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Collezionismo - 08 novembre 2005
Sul collezionismo, ed in particolare di fotocamere.

fotocamera antica.jpgQuando una raccolta può essere definita incontestabilmente una collezione? Viceversa: quando un insieme (per quanto numeroso) di oggetti non è una collezione ma una raccolta? E’ una questione di quantità o di qualità, esiste un numero minimo di pezzi che attribuiscono agli stessi la certa, incontestabile ed universale definizione di collezione? Come nasce il desiderio, la curiosità, di acquistare attrezzature fotografiche non per usarle ma per custodirle “sotto vetro”, ricercando a volte modelli che rappresentano una fine variante costruttiva di una o più fotocamere già possedute e del tutto uguali? Vorrei dare un contributo personale sulla questione, non penso tuttavia che l’argomento sia esauribile o comunque determinabile in modo certo ed assoluto per tutti, mi piacerebbe attivare un contraddittorio con tutti gli amici che condividono il malanno del collezionismo. Comincerei dall’etimologia: collezione deriva dal latino collectio che significa raccolta, tuttavia modernamente distinguiamo il collezionismo come una raccolta logica, organica, strutturata, che ha alla base un interesse, un’idea, che ne determina scelte ed accostamenti. Quindi, paradossalmente, il possesso di cento fotocamere senza un preciso indirizzo è una raccolta, mentre il possesso di una sola fotocamera, corredata però di tutte le ottiche e di tutti gli accessori a lei dedicate, è di per sé una collezione. Esiste una pezzatura minima che distingua una collezione da una raccolta? A mio avviso il numero veramente minimo di pezzi è due. Pensiamo all’ipotesi di una fabbrica che abbia prodotto un solo modello: la Compass di Jager Le Coultre, per esempio. Il semplice possesso di una Compass non si può definire collezione, anche se il modello esaurisce l’intera gamma della fabbrica. Per assurdo, nemmeno il possesso di tutta la produzione della Jager, cinquemila pezzi, si potrebbe definire una collezione, perché mi sembra accettabile il concetto che un insieme più o meno grande di pezzi tutti perfettamente uguali non è altro che una raccolta. Invece, se di Compass se ne possiedono anche solo due, tuttavia leggermente diverse una dall’altra, e queste rappresentano l’intera varietà della produzione, mi sembra accettabile definirle una collezione: piccola, minima, però tale. Il criteriofotocamera digitale.jpg probabilmente più diffuso di organizzare una collezione è quello di cercare pezzi omogenei: fabbricati dalla stessa ditta, solo la produzione a telemetro o reflex di una o più marche, con o senza le ottiche o gli accessori. Apparentemente ogni scelta, ogni ricerca appare giustificabile ed accettabile: ma è proprio così? Mi chiedo, ad esempio, se mettere insieme un certo numero di fotocamere aventi come comune filo conduttore la caratteristica di essere tutte nere e reflex, di varie marche, con la matricola che finisce con il numero 2 e prive dell’autoscatto, possa definire questa raccolta una collezione. E’ corretto qualunque criterio di selezione si abbia attuato in una raccolta per poterla definire una collezione? Evidentemente se ho acquistato 100 fotocamere sarà sempre possibile ritrovare nel lotto uno o più temi (marca, formato, sistema di visione, tipo di otturatore etc.) per unire gruppi di macchine tra loro o trasversalmente. Personalmente ho teorizzato (e sto ricercando) tutte le fotocamere 135 reflex  innovative, per intenderci dalla Kine Exakta alla prima autofocus della Pentax, anche se può essere discutibile se una certa soluzione introdotta sia stata veramente un’innovazione oppure solo una curiosità. Un aspetto che certamente differenzia il collezionismo fotografico, per esempio, da quello filatelico, è nella potenzialità che l’oggetto fotografico esprime per sua stessa natura. Il francobollo nasce per pagare il costo del recapito di una lettera, ed esaurisce la sua funzione incollandolo su una busta ed affidando quest’ultima alle poste. La fotocamera nasce invece per eseguire fotografie, cioè per sviluppare una funzione espressiva, documentativa, scientifica o quant’altro, ed in modo ripetitivo, accompagnando spesso il proprietario per tutta la vita. Non tutti nascono con l’estro creativo e l’occhio acuto di Cartier-Bresson, ma la nostra natura ci spinge ad addebitare l’incapacità fotografica allo strumento e non all’esecutore, dando inizio così un lungo percorso fatto di acquisti o di rovinosi scambi, sempre all’inseguimento