutela alla privacy per tutti – uomini pubblici e semplici cittadini – per quanto attiene alle relazioni della vita privata, alle credenze religiose o ideali, alla salute, alle inclinazioni sessuali e a quant’altro riguarda esclusivamente l’individuo nelle sue peculiarità. E pur tuttavia, a volte, la natura pubblica del soggetto implica persino qualche eccezione in merito.

  Ad esempio Rodotà mi ha ricordato il caso di un consigliere regionale lombardo, colto dalla PS durante un rapporto omosessuale in un luogo aperto, la cui invocazione alla privacy non venne accolta in quanto lo stesso personaggio era noto per vivaci campagne contro i gay. Quindi quel comportamento privato rivelava un risvolto attinente il comportamento pubblico che non poteva essere “oscurato”.

 

Ma, tornando a cose ben più corpose, Rodotà mi ha anche ricordato il Codice deontologico dei giornalisti, avallato dal Garante e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale quale norma di legge che all’articolo 6 recita: “La divulgazione di notizie di rilevante interesse pubblico o sociale non contrasta con il rispetto della sfera privata quando l’informazione anche dettagliata, sia indispensabile in ragione dell’originalità del fatto o della relativa descrizione dei modi particolari in cui è avvenuto, nonché della qualificazione dei protagonisti. La sfera privata delle persone note o che esercitino funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica”. E’ una “barbarie” aver pubblicato notizie e dati riservati, riguardassero essi Fazio, Fassino o chiunque altro o non, piuttosto, la pretesa autoreferenziale di un ceto politico, aduso ad una omertosa segretezza e che legge come lesa maestà ogni giudizio critico?     

 

 

 

 

 

 

 


 
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