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13 dicembre 2005
Porta a porta, il tentacolo e il prodotto della crescita

porta a porta.jpg  La serata, piacevole e stimolante, si conclude con una simpatica cenetta: di fatto un unico piatto, lieve, incentrato su un tentacolo di piovra contornato da patate e verdura varia: appetitoso e non impegnativo. Un modesto boccale di birra e un caffé.

Al rientro, nonostante l’ora ormai tarda e la prevenzione viscerale verso i programmi televisivi, faccio una veloce carrellata sui vari canali: rassegnato al consueto nulla, sto per spegnere tutto e dedicarmi alla lettura, ma sono marginalmente sfiorato dall’intervento di una signora, che sta dissertando sul dilagare delle sostanze stupefacenti in certi strati dell’umano consesso.

L’immediata reazione, scontata e banale, di un altro partecipante che invita a non generalizzare mi indurrebbe a spegnere, ma l’intervento di un noto psico-socio-pedagogo m’invoglia ad investire ancora un poco di tempo.

Per non essere inutilmente misterioso dirò che si tratta della nota e frequentata trasmissione “Porta a porta”, condotta dal valido Bruno Vespa.

A tavola s’era parlato di vari argomenti: la crisi dell’Inter, l’affronto di Sigonella agli USA da parte del compianto Bettino Craxi, l’avvenire della Fiat e la dolorosa vicenda di un illustre rampollo di casa Agnelli.

Forse, anche l’attinenza con l’argomento trattato in compagnia di amici, mi spinge a non spegnere. Sta di fatto che mi pongo in ascolto delle varie voci: si parla di stupefacenti, del degrado cui è giunta la nostra società, del tracimare ormai incontrollabile delle sostanze in questione, che, argutamente, Bruno Vespa attribuisce al dilagare di una mentalità, di un modo di essere che si rifà a  modelli artefatti, vacui ecc. ecc.

Di nuovo mi assale, dinnanzi a tanta ipocrisia, la volontà di spegnere: ma il pensiero vola lontano, indietro nel tempo, quando ancora il disastro non era compiuto. Quando forse ancora si sarebbe potuto, con pensiero forte e con azioni ferme e severe, sperare di stroncare o, quantomeno di arginare, la lurida faccenda della diffusione delle droghe.

Ma bisognava essere compatti, avere dei governanti degni e capaci, in grado di agire con la dovuta severità nei confronti delle organizzazioni criminali, degli spacciatori e dei consumatori e di porre in condizione di non nuocere i miseri, laidi, starnazzanti cantori di un ideale di presunta libertà, che altro non era se non un peana [1] alla licenza sfrenata.

Chissà se, dati i volumi d’affari connessi già allora al turpe traffico, quel ragliare reiterato, ostinato, non fosse in realtà motivato da infimi interessi di bottega. Il vecchio detto “ Lucri bonus est odor ex re qualibet   [2] non manca mai di reiterare la propria forza inveterata: basti riflettere su ciò che succede anche ai nostri giorni col petrolio: provate a pensare da dove arriva, pensate da dove arrivavano primadel crollo i finanziamenti a certe correnti ideologiche, pensate a dove si possano rivolgere quelle stesse correnti ideologiche, dopo il crollo, per avere il denaronecessario a sopravvivere. E in cambio di che cosa.

Ma queste sono solo fantasie: del resto quale solerte funzionario della Stato, in Italia, si sognerà mai di avviare indagini serie su queste cosucce?

Mi accorgo che sto divagando troppo: stavo dunque riflettendo sull’origine della situazione drammatica, sottolineata da Vespa con stupore ed indignazione, in cui si trova la nostra società e penso: certo a quei tempi, nei fulgidi anni Settanta, s’inventavano manifestazioni di protesta, si scrivevano articoli, si indicevano tavole rotonde e scioperi della fame per sostenere la diffusione di queste sostanze, ma, certo perbacco, non per interessi di bottega! Mai! Solo ed esclusivamente per difendere l’ideale di libertà.

