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08 luglio 2008
Continuiamo con le testimonianze sull'ipertermia oncologica:
Un'altra donna, un'altra esperienza. Oggi è la volta di G.V., operata per un cancro al colon otto anni fa, che ci racconta dei benefici avuti da questa terapia, delle difficoltà, della casualità con cui ne è venuta a conoscenza (non all'interno delle strutture mediche, come invece avrebbe dovuto verificarsi).

Di come, al contrario, questa terapia venga "nascosta" (nonostante riconosciuta dal SSN) quando non addirittura osteggiata dalla maggior parte dei medici per la loro scarsa conoscenza dell'ipertermia, dei suoi possibili utilizzi e della sua corretta effettuazione.

Forse proprio in base ai dati derivanti dalla pratica non corretta di questa terapia e/o all'utilizzo di macchine inadeguate all'interno delle strutture pubbliche i medici operanti negli ospedali tengono questo comportamento.

Ma allora perchè questi medici non "cercano" attivamente il confronto con i privati, attraverso dibattiti, convegni, incontri?

Proprio per tale motivo lo scopo di questa serie di articoli e interviste vorrebbe essere quello di favorire l'interscambio di conoscenze.

Innanzitutto a favore dei tanti malati, cercando di stimolarli a parlarne in giro, tra loro, ad informarsi, a chiedere senza tabù ne' paure.

E in secondo luogo tra i medici, utilizzando anche questi articoli e testimonianze come trampolino di lancio per l'organizzazione di un convegno presso la nostra Università, che apra poi la strada all'acquisto di una macchina al COM di Modena e all'effettuazione di corsi di specializzazione inerenti a questo argomento nella Facoltà di Medicina e Chirurgia.

Per questo invito tutti voi fin d'ora a supportare questa iniziativa quando sarà il momento, eventualmente portando anche le vostre personali esperienze, ma soprattutto sottoscrivendo una petizione online allo scopo che avrò cura di segnalarvi a tempo debito.

Grazie a tutti voi.

Grazie a Bice.

Grazie, come ho già avuto modo di scrivere, a queste Donne.

 

Ora G.V. ci parla della sua esperienza e dell’ipertemia oncologica.

 

Quanti anni ha?

 

Oggi 71.

 

Ci parli della sua esperienza.

 

Tutto cominciò nel giugno del 2000, quando fui operata d’urgenza per un cancro al colon.

Dopo quell’intervento mi sottoposi ai soliti controlli periodici di routine e fui inviata al centro oncologico dove mi praticarono un primo trattamento chemioterapico adiuvante.

L’anno seguente subii un altro intervento chirurgico per la ricanalizzazione che si risolse positivamente, nonostante qualche problema in fase postoperatoria.

Continuai quindi gli esami periodici, che per molto tempo diedero esito negativo.

Nell’estate del 2004, però, in seguito ad una tosse persistente e ai successivi controlli che io stessa dovetti richiedere (i medici non si erano accorti di nulla) mi asportarono circa 2,5 litri di liquido da un polmone.

Da quel momento cominciò un vero e proprio calvario, fatto di dolorosi prelievi di liquido, di  cateteri drenanti, di chemioterapie debilitanti al punto da non riuscire quasi più a stare in piedi (caddi per ben due volte, rischiando di fratturarmi), di sostanze che solo grazie alla buona sorte, una volta, non mi hanno fatto abbandonare anzitempo questo mondo in quanto ne sono risultata allergica e nemmeno l’antidoto, in quell’occasione, si è rivelato efficace.

All’ennesimo cambio di sostanza, però, e dinnanzi al metodo con cui veniva proposto il protocollo – si trattava di un protocollo sperimentale – mio figlio decise di informarsi meglio in giro: cominciai a sottopormi a ipertermia e ci recammo anche presso altri centri a sentire pareri diversi.

Ho appena portato a termine il quarto ciclo di ipertermia in quattro anni, cinque, se tengo conto di quello effettuato con scarso successo presso una struttura pubblica fuori regione.

 

Come è venuta a conoscenza dell’ipertermia?

 

Grazie ad un’amica di mio figlio, che abita in Piemonte: gli diede l’indirizzo del centro del Prof. Pontiggia e della Dott.ssa Pontiggia, dove un suo amico vi aveva portato a propria volta suo padre a curarsi.