del mito della fotocamera infallibile e dell’ottica che trasforma ogni nostra immagine in un capolavoro. A volte germoglia in tal modo il seme di una collezione: si comincia con l’acquistare l’ottica in più dal raro utilizzo, la fotocamera di medio formato da utilizzare in occasioni particolari (che di fatto poi non capitano mai), l’accessorio dedicato “per quella volta che mi deciderò a fare un po’ di macro” e via dicendo, anche perché l’acquisto di un bene qualsiasi è di per sé consolatorio, in alcuni momenti della vita ci dà quel piacere che è stato diversamente cercato e negato. Poi capita di acquistare l’ottica strepitosa e per tanto tempo desiderata, dal costo allineato alle prestazioni ma che promette risultati straordinari, l’oggetto che ritenevamo si frapponesse tra la nostra scarsa produzione fotografica e le vette qualitative ammirate sulle pagine patinate delle nostre riviste preferite. Ne contempliamo la trasparenza dei vetri, la squisita fattura meccanica, l’accuratezza delle rifiniture, la forma appropriata alle funzioni, l’ergonomia, il peso che, se da un lato ne penalizza il trasporto, dall’altro ci sembra più che adeguato al prezzo pagato. La montiamo e smontiamo dalla fotocamera, apprezzandone il perfetto innesto, rimiriamo attraverso il mirino la promessa di immagini superbe, alcuni arrivano persino a maneggiare l’oggetto delle proprie attenzioni solo calzando guanti in seta, per non lasciare immonde tracce corporali su questa vetta della perfezione tecnica. Finalmente arriva il momento tanto atteso e temuto, abbiamo dotato la fotocamera della pellicola che ci sembra più appropriata, ed usciamo di casa emozionati ed ansiosi di provare un’ottica che tanto ambita e della quale abbiamo vantato i risultati con gli amici prima ancora di averla usata. Passato qualche giorno, andiamo a ritirare dal nostro negozio di fiducia il risultato di tante aspettative, ma, come nel sabato del villaggio, il risultato finale non ci dà quei brividi, quelle sottili emozioni che eravamo sicuri di provare. Le immagini ci appaiono ineccepibili dal punto di vista tecnico, non ci sono sfocature o distorsioni apparenti, i colori sembrano fedeli, ma il risultato è molto simile ai nostri standard, ancora una volta la vita ci ha riservato una delusione. Allora smontiamo l’ottica dalla fotocamera (per carità, con quello che è costata!), e la riponiamo con amore nella nostra vetrinetta preferita, in prima fila a far bella mostra di sé, pronti a magnificarne le prestazioni con i nostri amici, ma un po’ titubanti a riutilizzarla: potrebbe rovinarsi, potrebbero scipparcela. Passando il tempo altre ottiche, altre fotocamere occuperanno il nostro immaginario fotografico, promettendo quei risultati tanto desiderati, ed altre delusioni ci attenderanno dietro l’angolo, man mano che il numero di oggetti all’interno della nostra vetrinetta aumenterà! Così, lentamente, il nostro interesse si sposta dal fine, la fotografia, al mezzo, l’attrezzatura specifica. Ma se questo può già apparire eccessivo, esiste poi quella che francamente mi appare una forma patologica di collezionismo: acquistare attrezzature solo se perfettamente imballate ed in modo tale conservarle, negandosi masochisticamente anche il semplice piacere del contatto, non solo quindi della funzione, in nome di un'assoluta conservazione del bene acquistato. Mi è capitato, anche recentemente, di parlare con un anziano fotoamatore conosciuto all’interno di un negozio che definirei “il tempio” del collezionismo in Emilia Romagna, e con il quale si era avviato un confronto serrato sulle qualità delle ottiche Contarex. Tutto sembrava andare per il meglio, ma ad un certo punto delle nostre disquisizioni, emerse il mio prevalente interesse collezionistico, ed osservai divertito il mio scandalizzato interlocutore prendere anche fisicamente le distanze da me, quasi avessi rivelato di essere affetto da lebbra o peggio. Gli spiegai allora che quel negozio, i mercatini di antiquariato fotografico (proliferati a dismisura negli ultimi anni), il rispetto di certe attrezzature ormai obsolete che vengono conservate e restaurate con amore anziché essere rottamate, tutto ciò esiste grazie al collezionismo. Infatti chi comprerebbe oggi una Contarex Ciclope pagandola profumatamente per utilizzarla amatorialmente o professionalmente in modo non saltuario? Che fine hanno fatto invece,  per esempio, tutti i modelli ormai superati di computer, letteralmente rottamati ad ogni frequente aggiornamento?


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