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05 novembre 2019
Parliamo di Province

Durante gli ultimi tre decenni le province sono state oggetto di tre riforme di riassetto istituzionale, volte a modificarne soprattutto le modalità di elezione ed i nuovi ambiti di competenza. L’ultima riforma richiama in causa la Legge 57 del 2014, volgarmente conosciuta come Riforma Delrio, voluta dall’allora Ministro delle Infrastrutture (laureato in Medicina e Chirurgia) e precedentemente noto per essere stato anche Presidente dell’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani). La riforma Delrio ha trasformato le province in enti amministrativi di secondo livello. 

 


Rappresenta uno dei temi di scontro e dibattito politico tanto controversi quanto spocchiosi di cui sentiamo parlare almeno da due decenni. Le provincie italiane: a cosa servono, quanto costano e perchè continuano ad esistere. Proviamo a fare luce su questo annoso tema politico che periodicamente riemerge nel confronto dialettico tra i vari partiti italiani. Qualche constatazione e qualche numero: le provincie purtroppo sono menzionate all’interno della Costituzione Italiana all’articolo 118 il quale attribuisce loro specifiche funzioni amministrative, ambiti di competenza ed una propria autonomia finanziaria per lo svolgimento delle loro funzioni, questo significa che sono anche dotate di potere impositivo nel rispetto del quadro normativo che contraddistingue il sistema tributario nazionale. Dall’Unità d’Italia, quando vennero concepite inizialmente come deputazioni provinciali, sino ai giorni nostri il loro numero è andato costantemente in ascesa, passando dalle 59 del 1861 alle attuali 107 del 2019. Per dare un metro di giudizio solo negli ultimi 45 anni sono state create 22 nuove provincie, tuttavia rientrano in questa definizione di ente territoriale anche le città metropolitane, le province autonome ed i liberi consorzi provinciali. Potrà sembrare strano sentirselo dire ma le province in Italia sono state compromesse nelle proprie funzioni a partire dal 1970 quando vennero concepite le regioni come enti territoriale amministrativi.

In buona sostanza le regioni, pur menzionate nella Costituzione italiana, ebbero proclamazione amministrativa con un ritardo di quasi 25 anni dall’approvazione del testo costituzionale, questo in quanto lo stato centrale era reticente a perdere il proprio accentramento di potere demandandolo ai nuovi enti periferici a connotazione regionale: le prime elezioni dei consigli regionali infatti ebbero luogo nel 1970. In sintesi pertanto le provincie amministravano il territorio di competenza da molto prima che arrivassero le regioni, questo addirittura ancora durante il Regno d’Italia. L’entrata in scena delle regioni muta pertanto l’assetto di governo del territorio nazionale. In origine infatti la provincia si occupava di numerose funzioni di amministrazione territoriale come la tutela e valorizzazione delle risorse idriche ed energetiche, la valorizzazione dei beni culturali, la protezione della flora e della fauna, l’organizzazione dello smaltimento dei rifiuti, il controllo degli scarichi delle acque, i servizi di igiene e profilassi pubblica e addirittura la formazione professionale. Le funzioni residue che oggi rimangono ancora di competenza delle provincie sono la protezione civile, l’organizzazione della rete scolastica, alcuni servizi legati alla gestione dei trasporti (come la vigilanza sulle strade, il rilascio di licenze e gli esami di idoneità alla guida), la gestione di alcuni aspetti del mercato del lavoro come gli uffici di collocamento ora ridenominati centri per l’impiego.

