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03 dicembre 2019
Conflitto d’interessi: Parasite

Ottavo lavoro di Bong Joon-ho, pellicola con la quale per la prima volta la Sud-Corea conquista Cannes, incassando più di cento milioni di dollari nel mondo.

“Io che conosco tanta gente, son venuto su dal niente,

C’ho una bella posizione, non è giusto che la perda,

Mi son fatto tutto da me, mi son fatto tutto da me,

Mi son fatto tutto da me...

                                                       Mi son fatto tutto di merda!”

                                                                            GIORGIO GABER

Nella recente crociata contro cinecomics e prodotti Netflix – che vedono eponime firme del grande schermo schierarsi contro i primi, optando per i secondi pur di continuare l’attività – lo spettatore più attento avrebbe di che riflettere. Certo, non mancano le eccezioni se è vero che nel catalogo della citata Netflix un po’ di sole (d’autore) nell’acqua gelida della mediocrità permette di riscoprire antichi sapori in apparenza smarriti; così, mentre Amazon si decide a far uscire l’ultima fatica di Woody Allen nel mare magno delle polemiche, il crepuscolo d’una malavita in fase cimiteriale (The Irishman di Scorsese) o la dolente lastra d’un ménage in crisi tra verità e finzioni (Storia di un matrimonio di Baumbach) farebbero ben sperare che tali esiti non s’arenino alle società di distribuzione via Internet e consentano al cinema, sempre più sfera dall’incerto avvenire, di perseverare nella propria (seppur limitata) forma d’espressione sull’odierno presente. Ancora una volta, una possibile ancora di salvezza giunge dalla produzione asiatica, cui bastano pochi indizi e molta inventiva registica per confezionare un prodotto che comunichi col pubblico, e col quale quest’ultimo si riverberi tra divertimento e amarezza. Vedere per credere Parasite, ottavo lavoro di Bong Joon-ho, col quale per la prima volta la Sud-Corea conquista Cannes, incassando più di cento milioni di dollari nel mondo: la finestra d’uno scantinato, un sottoscala, una connessione Wi-Fi abusiva, una blatta a gironzolare su un tavolo, già da soli dicono della condizione economico-familiare di quattro poveracci ma pure del climax d’un Paese desideroso di progredire, fermo in verità all’obsoleto paradigma secondo cui l’upper class esiste, e prospera, sulla pellaccia (e sull’odore) degli indigenti. Complice la soffiata d’un amico, studente in una facoltosa università, il Caso vuole che il giovane rampollo della famiglia protagonista, costretta a campare grazie al sussidio di disoccupazione, trovi lavoro come insegnante privato della figlia d’una coppia d’arricchiti; la scaltrezza del ragazzo e della sorella, esperti d’informatica quanto occorre per ottenere una laurea contraffatta, fa sì che l’uno introduca l’altra nel nucleo in qualità di tutrice di sostegno per il figlio più piccolo. Quel che scaturisce è un machiavellico carosello, dettato dall’avidità prima che dalla disperazione, che induce la nuova arrivata a far licenziare lo chauffeur per consentire al padre di occuparne il posto, e quest’ultimo, a mo’ di effetto-domino, a far assumere la moglie come colf, una volta messa in disgrazia la vera domestica grazie a un’allergia da pesche indotta dai diabolici ragazzi. I presupposti per traslare un canovaccio neorealista in movimentata farsa al cianuro figurano tutti, e nel cinico progetto, studiato per consentire a quella ciurma di poveri cristi una grama fetta di benessere, a tratti pare d’assistere a un lavoro francese à la Veber o di tornare ai fasti della commedia italiana. Quando poi i padroni di casa decidono di trascorrere il weekend fuori città, lasciando custodi della villa i Nostri, un imprevisto rimette le carte in tavola: i meschini scoprono di non esser gli unici ad abitarla, né soprattutto i soli desiderosi d’un agiato tetto sulle spalle. Se chi scrive non va oltre per non sciupare la sorpresa, occorre segnalare come il nerissimo humour impiegato nella prima metà sfumi in un’atmosfera hitchcockiana sempre più allucinata, dove la tensione incalza quanto la girandola di colpi di scena, sino a sgombrare il campo da ogni equivoco. Sicché Parasite non è solo un apologo sull’indigenza e sulle efferatezze che questa spinge a compiere, ma pure