Ma oggi, quei tali, - mi chiedo -, ammesso che non abbiano difeso la diffusione della droga per abietti motivi “di ordine economico” ma per presunti “ideali di libertà”, codesti individui, dicevo, si renderanno conto del crimine spropositato che hanno commesso? No, mi rispondo da solo: o erano in malafede allora come lo sono oggi, quindi non lo ammetteranno mai, o erano ottenebrati allora dai troppi spinelli, o canne, o pere, come lo sono oggi, e, ugualmente, non lo ammetteranno mai.

Mentre il pensiero divaga, in questo oceano di melma [3] , odo un suono dal televisore che all’incirca gracida così: - «…perché queste sostanze, al pari dell’alcol, agiscono sul prodotto del concepimento …»; il suono, con una vaga inflessione straniera, mi colpisce per i termini impiegati.

Il tentacolo della piovra, stimolato dalla cacofonia e dalla bestialità della locuzione “prodotto del concepimento”, attiva le ventose nello stomaco, provocando reazioni emetiche [4] . Nonostante ciò, con un certo sacrificio, ascolto con più attenzione.

Dopo avere pronunciato sottovoce la parola “feto”, quasi si vergognasse, il soggetto simile ad un ectoplasma riprende: “è sufficiente che la donna beva un bicchiere di vino alla settimana, perché il prodotto del concepimento ne risenta ….”. Vespa non nasconde una certa irritazione per la singolarità dell’affermazione circa l’irrisoria quantità di alcol e rivolge un richiamo al comune buon senso: - «Non facciamo del terrorismo gratuito! Stento a credere che un bicchiere di vino alla settimana possa nuocere …». Tuttavia l’ectoplasma non si arrende: - « … Il prodotto del concepimento nel due, quattro per cento dei casi ne risente ….».

Non desidero entrare nel merito di queste affermazioni, vendute come fossero oro colato, mentre in realtà sono solo il frutto marcescente di anti-etilismo ideologico mediatico.

Non desidero neppure entrare nel merito della vecchia, sordida tattica di offuscare e sminuire la gravità tossica delle sostanze stupefacenti, per mezzo di dati numerici manipolati in modo turpe e spacciati per “statistiche”, che equiparano le droghe a sostanze che diventano nocive solo se consumate in quantità eccessive: la più comunemente utilizzata per questi scopi è l’alcol. Ai tempi,  fu uno strumento di coloro che muggivano siffatte teorie e lo è ancor oggi: certo i proventi dell’alcol, seppur imponenti, non possono essere equiparati a quelli delle droghe, leggere o pesanti che siano. E poi a trarre profitto dall’alcol, come dal fumo, è l’Erario (che notoriamente non elargisce nulla), non le cosche e le organizzazioni internazionali. Questa differenza, tanto sostanziale quanto evidente, spiegherebbe assai bene i digiuni e le altre campagne “libertarie” a favore delle droghe.

Che dire infine circa l’ectoplasma gracidante? Rendiamogli noto che se per lui l’essere umano nella fase iniziale è un semplice “prodotto del concepimento”, vuol dire che egli è semplicemente il “prodotto della crescita”, come accade ad una qualsiasi ranocchia o, meglio, al gorgonzola che ha avuto origine da una muffa.

Un consiglio, se mi è concesso, al valido e capace dott. Vespa: quando Le capitano simili evenienze, non abbia timore di sbertucciare a dovere le ranocchie gracidanti. Avrà la gratitudine di molti fra i telespettatori, scoraggerà la futura partecipazione di altri esemplari della stessa genìa, accrescerà l’audience della trasmissione; obiettivo che, ne sono certo, non è per Lei di secondaria importanza.



[1] Inno corale in onore di Apollo e Artemide, poi inno di guerra, infine canto di vittoria. Va detto che Apollo era ritenuto dai Greci il dio risanatore per eccellenza.

[2] Il profumo del guadagno è buono qualunque sia la sua provenienza. (Giovenale 14, 204 s.)

[3] Vi invito ad apprezzare l’eufemismo.

[4] Emetico: che provoca il vomito.


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