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14 gennaio 2020
Donald Trump, oltre al manuale per giocare a golf…

… leggi anche qualche libro di Storia. Qualcuno dica a Conte e a Di Maio che la politica estera non è il gioco Diplomacy.

 


Come già scritto in precedenza, la politica estera americana fa acqua da tutte le parti. Sono ormai diversi decenni, che non ne azzecca una. In alcuni casi, i loro interventi anche se tardivi in termini di costi umani, sono costati solo poche decine di migliaia di morti, mentre in altri sono stati ben più numerosi. Per non parlare delle situazioni lasciate in eredità alle nuove generazioni: Afganistan, Libia e Iraq, solo per citare alcune nel recente passato. Diciamo che il più delle volte, la CIA e la gran parte degli analisti che escono dalle importanti università americane leggono poco di usi, costumi e tradizioni dei popoli. Per di più, non sanno decifrare la mentalità dell’avversario che hanno di fronte. Jack Ryan esiste solo nella fantasia. Quindi, è difficile poi per chi è accanto al Presidente di turno spiegare come effettivamente ci si debba muovere. Gli esempi sono tanti, dalla Conferenza di Jalta, affidata a un presidente malato e convinto lettore di un giornalista americano che gli parlava bene della Russia di Stalin. Saltando a piè pari dagli Accordi di pace a Parigi (1973), approda alla crisi iraniana fine anni ’70/’80. Qui, l’America diede il meglio di se. Non ne azzeccò una. Convinti che lo Scià era più forte di quello del 1953, non fece nulla per puntellare il suo regime. Eppure, nella precedente crisi, la collaborazione fra America e Gran Bretagna che, senza apparire, aveva rimesso sul trono Resa Pahlavi, aveva funzionato. Tuttavia, un mediocre venditore di noccioline riuscì nell’intento di destabilizzare una vasta aerea del Medio Oriente che si è poi protratta fino ai giorni nostri. Ora, l’uccisione del generale Qasem Soleimani, può apparire cosa buona e giusta vista sotto l’ottica di alcuni. Per altri no. Non voglio andare contro corrente, ma l’ingerenza in una nazione con un particolare passato e un suo modo di pensare, dovevano per lo meno far sorgere qualche dubbio. Bastava leggere Missione a Teheran di Robert E. Huyser, inviato del governo americano nel 1979. Non solo, il pretendente al trono Reza Ciro, ma anche i rappresentanti delle altre formazioni politiche in esilio, si sono sempre ben guardati dal chiedere l’intervento di forze esterne nella liberazione del paese dalla dittatura religiosa. Non passa giorno che il popolo iraniano non protesti nei confronti del governo. Eppure, di là dal fare sapere agli organi esteri quello che fanno e quello che subiscono, non chiedono nessun aiuto. Ci sarà pure un motivo? Sì, il loro grande orgoglio. Quello che gli fece vincere la guerra contro l’Iraq. Infatti, con l'esercito di professione che era il fiore all'occhiello del defunto scià che era stato congedato, e tutto lo stato maggiore languiva in prigione o era emigrato all'estero, la vittoria irachena sembrava certa.  Invece, la liberazione dei generali da parte del regime, ancora fedeli allo Scià, ma più di ogni altra cosa il loro nazionalismo e patriottismo, poté contro l'invasore. Ecco perché il drone, a mio avviso, ha fatto più danni che la grandine in un campo di pesche mature. La risoluzione del problema dell’Iran, degli Ayatollah e del nucleare, passa solo attraverso il suo popolo.

Termino accennando anche alla situazione della Libia. Avevamo già anticipato che si poteva risolvere solo con un’azione congiunta di tutta l’Europa e questo avrebbe riportato a un ruolo centrale il vecchio continente in un’aerea vitale, che vale molto, per la sua sopravvivenza. Purtroppo, la politica estera delle nazioni che hanno grandi interessi in quell’aerea, non ha permesso una soluzione decente. L’unico dubbio è questo: non  riesco a sapere chi fra Giuseppi e Giggino ha vinto la partita del gioco da tavolo di Diplomacy, che tanto ha insegnato loro a muoversi nei meandri della diplomazia estera attuale. Poveri noi, come siamo messi male!


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