una radiografia di matrice hegeliana sul conflitto di classe, tant’è che le venature thrilling di cui è imbastita la messinscena, sfocianti in un misterioso sotterraneo-bunker, fanno persino ripensare a un capolavoro sull’identico tema, Il servo di Losey. Tuttavia Bong Joon-ho non inverte i ceti sociali, ostentandoli per come sono dietro i paraventi: se il gap fra entrambi risiede nella piccola salita che conduce il basso rango verso lo chalet, rimarcando l’incolmabile distanza, il giocoso interesse del piccolo Da-song per gli indiani d’America non si può non leggere quale segnale d’uno storico esproprio macchiato d’intolleranza; lo stesso bimbo, a un certo punto, funge da ago della bilancia individuando negli intrusi l’identico odore, e al momento opportuno è l’unico a rimanere fuori dalla villa quando padroni e servi, questi ultimi nascosti, sono riuniti nello stesso raggio. A dispetto dell’americano Storia di un matrimonio, qui la farsa non serve per camuffare sentimenti genuini, né cessa di serbare amarezza dietro la risata (si pensi allo scetticismo di Da-hye verso il fratellino, considerato un genio dai genitori): emblematico è il segmento che raduna gli intrusi Kim intenti ad ingozzarsi di alcol e schifezze nel lussuoso salotto – quasi un Cenacolo di grossolana fattura – finché un risentito Ki-taek non reagisce alle battute della moglie che lo paragona allo scarafaggio dell’incipit; e come un insetto l’uomo deve strisciare via per non esser scoperto dai Park mentre fanno sesso (e per eccitarsi accennano alle mutandine lasciate dalla figlia di Ki-taek nella loro auto) e, all’occorrenza, rifugiandosi nel sotterraneo per sfuggire alla polizia quando una festa di compleanno culmina in tragedia. La finzione svela una verità atta a presentare i ricchi come creature anche più mostruose e ignoranti di chi, patetico ma non innocente, s’accapiglia per un’infima fetta di opulenza: l’orrore è nel surplus di benessere dietro la superficiale scorza, profittatore di un’eterna guerra tra poveri, questi ultimi indiretto capitale umano di reali parassiti che solo a parole dicono di ammirare chi viaggia in metropolitana e non ambisce a oltrepassare alcuna soglia sociale. Strumenti all’apparenza fortunosi, dallo smartphone a Google, si rivelano malefici; nella propria scarna icona, una medaglia si riduce a vanificato spiraglio di gloria, una pietra ornamentale a corpo contundente da scagliare sulla testa di qualcuno, o a plausibile auspicio di speranza. Lo scantinato è inequivocabile allegoria dell’unica posizione sociale che i meno abbienti possono permettersi: gli effetti d’una copiosa alluvione riconducono a una realtà sovrastante che assembla in un unicum i rifugiati, azzerando la discrepanza sul gradino successivo della scala, un tombino o un water, portando i protagonisti a un milieu da cui non poter fuggire (e poco prima l’acqua gli serve per cacciare un clochard che orina vicino alla loro misera abitazione). Un’inattesa resa dei conti ha luogo durante una festicciola, pensata per superare il trauma di Da-song nell’aver visto un intruso aggirarsi tra le mura domestiche: il quale non solo si ripresenta ma innesca in Ki-taek quel piano di cui, secondo la sua constatazione, non si dovrebbe mai disporre per non conoscere la delusione. Anche se un soprassalto d’orgoglio implica che per la “cosa giusta” tre persone perdano la vita, la finestra che introduce e sigla Parasite concede uno spiraglio possibilista, mentre la neve cade nel solo istante poetico del film. La maledetta magione, un giorno o l’altro, potrà essere luogo d’una conseguita felicità familiare: ma forse è solo un sogno d’incerta realizzazione, pronosticato da una missiva che il figlio computa al padre in alfabeto morse, ripristinando un umano legame (guarda caso, gli unici Kim a tornare alla vita di sempre sono madre e figlio, principio e fine dell’utopica escalation). Sino ad allora, mostrano le immagini conclusive, lo chalet è ereditato da un nuovo nucleo di ricchi emigrati, con un intruso nel bunker, destinato a portare avanti un’eredità dai sinistri contorni. Come una nuova storia infinita. Altro che aggiornamento dei tempi, altro che progresso: globalizzazione e capitalismo continuano a condurre il gioco. Il crimine –


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