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Cultura - 06 dicembre 2005
Al di là del cinema: a lezione da Scorsese, re(ttore) per un giorno

Martin Scorsese.jpg“E’ la fortuna a giocare la sua nona palla.

Ma per alcuni giocatori anche la fortuna è un’arte.”

 

Dal film Il colore dei soldi, 1986

 

 

Che Martin Scorsese sia uno dei cineasti più prolifici del panorama cinematografico – e perlomeno in quello odierno, probabilmente, il più rappresentativo – non occorre che lo affermi Pier Ugo Calzolari, rettore dell’Alma Mater Studiorum di Bologna. Forse, non occorre nemmeno che lo ribadisca il pur autorevole Franco La Polla, esperto di cultura nordamericana e, nella fattispecie, autore di saggi di assoluto rilievo sulla cinematografia statunitense. Anche se, nel proprio discorso di presentazione, il docente interpreta con parole partecipi e profonde il percorso critico, interpretativo ed esistenziale dell’autore, senza tralasciare i differenti ruoli esercitati da Scorsese in ambito cinematografico nel corso degli anni (cinefilo, cineasta, critico, storico, filologo, documentarista, archivista, restauratore, produttore, talent scout, mecenate e – dulcis in fundo – perfino attore).

Percorso di crescita individuale da sempre rintracciabile nella filmografia del regista italo-americano, i cui personaggi – come una sorta di simbiosi – sono obbligati a una maturazione spirituale che collima con l’azione o la scelta teoricamente più giusta da fare, complice la serie di circostanze di cui ognuno è protagonista dopo le iniziali esitazioni. Parafrasando il discorso di La Polla, l’itinerario conseguito dall’ex-cantante vedova di Alice non abita più qui per raggiungere la città natale è destinato, nel tempo, a traslare in quello catartico del miliardario protagonista del recente The Aviator: in questi come in altri casi, si tratta di un pellegrinaggio costellato di traversie, circostanze dolorose o comunque difficili, che sfociano nelle solitudini di personaggi peraltro destinati a risollevarsi, vuoi per combattiva forza di volontà, vuoi per ulteriore possibilità di riscatto offerta loro dal caso.

Il tragitto di crescita in esame non sempre trova la soluzione più serena o radiosa, dovendo le figure scorsesiane confrontarsi con le poste in gioco – sottoforma di sacrificio o compromesso – riservate ad essi dalla circostanza d’una “maledetta vita impossibile”: c’è chi supera l’argine ottenendo ciò che ambisce a ogni costo tramite una superficialità curiosamente più “astuta” di quella che ha davanti; chi, scegliendo la carriera, comprende di dover sacrificare i propri affetti e una seconda possibilità di riabbracciarli; chi capisce come la scelta più giusta implichi un tradimento spirituale verso una norma esistenziale eletta a conveniente modello di status sociale, benché segnato in negativo da efferatezze e crimini; chi, ancora, ritrovandosi vittima suo malgrado di un casuale clima di collettiva violenza e frustrazione, riesce a sfuggirvi adeguandosi a un camuffamento che ne sottolinea, nondimeno, l’indecisa presa di posizione. Sempre individuabile dietro varie facciate e assurto a personale marchio di fabbrica, detto itinerario è denominatore comune dell’opera di Scorsese, contrassegnata dai due antitetici fattori che sin dalla giovinezza ossessionano il cineasta e persino s’individuano nella produzione più recente: il tormento e l’estasi (rispettivamente il peccato e la grazia).

