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03 novembre 2020
Sei respinto quindi, mi raccomando, vai via!

 “Nell’impossibilità di trattenere lo straniero e rimpatriarlo (spesso non ci sono aerei), al decreto di espulsione fa seguito un invito a lasciare l’Italia entro 5-7 giorni”. Che ovviamente nessuno rispetta. Perché siamo in queste condizioni?

 


Ho letto sul Resto del Carlino una statistica avvilente: in riferimento ai fogli di via per stranieri, perché senza diritto di permesso di soggiorno o perché viene loro rifiutato asilo politico, soltanto il 2,5% viene attuato. Cito testualmente l’articolo di Nino Femiani: Nell’impossibilità di trattenere lo straniero e rimpatriarlo (spesso non ci sono aerei), al decreto di espulsione fa seguito un invito a lasciare l’Italia entro 5-7 giorni”. Che ovviamente nessuno rispetta. Perché siamo in queste condizioni?

Posso capire l’ingarbugliata matassa di leggi e responsabilità della nostra bella ma incasinata Italia, pochi centri di identificazione, scarsa collaborazione delle altre nazioni (l’articolo cita anche ‘giudici buonisti, ma suppongo che la legge consenta loro di esserlo), ma proprio non capisco perché il nominativo di un respinto non debba essere oggetto di una segnalazione al SIS (Sistema Informativo Schengen) né di un divieto di reingresso e capisco ancora meno come il ministro Lamorgese, nei giorni scorsi, abbia dichiarato: “Procederemo ai rimpatri dei migranti economici dalla Tunisia”. Avrebbe dovuto aggiungere: due su cento, gli altri se lo vogliono.  

In quasi mezzo secolo di immigrazione, clandestina o regolare, non siamo stati capaci di strutturare una politica dell’accoglienza perché siamo andati avanti per pregiudizi, per ideologie, per buone intenzioni e richiami ai valori forti dell’umanità, ma questi valori non basta dirli, bisogna praticarli e non è certo possibile definire accoglienza, dimenticare l’immigrato appena mette piede a terra e cancellarne l’esistenza dichiarandolo irregolare.

Hanno fallito la prima e la seconda repubblica, la sinistra, il centro e la destra, i governi buonisti e quelli altrettanto inefficaci con l’unica soluzione di lasciarli morire in mezzo al mare o di imprigionarli nei deserti libici.

Ho letto in una statistica che il 33% dei reati è commesso da stranieri, che, regolari o meno, non superano il 12% della popolazione. Vuole dire che su quel fronte abbiamo un problema, ma il dibattito si limita a decidere se farli sbarcare o meno, ma quel che succede dopo è assolutamente lontano dall’attenzione della comunità. Li lasciamo scivolare negli invisibili, ma ci sono.

Quello dell’emigrazione è la cartina tornasole che il nostro sistema nazione è inadeguato. Ad esempio chiediamo più controlli ma leghiamo le forze dell’ordine a ruoli burocratici d’ufficio che potrebbero essere svolti altrettanto bene da personale amministrativo. Ci mettiamo anni a chiudere un procedimento penale. Non riusciamo a programmare le esigenze di forza lavoro e a decidere quote di immigrazione ‘tutelata’ per accompagnarla nell’inserimento. Facciamo fatica a riconoscere che l’immigrazione è sempre più per motivi economici e sempre meno per richieste d’asilo.

Non sappiamo quanti siano gli stranieri, dove esattamente siano, di cosa campino. Con le nostre leggi, di loro, quelli onesti sono ostacolati in tutti modi mentre i delinquenti trovano subito sponda nelle mafie nostrane e straniere.

Il tema arriva in agenda soltanto per le scaramucce politiche, ma chi sta cercando di strutturare una risposta vera?


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