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Politica locale e nazionale - 23 giugno 2015
Elezioni anticipate, sempre più vicine?

di Alberto Venturi

Non possiamo certo affermare che l’Italia navighi in acque tranquille, perché da molti anni è sbattuta da squassanti onde procellose, riuscendo comunque a continuare il suo percorso, seppure a un prezzo sempre più caro per i cittadini di terza classe, che si stanno trasformando da viaggiatori in forzati dei remi. Forse tutto è cominciato da quando un tumulto del popolo italiano, guidato dai magistrati milanesi, cercò di mandare a casa una classe dirigente, erigendo a capro espiatorio Bettino Craxi, che tutto poté invocare fuorché l’innocenza.

Allora, come oggi, il sistema di corruttele e di privilegi per la casta era diventato economicamente insostenibile per la nazione, basti ricordare gli scandali della ricostruzione in Irpinia, dei mondiali di calcio del 1990, delle Colombiadi, istituzioni come la Cassa per il Mezzogiorno (279.763 miliardi spesi in quarant’anni) e via elencando.

Allora, come oggi, l’esplosione del malcontento coincideva con la crisi del maggiore partito della sinistra, Pci ieri e Pd oggi, le cui divisioni avevano impedito la formazione di un vero governo alternativo agli eredi del centrosinistra di Craxi & Forlani, risuscitati dal populismo carismatico di Silvio Berlusconi e della contestuale vocazione al suicidio di Bertinotti, Mastella & C.

Io credo che, se il Pd non imploderà, la legislatura continuerà, probabilmente incrementando ulteriormente il tasso di mediazione interno e con le forze dell’opposizione, quindi con un governo di gestione più che di cambiamento, temendo che ciò non basti a portarci fuori dalla tempesta e forse nemmeno a farci cambiare rotta.

I due partiti a cui le elezioni converrebbero sono Lega Nord e Movimento 5 Stelle non possono da soli fare saltare il tavolo, mentre hanno bisogno di tempo sia il Pd che Forza Italia e Ncd, tanto che ritengo possibile un Nazareno bis, in caso si rompa la gamba sinistra dell’attuale governo. Forza Italia parteciperebbe alla fine anticipata della legislatura soltanto se il suo leader dovesse trovarsi nuovamente a rischio per qualcuna delle sue vicende giudiziarie.

L’unico tema capace di portare la maggioranza al suicidio è quello della casta e degli scandali, perché avverrebbe a furor di popolo e di centesimi (gli euro valgono troppo) tirati al primo ministro. Si può dare la colpa all’Europa per gli sbarchi dei migranti; si può dare la colpa al Parlamento per le riforme-lumaca; si può dare la colpa ai ‘vecchi’ nel Pd per i risultati elettorali deludenti, ma oggi l’immagine partito di maggioranza è quella di un partito ostaggio di poteri contrapposti, in alcune zone d’Italia invischiato nell’illegalità e comunque caratterizzato da opacità gestionale e atti di forza; sicuramente un partito non peggio di altri, ma forse neanche meglio, senza più la forza di attrazione. motivata dalla speranza del rinnovamento. Anche in questo trovo diverse similitudini con il 1992, seppure in un contesto sociale distratto, disilluso e sempre più convinto che i privilegi della casta e la corruzione siano mali endemici, da sfruttare più che da combattere. L’indignazione non si tramuta in impegno civile, tutt’al più esplode in tumulti: grande confusione e pochi risultati.

In questo contesto non posso auspicare le elezioni, perché paradossalmente in Italia ha sempre portato a scaravoltamenti, non a cambiamenti strutturali e culturali, come avvenne nel 1992. 

 

di Gianni Galeotti

 Al Parlamento di nominati con una legge elettorale che la Consulta ha dichiarato incostituzionale, Renzi, un non eletto, ma ‘solo’ nominato da Napolitano e con l’avvallo dell’Europa, su indicazione dell'Assemblea nazionale del PD (praticamente il condominio di via del Nazareno a Roma), chiederà l'ennesima fiducia per continuare a governare. Tutto in un reiterato spregio alla volontà del popolo sovrano da quattro anni letteralmente by passata proprio da chi aveva il diritto dovere di tutelarla.

In un Paese normale, dove il termine democrazia ha ancora un significato e la volontà del Popolo sovrano un valore, questo basterebbe per tornare nuovamente al voto. Ma si sa, l’Italia, un paese normale, sotto l’aspetto istituzionale, non è lo più da tempo e quindi la partita su elezioni anticipate (anticipate poi rispetto a quale scadenza per un governo nominato con la scusa di gestire un fase transitoria come quella che attraversarono i disastrosi Monti e Letta?) non si può che giocare su altri fronti. Non sarà certo il mite Mattarella, scelto dal nominato dal suo predecessore, ad indurre il governo a farsi da parte; non lo saranno nemmeno i risultati disastrosi dei candidati renziani alle ultime amministrative che hanno dimostrato da un lato il calo dei consensi del premier e dall’altro che se nel Paese non c’è più un vero centro destra, agli elettori ne è comunque rimasta la voglia. Non saranno nemmeno i dissidi e le lacerazioni interne al PD, fatte da chi però col cavolo che è pronto a mollare la sedia, a portare il Paese alle urne. Perché, gira e rigira, le elezioni, non convengono ancora a nessuno.

Il centro destra fatto e disfatto da Berlusconi, non ha più una rappresentanza, non ha più un pensiero, non ha più una linea, e non ha più un leader capace di aggregare ed andare oltre Berlusconi e soprattutto oltre la figura di un Salvini che oltre ai goal a porta vuota sulla questione profughi non avrebbe lo spessore e l’affidabilità per prendere in mano le redini del Paese. Il centro sinistra non vuole perdere i posti di potere e di governo e l’NCD, stampella dell’esecutivo, emblema del consociativismo, nonché espressione del peggior Ministro dell’Interno che l’Italia abbia avuto, non ha nessuna voglia di sparire dal panorama politico e quindi se ne guarda bene dal fare cadere il Governo, tagliando il ramo sul quale è seduto.

Insomma, nonostante le tempeste perfette sul piano politico, lo spettro delle elezioni mi sembra tutt’altro che imminente. Anche per un altro motivo: L’Italia è di fatto un Paese già commissariato dall’Europa, e dalla Troika, che se non c’è ufficialmente è come se ci fosse.

La sopravvivenza politica di Renzi, più che dalla politica stessa, dipende da questo. La scarsa autorevolezza dell’Italia nello scenario internazionale, il trattamento da zimbello riservato dall’Europa al nostro Paese, in ultimo anche sulle politiche dell’accoglienza dei profughi, ne sono la dimostrazione lampante. Agli occhi dell’Europa della finanza, purtroppo mai diventata Europa politica e dei popoli, valiamo meno di zero, al massimo un sorrisetto di compiacimento. E’ questa Europa, costruita sul dogma della moneta unica, più che il Parlamento Italiano, che tiene Renzi, e l’Italia, per il colletto. Decisiva nel momento in cui legittimava gli ultimi premier nominati (Renzi è solo l'ultimo in ordine di apparizione) lo sarà anche quando ci sarà da staccare la spina.

E pur in un paese agonizzante l'interesse non è ancora sufficientemente alto per farlo.

 

  


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