Durante gli ultimi tre decenni le provincie sono state oggetto di tre riforme di riassetto istituzionale, volte a modificarne soprattutto le modalità di elezione ed i nuovi ambiti di competenza. L’ultima riforma richiama in causa la Legge 57 del 2014, volgarmente conosciuta come Riforma Delrio, voluta dall’allora Ministro delle Infrastrutture (laureato in Medicina e Chirurgia) e precedentemente noto per essere stato anche Presidente dell’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani). La riforma Delrio ha trasformato le province in enti amministrativi di secondo livello con l’elezione dei propri organi a suffragio ristretto, il che significa che possono votare per eleggere i consigli provinciali solo i componenti dei consigli comunali che sono di competenza della provincia stessa. Inoltre sempre la riforma ha previsto il ridimensionamento nel numero dei consiglieri, eliminando la giunta regionale, i cui compiti sono stati trasferiti ai consiglieri delegati. Un nuovo organo denominato l’Assemblea dei Sindaci si occupa di deliberare il bilancio di esercizio della provincia. La riforma ha il pregio di ridurre nel suo complesso il numero dei consiglieri provinciali, in quanto questi ultimi possono andare da un minimo di 10 ad un massimo di 16 a seconda del numero di abitanti della provincia. In precedenza invece, oltre agli assessori, i consiglieri potevano andare da un minimo di 19 ad un massimo di 36: questo per le regioni a statuto ordinario, in quelle a statuto speciale il numero massimo poteva arrivare anche a 45 consiglieri provinciali.

Si deve inoltre ricordare che la riforma costituzionale bocciata nel 2016 voluta dal Governo Renzi prevedeva esclusivamente la rimozione dalla Costituzione di ogni riferimento alle province, queste ultime pertanto sarebbero state sostituite come enti dalle città metropolitane, già normate proprio con la Riforma Delrio. La mancata conferma in sede di consultazione referendaria del testo di riforma costituzionale ha determinato l’interruzione del processo di riforma, creando una condizione di stallo sia nella prospettiva del riassetto dei livelli di governo locale e sia nella gestione della situazione esistente. Al momento attuale pertanto le provincie italiane si trovano letteralmente in una sorta di limbo normativo anche a fronte delle varie operazioni di spending review che le ha interessate successivamente al 2016, vale a dire tagli alla spesa di parte corrente e tagli al personale dipendente: quest’ultimo passato da 48.000 a 28.000 unità, che in realtà non sono state tagliate, ma ricollocate in seno alle regioni. Con meno risorse umane e meno trasferimenti dalle amministrazioni centrali, le province faticano a svolgere le loro residue funzioni, soprattutto la gestione di strade provinciali e la gestione di istituti scolastici per la formazione superiore.

In ogni caso le province a partire dal 2012 sono state soggette a rilevanti tagli ai trasferimenti con addirittura richieste di contribuzione da parte dello Stato centrale al fine di concorrere al contenimento della spesa pubblica ed al risanamento della finanza pubblica. Per questo motivo ha più significato analizzare la dimensione dei tagli complessivi nel suo complesso: ci aiuta in tal senso un paper pubblicato dalla Camera dal titolo Misure di finanza pubblica a carico del comparto Province e Città metropolitane che riepiloga in 5.75 miliardi di euro il cumulo dei provvedimenti a carico delle provincie e città metropolitane. Il quadro nel suo complesso almeno per quanto concerne l’onerosità di questo ente territoriale tanto denigrato fa capire che adesso si deve accelerare il processo di trasferimento delle funzioni provinciali non fondamentali in favore delle regioni e possibilmente procedere ad un accorpamento amministrativo delle provincie che abbiano una popolazione di entità limitata rispetto alla moltitudine, magari diminuendo ulteriormente il numero dei componenti massimi dei consigli provinciali. Ad esempio vi sono 69 province che hanno una popolazione inferiore ai 500.000 abitanti e addirittura 26 con meno di 250.000 abitanti. L’opinione pubblica italiana si dovrebbe rendere conto che ormai sono le regioni il vaso di Pandora da scoperchiare, infatti queste ultime lentamente si sono trasformate in autentiche idrovore di risorse pubbliche senza più freni inibitori. Chi volesse approfondire può scaricare il seguente paper predisposto dalla Camera dei Deputati.

https://www.camera.it/temiap/documentazione/temi/pdf/1104880.pdf

www.benetazzo.com

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