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28 luglio 2020
Gone with Hollywood

Omaggio alll'ultima diva: Olivia de Havilland. Con lei, scompare definitivamente un mondo,  una bolla di sapone lunga più d’un secolo, cui non resta che sopperire con la memoria, ed eventualmente con le suggestioni del mito.

 


 

La scomparsa di Olivia de Havilland, ultima diva ancora in vita della Grande Hollywood dorata, era purtroppo qualcosa di atteso. Come per Kirk Douglas, più giovane di cinque mesi e mancato lo scorso febbraio. Scompare lei, e scompare definitivamente un mondo: una bolla di sapone lunga più d’un secolo, cui non resta che sopperire con la memoria, ed eventualmente con le suggestioni del mito. E com’è consuetudine del web, nel salutare calorosamente una stella entrata nel collettivo immaginario per un ruolo (superfluo dire quale…), la tornata di messaggi in cui ci s’imbatte suona più leggendaria delle interpretazioni da questa offerte; nella fattispecie, quando la celluloide e la sfera privata si fondono sino a formare un singolare unicum. Ecco allora che Olivia Mary – questo il nome anagrafico – è il dolce e suadente contraltare dell’irruente guasconeria di Errol Flynn in sette titoli griffati Warner, molti dei quali (Capitan Blood, La carica dei seicento e La leggenda di Robin Hood) divenuti dei classici. Già figlia d’arte, l’apparizione che ne rivela le doti d’attrice è però l’imminente sposina Ermia, nella magica trasposizione del Sogno di una notte di mezza estate, firmata dal regista teatrale Max Reinhardt, e da William Dieterle in qualità di consulente cinematografico. Proprio tale dolcezza, coniugata allo charme di figurina incantevole ed esuberante (la medesima che le permette di far colpo su James Cagney giusto fumando una sigaretta), è una sottile linea rossa da non prendere alla lettera, benché agevoli nella lettura d’un milieu così colorato e fiabesco, in superficie, da non riuscire del tutto a nascondere sfaccettature ambigue. Certo, la cronaca rosa tuttora sguazza nella realtà fattasi leggenda dell’eterna competizione con la sorella minore Joan Fontaine (e a cui Olivia soffiò una delle due conquistate statuette), costituita da reciproci dispetti, equivoci, litigi, riconciliazioni, e terminata una volta per tutte con la scomparsa di Joan. Ma l’unicum cui s’accennava s’incarna negli ambigui ruoli di creatura indifesa dove il mélo va a braccetto col noir. Se La porta d’oro, dallo script targato Billy Wilder e Charles Brackett, le frutta l’Oscar nelle vesti d’una maestrina infatuata d’un avventuriero ex gigolo, è il ruolo della giovane affetta d’amnesia, internata nella fossa dei serpenti d’un istituto manicomiale, a sdoganare il tema della follia denudando virtù e difetti del contesto sanitario, come le implicazioni sociali che ne scaturiscono, servita da un’asciutta struttura a flashback. E prima che William Wyler le regali la parte, anche questa premiata, della timida ereditiera di Henry James corteggiata dal cinico arrivista Montgomery Clift, il double face della personalità di Olivia sprigiona a tutta forza, ne Lo specchio scuro, in una coppia di gemelle d’opposto carattere (topos che lo stesso De Palma riprenderà molto dopo), la cui multipla presenza è assecondata dal gioco di superfici riflettenti senza consentire alla polizia di stabilire l’incriminazione d’un delitto per la reticenza di ambedue, prima del sorprendente coup de théâtre finale. Va da sé che il forte legame con Bette Davis, altro mostro sacro dalla spigolosa personalità, la mette a proprio agio, oltreché nel melodramma, nelle pellicole in costume o in quelle a metà strada fra il thriller e l’horror grottesco. E risulta più facile inquadrare l’intensa performance della ricca vedova prigioniera di un ascensore che un blackout tramuta in gabbia, alle prese con un interminabile delirio che, senza risparmiare nessuno, ne fa un’inerme vittima in balia degli eventi. Soprassedendo sulle immancabili, occasionali partecipazioni in età ormai avanzata – la sovrintendente scolastica nel fantascientifico Swarm o la passeggera nella terza puntata del catastrofico Airport – è a questa de Havilland, più ancora che a Melania, che occorrerebbe ripensare nell’esegesi d’un interprete intelligente e ambiziosa (“La gente famosa crede di doversi trovare sempre sulla cresta dell’onda”), la cui scaltrezza permette di rifiutare mediocri copioni, in prevalenza parti uniformi e piatte, sfidando il sistema di grandi case produttrici in tempi in cui la legge permette la sospensione dei contratti. Sicché le prove più mature da tragica protagonista (come la ragazza-madre di provincia indotta, a causa dell’imperante perbenismo, ad accudire il figlio a distanza), ostentano la capacità di ribellarsi al conformismo vigente dentro e fuori, trascendendo ogni fantasia, sopravvivendo a tutto fuorché all’ineluttabile destino. Che da par suo, indirettamente le ha concesso di assistere alle tragicomiche qualifiche razziste a Via col vento, e addirittura alla sua cancellazione dai listini HBO. Il resto, inclusa la diceria secondo cui avrebbe “doppiato” Vivien Leigh nel dar di stomaco, appartiene a una leggenda: eclissatasi per sempre, come lei.


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