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07 maggio 2019
Quando risorge una stella: Stanlio & Ollio

Il regista Jon S. Baird dedica ai due più grandi geni della comicità di ogni tempo, Stan Laurel e Oliver Hardy, un omaggio straordinario. Così ridevano, novant'anni fa e così ridiamo noi, oggi. 

 


Durante la trasmissione Laurel & Hardy – Due teste senza cervello, che la RAI dedicò alla celebre coppia nell’autunno 1985, Alberto Sordi – com’è noto, la più celebre “voce” di Ollio – testimoniò che il declino dei due comici cominciò a ridosso dei primi anni Cinquanta, prima di raggiungere il punto più basso col loro ultimo, infelice lungometraggio, Atollo K, girato tra Francia e Italia. All’insuccesso del film – raccontava Albertone – seguì un tour internazionale, durante il quale il duo si esibiva nei propri sketch più noti: eppure il gusto dell’Assurdo, un tempo magica scintilla, andava affievolendosi fino a ridursi a umilianti spettacolini da rivista, unico modus operandi per le star di sbarcare il lunario spinte dall’indigenza. Nel biopic che Jon S. Baird dedica alla coppia, tutto questo si ritrova, e fedelmente, optando il regista per l’ultima parte della carriera a mo’ di cornice, opposta a un prologo in cui i Nostri, in una fase del successo già in bilico, discutono animatamente (con Laurel che minaccia la rescissione contrattuale col simpatizzante fascista Hal Roach, e Hardy che vanamente cerca di dissuaderlo), mentre s’avviano sul set de I fanciulli del West per la scena del balletto all’ingresso d’un saloon. La riuscita di Stanlio & Ollio – inutile negarlo – scaturisce da un senso di verosimiglianza attenta a fotografare l’istantanea di un’epoca in cui i tempi d’oro di quello humour cedono il passo a nuove leve, nuovi talenti, nuovi fan. A conciliare con segmenti in cui il duo si esibisce in teatrini che si svuotano sempre più desolatamente, costretto ad alloggi mortificanti e non proprio all’altezza della loro fama, sono i nuovi astri d’un vaudeville in crescita, di cui Norman Wisdom è principale stella, o del cinema comico di Gianni e Pinotto (troneggiante su un manifesto che lo sconsolato Stan rimira), che sembra averli spazzati via. Tale senso di smarrimento imminente acquista maggior palpabilità nella scena in cui, essendo Ollie costretto a letto dopo un attacco cardiaco, il partner è indeciso se rimpiazzarlo o meno – e con chi, poi. Segue la lunga parentesi dell’ipotetica lavorazione d’una parodia di Robin Hood, che i due immaginano girata come un’operetta in stile Fra Diavolo e che la carenza di fondi (e lo scarso interesse del produttore Harold J. Miffin) rende impossibile. E si assiste, nel corso d’un ricevimento, a frizioni e malumori tra caratteri complementari e diversi, con Stan accusato di essere un vuoto egoista senza gag né macchina da scrivere, e “Babe” tacciato di pigrizia e scarso talento come interprete “serio” (e in effetti, se si esclude la partecipazione al fallimentare Zenobia dove Hardy “tradì” Laurel con Harry Langdon, la sola pellicola in cui recitò da coprotagonista fu Dopo Waterloo, al fianco di John Wayne). Ma pur nei contrasti, proprio la complementarietà fa sì che l’un l’altro si rivelino un’inconfessata verità, obbligando uno dei due, tra il clamore d’un pubblico che li applaude come un tempo, a una scelta rischiosamente consapevole. Benché talora si ceda il passo a inevitabili romanticherie, l’agiografica verosimiglianza è rispettata con scrupolo e dovizia: se ci si appassiona agli ultimi bagliori d’un (ilare) crepuscolo, è solo perché l’amore di tutti per quei clown irresistibili non s’è mai spento, e la loro storia è cosa nota. Né mancano i dettagli dei trascorsi d’alcolista di Stan o della mania per le scommesse di Ollie (presente, come pochi sanno, anche ne La gioia della vita di Frank Capra in cui Hardy concedeva un autoironico cameo). Complice l’apporto dello sceneggiatore Jeff Pope, Baird non dimentica d’includere il collaudato artificio realtà-finzione, che nell’episodio della lite disorienta gli invitati incapaci di stabilire se assistano o meno a uno sketch. Nonostante l’effettiva riuscita, dovuta in primis all’alchimia mimetica degli interpreti Steve Coogan e John C. Reilly (col secondo, ingrassato per l’occasione, a uscirne trionfante), ci si chiede cosa sarebbe stata l’operazione se avesse disposto del tocco filmologico d’uno Scorsese o di un Bogdanovich, che col recente documentario The Great Buster: A Celebration, dedicato a un altro pilastro della comicità, acclude un tassello al campionario della celluloide comica che fu. Qui, tornando la mente anche a quella commedia di Broadway ch’era I ragazzi irresistibili, appunto imperniata su due ex stelle del varietà e sulle loro incomprensioni, si (sor)ride e ci si commuove nel rimpianto d’uno humour prossimo al congedo, che – come specifica una dicitura conclusiva – non ha impedito al vecchio Laurel di continuare a scrivere, anche dopo la morte del partner e dopo il ritiro dalle scene. Come non ha impedito alla sua opera di essere riscoperta da futuri maestri della comicità, da Jacques Tati a Jerry Lewis, nonché allo scrittore Osvaldo Soriano di dedicare alla coppia (e un po’ a tutta la Hollywood dell’epoca) Triste, solitario y final. E, sullo scorrere degli ending credits, altrettanto inevitabile è veder riapparire le due stelle – quelle vere – che danzano nella scena de I fanciulli del West. Così ridevano. E così ridevamo anche noi, nati molto dopo, come i bambini di novant’anni fa.


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