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13 ottobre 2020
Fuori tempo Massimo

Il Pd fatica a trovare un candidato e i nomi che girano hanno tutti un altro ruolo: Sassoli è presidente in Europa con la voglia forse di fare il presidente d’Italia, Roberto Gualtieri fa il ministro dell’economia e soltanto l’assurdità nostrana può pensare di toglierlo da quel ruolo, in un momento come questo. Poi ci sono quelli che si autopropongono, vedi Calenda, quelli (Enrico Letta) ancora con sfioppole di bruciature precedenti pronti a rispondere a Zingaretti; “Sei molto caro, però no, grazie”, quelli considerati ideali candidati come Franco Gabrielli (un no anche da lui).

 


Nel leggere un articolo del Corrierone sul Pd a caccia di un big da candidare a sindaco di Roma, ho appreso come sia stato ‘sondato con circospezione’ anche Massimo D’Alema. Fa sorridere l’annotazione dell’articolista Fabrizio Roncone: “D’Alema alle prese con i cinghiali che saccheggiano i cassonetti, vabbè”, ma fa piangere ripescare lui, più politico che amministratore, per un posto di sindaco, quando abbiamo come ministro degli esteri Luigi Di Maio. Pur non stimando il Massimo, ne riconosco una ben diversa statura e capacità di relazionarsi a livello internazionale. In ogni caso lui sarebbe fuori tempo Massimo.

 

Il Pd fatica a trovare un candidato e i nomi che girano hanno tutti un altro ruolo: Sassoli è presidente in Europa con la voglia forse di fare il presidente d’Italia, Roberto Gualtieri è ministro dell’economia e soltanto l’assurdità nostrana può pensare di toglierlo da quel ruolo, in un momento come questo. Poi ci sono quelli che si autopropongono, vedi Calenda, quelli (Enrico Letta) ancora con sfioppole di bruciature precedenti pronti a rispondere a Zingaretti; “Sei molto caro, però no, grazie”, quelli considerati ideali candidati come Franco Gabrielli (un no anche da lui).

 

Cercare a 360 gradi dimostra l’incapacità del Pd romano, in questi anni di opposizione, di individuare un rappresentante da crescere, sia come preparazione che come visibilità, per arrivare alla campagna elettorale con un programma e chi lo possa guidare, Se poi invece di uno, gli emergenti fossero due o tre, esistono le primarie, ma nessun candidato significa avere lavorato male

 

Dovere cercare fra personalità già altrimenti impegnate e comunque fuori dall’ambito amministrativo di Roma conferma, se mai ce ne fosse bisogno, come l’idea di un partito liquido sia una delle tragedie della seconda repubblica, pagata in particolare dal Pd, che aveva alle spalle una organizzazione capillare, nel tempo ridotta a comitato elettorale, sempre più nelle mani e ostaggio di singoli personaggi.

 

Io rimango convinto che in campagna elettorale non si debba andare a chiedere alla gente cosa voglia; è il momento invece di presentarsi con un progetto e una squadra definiti, sui quali trovare il consenso dei cittadini, ovvero: patti chiari e amicizia lunga, se meritata.


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