 

Che benefici ne ha avuto?

 

Soprattutto in termini di qualità della vita, ma anche per quanto riguarda il decorso della malattia: se si eccettua l’esperienza presso la struttura pubblica fuori regione, ogni volta gli esami hanno documentato un miglioramento, con particolare riferimento alla diminuzione numerica e dimensionale dei noduli polmonari che costituiscono la recidiva pleuropolmonare del tumore originario di cui ora soffro.

Chissà, se potessi effettuarla con continuità affiancandola alla chemioterapia tradizionale potrei forse avere qualche arma in più per continuare a combattere contro l’”alieno”, come lo chiamava Oriana Fallaci: purtroppo però non posso permettermi di recarmi sempre a Pavia.

 

Si sottopone a terapie tradizionali?

 

Certo, mi sottopongo tuttora a cicli chemioterapici: l’ipertermia non dev’essere intesa come terapia sostitutiva, ma come complementare alle terapie “classiche”.

 

Come si sente adesso?

 

Sfinita, dopo anni di esami e di chemioterapia.

Le terapie classiche non solo debilitano il fisico, ma distruggono anche il sapore dei cibi, così passa anche la voglia di mangiare… Insomma, la qualità della vita non è per niente buona.

Qualche miglioramento lo riscontro solo quando posso andare a Pavia e sottopormi a un ciclo di ipertermia, come ho appena fatto: sarebbe bello poter farlo con una certa continuità nella mia città, ma i nostri ospedali non si sono ancora attrezzati per effettuare questa terapia.

Mi auguro che lo facciano al più presto e che i medici e i responsabili dell’ASL dimostrino di avere a cuore il bene dei pazienti, parlando e collaborando coi privati, per evitare che si diffondano tra gli operatori sanitari pregiudizi infondati, basati su dati derivanti da una pratica non corretta di tale terapia e dall’utilizzo di macchine poco efficienti.

 

Cosa intende esattamente con questa ultima affermazione?

 

A Pavia le sedute di ipertermia durano un’ora e mezza, mentre nella struttura pubblica dove sono stata io esse durano la metà. Inoltre la macchina utilizzata in quell’ospedale è molto differente da quelle presenti nel centro privato del Prof. Pontiggia e della Dott.ssa Pontiggia.

Spesso gli oncologi sembrano scettici quando si chiedono loro informazioni circa l’ipertermia: io credo che ciò avvenga perché si basano sui risultati non eclatanti ottenuti dai pazienti che si sottopongono a tale terapia presso le strutture pubbliche che la praticano servendosi di macchine probabilmente non abbastanza potenti e forse non impiegate nel modo migliore a causa di un interscambio di informazioni carente o assente tra pubblico e privato.

Io stessa, come le dicevo, non ho ottenuto risultati dal ciclo di terapie effettuato presso la struttura pubblica e, se quella fosse stata la mia prima esperienza, forse anch’io ora sarei scettica: i risultati ottenuti presso il centro privato mi hanno però convinta dell’efficacia dell’ipertermia.

Ecco perché auspicherei un dialogo aperto tra medici che operano in strutture del SSN e quelli che operano privatamente.

Io ho tratto beneficio dall’ipertermia e forse, come me, potrebbero trarne molte persone che soffrono per questa malattia così difficile da combattere: spero che i medici e i responsabili della sanità locali tengano ciò nella dovuta considerazione e che decidano di dare questa opportunità anche ai Modenesi.

Modena sarebbe la prima città in Emilia Romagna a dotarsi di un centro pubblico per l’ipertermia oncologica: credo che ciò sarebbe positivo per l’immagine della nostra città oltre che per noi pazienti, naturalmente.

 

P.S.: sui media locali in questi giorni è comparsa la notizia dell'imminente operatività di una nuova macchina per i malati di cancro presso il COM di Modena: non si tratta di una macchina per ipertermia oncologica, ma di una più modena e sofisticata apparecchiatura per l'effettuazione della radioterapia. Mi pare che il costo finale "chiavi in mano" sia stato ben superiore ai 2 MLN di euro: una efficiente macchina per ipertermia oncologica costa appena 200.000 euro."


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