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10 novembre 2020
Lettera agli studenti

Il direttore dell’ufficio scolastico delle Marche Ugo Felisetti scrive agli studenti in occasione del 4 Novembre. Suppongo che lo faccia per ogni importante ricorrenza civile: la Festa della Liberazione e la Festa della Repubblica, altrimenti dovrei domandarmi il perché di questo messaggio.

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Come non essere d’accordo quando sostiene: “In questo giorno il nostro reverente pensiero va a tutti i figli d’Italia che dettero la loro vita per la Patria, una gioventù che andò al fronte e là vi rimase”. Ma poi aggiunge: “Una gioventù lontana dai prudenti, dai pavidi, coloro che scendono in strada a cose fatte per dire: ‘Io c’ero’. Giovani che vollero essere altro, non con le declamazioni, ma con le opere, con l’esempio”.

In realtà, a parte i volontari, quei giovani furono vittime, strappati alle loro famiglie, alle campagne e alla vita che stava fiorendo, mandati sul campo e utilizzati come pedine da generali, perché così si faceva la guerra. Ed anche i volontari tornarono con molte meno certezze di quando erano partiti.

Felisetti cita poi una frase di Gentile: “Un uomo è vero uomo se è martire delle sue idee. Non solo le confessa e le professa, ma le attesta, le prova e le realizza”, sulla quale non ho da obiettare, anche se io credo però che un uomo sia un vero uomo a prescindere e che non esistano falsi uomini ma uomini falsi; a parte questo, dipende in quale contesto la frase viene usata e per me Felisetti lo fa nel contesto sbagliato. Lui conclude sostenendo: “Combatterono per dare un senso alla vita, alla vita di tutti, comunque essi la pensino. Per questo quello che siamo e saremo lo dobbiamo anche a Loro e per questo ricordando i loro nomi sentiamo rispondere, come nelle trincee della Grande Guerra all’appello serale del comandante: presente!".

Cosa significa combattere per dare un senso alla vita? Forse che se non ci fosse stata la guerra la vita non avrebbe avuto un senso? Al limite si combatte se si ha già il senso della vita.

Quando in ogni paese ricordiamo i troppi morti della prima guerra mondiale e leggiamo i loro nomi, purtroppo rispondono ‘assente’, perché non sono mai tornati. Furono falciate le vite migliori, quelle dei giovani, lasciarono famiglie senza le braccia per lavorare, senza più un padre, senza un fratello. Per cosa? Non uno, non uno soltanto dei problemi che avevano provocato la guerra furono risolti dalla guerra, soltanto nascosti sotto la cenere e nuovamente pronti ad infiammare l’Italia portandola nuovamente in guerra vent’anni dopo.

Per questi motivi ritengo il messaggio di Felisetti, non volendo pensare a nostalgie del ventennio, soltanto un ridondante insieme di formule retoriche anche perché, se lo si legge con attenzione, non c’è una sola parola di negazione della guerra, non un invito alla pace, non una richiesta affinché i giovani dicano presente quando c’è da aiutare gli altri, perché servire la patria oggi significa solidarietà, partecipazione, condivisione, servizio civico

Una lettera da evitare, dunque, così piena di belle parole e nobili concetti, se esaminati a se stanti, ma negativi se assemblati in questo modo.

La guerra non dà un senso alla vita. La toglie.   

 


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