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23 giugno 2020
Chi paga la crisi?

Chiamano le maestranze ‘risorsa umana’, ma evidentemente andrebbe chiamata merce umana. Meno è, meglio è. Non tutte le aziende sono così, ma nel nostro territorio vedo aumentare i pescecani, manager legati soltanto al budget da raggiungere a tutti i costi nel sistema più semplice: più tecnologie e meno maestranze.

 


Si levano i cori ‘Agosto in fabbrica!’ per recuperare i mesi perduti del coronavirus e già nella migliore delle ipotesi significa che i lavoratori si faranno le ferie in autunno, bloccati a casa dalla scuola dei figli. Come sta diventando abitudine, si gira la manovella del ritmo al massimo fino a riempire i magazzini. Quando anche l’ultima mattonella non vi trova posto, via con la cassa integrazione, ormai compresa stabilmente nel calendario produttivo aziendale. Al di là di chi la paghi, per molti significa vedersi dimezzare gli stipendi, perdendo ogni maggiorazione e incentivo e quando si resta a galla soltanto con lo stipendio pieno…

 

Non si lamentino però; loro sono i fortunati, quelli a tempo indeterminato; gli altri, lavoratori autonomi e precari, stanno anche peggio. Come ad ogni crisi, sono le prime pere a cadere dall’albero squassato. Leggo da un articolo di Valentina Conte su La Repubblica del 18 giugno: “Quando i voucher sono scomparsi, le aziende hanno incrementato i contratti di somministrazione o quelli intermittenti, a chiamata. C’è una vorace esigenza di flessibilità in Italia che prescinde dall’andamento del Pil o dalle leggi: nel 2019 il 75% dei nuovi contratti era precario. Quelli a termine non decrescono di molto anche se hanno paletti o costano di più. Esplodono anzi quelli a part-time: raddoppiati dal pre-crisi. E la metà dura meno di un mese”.

 

Non starò a disquisire se ci sia bisogno o voglia di flessibilità. Due terzi della minore occupazione registrata con l’emergenza Covid ha colpito proprio questa categoria, l’altro terzo è composto da lavoratori autonomi. La chiamano flessibilità: “Ti prendo solo quando mi servi, casomai anche soltanto per due ore al giorno, una al mattino e una alla sera. Non ti va bene? Avanti un altro”.

 

E allora, chi sta pagando la crisi?

 

Il ministro Gualtieri, espressione di un governo che dovrebbe avere a cuore le classi più deboli, preannuncia: “Se si vuole contenere le perdite occupazionali bisogna stimolare i rinnovi di contratti a tempo determinato” e parla di portarli a fine 2020 per prorogarli – qualcuno ipotizza - anche nel 2021. Avanti con i contratti a termine; ovvero allarghiamo la fascia di precariato, quella che non può avere un mutuo in banca, quella che non può programmare se non l’oggi, quella che sparirà alla prima aria di crisi e non potrà pretendere alcunché perché non ha diritti.

C’è in effetti il problema che, in base al Decreto Dignità, quando i contratti vanno a scadenza non possono essere prorogati, ma dovremmo domandarci come abbiamo fatto a finire in un simile cul-de-sac. O precari o disoccupati.

Chiamano le maestranze ‘risorsa umana’, ma evidentemente andrebbe chiamata merce umana. Meno è, meglio è.

Non tutte le aziende sono così, ma nel nostro territorio vedo aumentare i pescecani, manager legati soltanto al budget da raggiungere a tutti i costi nel sistema più semplice: più tecnologie e meno maestranze.

E allora, chi pagherà anche questa crisi?


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