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14 maggio 2019
Il western-ossimoro: I fratelli Sisters

In quest’ultima incursione nel western, I fratelli Sisters, ottavo lungometraggio del regista-sceneggiatore Jacques Audiard e sua prima produzione statunitense, si direbbe che il cineasta francese giochi l’oculata carta della destrutturazione in ogni risvolto della vicenda, rimescolando le carte col fermo proposito di porre la parola “fine” alla stessa operazione-smitizzazione.

 


La pietra tombale che apriva e chiudeva Gli spietati pareva aver dato al Western, con ogni probabilità il più epico dei generi cinematografici, la sua circolare e definitiva chiusura. Il che non ha impedito in anni seguenti di tornare su quei sentieri selvaggi confezionando prodotti che, senza aggiungere né sottrarre elementi al consolidato panorama, si pongono con alterni risultati quali ulteriori postille. Capita d’incappare in lavori come Terra di confine, Le tre sepolture, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford o, in zona riadattamento, Quel treno per Yuma e I magnifici 7. Numerose sono le esplorazioni a noi inedite nel genere, talora destinate alle piattaforme (O Matador – L’assassino), senza contare le originali rivisitazioni dei Coen, l’ultima, La ballata di Buster Scruggs, prodotta appunto da Netflix. E, perché no, si può pure segnalare un’operina all black, Posse – La leggenda di Jessie Lee, divertito omaggio alla blaxploitation diretto e interpretato dal figlio d’arte Mario Van Peebles. Ma in quest’ultima incursione nel western, I fratelli Sisters, ottavo lungometraggio del regista-sceneggiatore Jacques Audiard e sua prima produzione statunitense, si direbbe che il cineasta francese giochi l’oculata carta della destrutturazione in ogni risvolto della vicenda, rimescolando le carte col fermo proposito di porre la parola “fine” alla stessa operazione-smitizzazione. Lavorando a quattro mani con Thomas Bidegain su uno script che trae spunto da un recente romanzo di Patrick deWitt, Audiard, più che seguire l’esempio di Altman e non dimentico del proprio raffinato estro, sembrerebbe mirare al prototipo di Tarantino, disseminando citazioni classiche e cinefili innesti. A cominciare dai tagliagole protagonisti, mercenari al soldo del “Commodoro” Rutger Hauer – misterioso e silenzioso burattinaio dai molteplici affari – che l’incipit fotografa subito come facce uguali e contrarie della stessa medaglia, uno (Joaquin Phoenix) folle ed esaltato, l’altro (John C. Reilly) stanco e dimesso. Guidando lo spettatore, con didascalie toponomastiche, lungo la costa della California dalle montagne dell’Oregon fino a San Francisco, il loro peregrinare in piena gold rush alla ricerca d’un chimico, la cui formula segreta è l’enigmatico MacGuffin dell’apologo, assiduamente inverte i caratteri del duo in un crescendo di inseguimenti, sparatorie e imboscate che la nitida fotografia del belga Benoît Debie e uno scenario naturale scisso tra Romania e Spagna catturano con insolita originalità. E se nella prima metà la narrazione alterna il tragitto dei Sisters a quello dell’esploratore Jake Gyllenhaal (sua la voce off per quasi tutta la durata) che, raggiunto il chimico, decide a un certo punto di esserne socio, spetta alla seconda parte sciogliere i nodi psicologici dei due sguardi speculari. Ne scaturisce che l’impulsivo e scontroso è null’altro che un debole immaturo, mentre il riflessivo sensibile, orfano di un’esistenza stabile e tranquilla, è la mente cui tocca il delicato confronto finale che li trarrebbe in salvo. In quest’ultimo personaggio, efficacemente reso da un Reilly che vince nella gara di bravura (come già con Steve Coogan in Stanlio & Ollio), non manca una nota freudiana che rivela il legame con Phoenix, sottolineandone il rimorso per non aver ammazzato il padre, suo incubo ricorrente, ucciso dall’altro (ma pure il complice Gyllenhaal ha qualche complementare scheletro edipico). È tale quid a fare de I fratelli Sisters un lavoro più interessato a scavare nelle sfaccettature dei personaggi, sulla filosofica falsariga d’un Monte Hellman, che non a seguirne le imprese. E per quanto le lezioni dei maestri traspaiano evidenti, da Huston (l’utopia che vanifica il sogno di ricchezza) a Leone (la modernità che travolge ambienti e persone), di suggestivo interesse è la contaminazione del genere col disaster movie: si prenda il segmento che immortala i protagonisti nello stagno ridotto a un intruglio, da cui emerge la controindicazione della chimica (il progresso) verso la deriva d’un inquinamento che azzera la wilderness. Audiard padroneggia simbologie e annesse morali ecologiste con la contrapposizione della citata formula ed un più utile spazzolino da denti in legno, ma anche con un duplice taglio di capelli a entrambi i fratelli, che sancisce l’inizio dell’avventura – prima d’una graduale presa di coscienza – e il suo epilogo, che da uno sconfinamento verso la progredita civiltà e i suoi comfort s’avvia verso un insospettato ritorno a casa, in odor di Cimino. E al contempo, verso un desiderio di tornare al grembo materno (incarnato da una segnata Carol Kane sul modello Lillian Gish), suggerito peraltro dall’innato bisogno d’amore del maggiore dei Sisters (che di nome fa Eli, altro rimando) con un’impacciata prostituta. S’aggiungano inusuali tocchi registici (Phoenix in penombra che si rivolge all’obiettivo) insieme a documentaristici frame senza filtro, tesi a trasportare lo spettatore nel vivo degli eventi conferendo un’aura di straniamento, e si comprenderà perché quest’opera affascinante – un western-ossimoro, ribadito dal titolo originale – ha conquistato il Leone d’argento all’ultima Mostra di Venezia. Qualcosa di completamente avulso dai prodotti dello star system: che infatti una fila di adolescenti, nella stessa sala dove si trovava chi scrive, ha abbandonato a metà proiezione. 


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