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14 gennaio 2020
L’altalena di Penelope

In Italia una grande muraglia sarebbe impossibile; dopo cento anni saremmo ancora ai primi cinquanta metri e ci sarebbe costata come tutta l’opera.
Siamo diventati una nazione prigioniera di sé stessa.

 


Spegni l’altoforno, accendi l’altoforno, chiudi l’Ilva, apri l’Ilva. Fai la ferrovia in Val di Susa, blocca la ferrovia in Val di Susa, cambia il progetto alla ferrovia in Val di Susa. Fai la Bretella, ferma la Bretella, rinvia la Bretella, cambia la Bretella. Fai Quota 100, cancella Quota 100, cambia Quota 100, lascia così Quota 100. L’Italia è una grande altalena, un colpo avanti e un colpo indietro, ma tu sei sempre lì: la grande altalena di Penelope.
L’esempio eclatante di questi giorni? Roma: discariche sì, discariche no, termovalorizzatore sì, termovalorizzatore no e intanto i rifiuti invadono la città e vengono inviati (non gratis) in altre regioni o all’estero.
Sembra che siamo già bravissimi a progettare male (ad esempio la Bretella senza neanche studiare la compatibilità con la viabilità sulla quale incide, né le possibili alternative su rotaia), poi siamo bravissimi a inciampare nelle procedure per cui i ricorsi (in Italia un ricorso non lo si nega a nessuno) si moltiplicano come i piumini dei pioppi, poi siamo maestri nelle realizzazioni ‘al risparmio sui materiali, per cui tutti possono, in ogni momento, tirare il freno a mano: la magistratura, i partiti, i governi che si avvicendano, i gruppi di opinione.
In Italia una grande muraglia sarebbe impossibile; dopo cento anni saremmo ancora ai primi cinquanta metri e ci sarebbe costata come tutta l’opera.
Siamo diventati una nazione prigioniera di se stessa.


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