Per approfondite che siano (e sono di fatto) le osservazioni di La Polla nel discorso di presentazione al regista – insignito della Laurea ad Honorem in “Cinema, Televisione e Produzione Multimediale” presso il Dams di Bologna per il suo contributo nel panorama cinematografico-culturale – nessuna affermazione, paradossalmente, sembra esaurientemente appropriata ad evidenziare l’importanza di tale contributo, appartenendo Scorsese a quella feconda cerchia di autori con la A maiuscola la cui attività e le cui opere, entrate nell’immaginario e nel costume, sono testimonianza artistica, e prim’ancora espressioni d’una visione sociale, esistenziale, culturale. Un simile processo sembrerebbe trasformare Martin Scorsese (II).jpgqualunque dissertazione in merito, seppur acuta o suggestiva, in un’involontaria semplificazione: di fronte alle parole di un uomo di cinema che illustra in primis il proprio pensiero, giacché la Settima Arte la fa e la respira dall’interno, elucubrazioni e dissertazioni atte alla comprensione di un’opera cinematografica, quando non di una filmografia, appaiono grama sostanza. Se fastosa è la cerimonia, retorica come usualmente si conviene a questo genere di rituale, il discorso di un vero e proprio intellettuale della celluloide – che dagli umili inizi quale film maker, attraverso alcune tra le pellicole più basilari del cinema americano anni Settanta-Ottanta, si è trasformato in un ambasciatore a tutto campo della Settima Arte facendone la propria ragione di vita – appare una ragione sufficientemente comprovabile per una laurea honoris causa, e di fatto resta il solo aspetto realmente toccante dell’evento.

Non occorre altro, anche se brillante è l’osservazione di La Polla circa il ruolo da Scorsese rivestito nel cinema confrontato col paramedico protagonista di Al di là della vita, una delle opere più erroneamente sottovalutate, e in realtà sofferte della sua filmografia: un novello Alighieri indeciso di fronte alla propria mansione, dubbioso se il suo compito risieda nel salvare le vite dei pazienti sino all’ultimo istante dal decesso o piuttosto lenire il più possibile questi ultimi dalla sofferenza. Un’altra figura al centro d’un Golgota psicologico che termina con un’estrema, allucinata redenzione: in quel personaggio, Scorsese immette quelli che sono i propri impulsi e stimoli, che gli consentono d’intraprendere la scelta morale più giusta, l’azione più appropriata e gratificante da compiere lungo un tragitto psicologico personale (di artista, di uomo), senza trascurare d’interrogarsi su ciascun aspetto della vita. Parafrasando il titolo originale del film, il gesto più importante non è quello di “mettere fuori,” ma d’immettere qualcosa, offrire il proprio contributo pur di non smarrire l’esistenza nei meandri d’una disillusa, desolante quotidianità. “Per Scorsese – queste le parole di La Polla – il cinema è quello che sta dentro e fuori l’inquadratura: il cinema è una vocazione, che gli fa superare persino la vocazione religiosa e il seminario. Il cinema è il suo destino.”

In ragione di questo, con ogni probabilità, l’attribuzione della laurea honoris causa al cineasta di Little Italy sembra giustificata, benché nessuna osservazione – tanto meno quella di chi scrive – risulti fonte attendibile e rilevante come la lezione di cinema e vita tenuta dall’illustre ospite durante la cerimonia di sabato 26 novembre. Lezione che sintetizza, del resto, quanto da questi già asserito nel libro-intervista Scorsese secondo Scorsese, a cura di David Thompson e Ian Christie. Lezione che coincide con un vero e proprio ritorno alle origini, giacché – com’è emerso – la scoperta della Settima Arte ha avuto luogo a soli cinque anni con la visione di un film italiano, Paisà di Rossellini. L’emozione di quell’istante ha scaturito nel piccolo Marty una predilezione in seguito trasformatasi in un apprendimento tanto costante da replicarsi nella futura attività di regista. “La stessa operazione di girare film – afferma Scorsese durante il lungo discorso – equivale a una rieducazione: sin da quando ho visto Paisà, scrutando le reazioni della mia famiglia, riesco a comprendere il rapporto con la vita e i suoi significati. Imparare è il mio mestiere.”

Da sempre, gli effetti del cinema conferiscono all’autore di Taxi Driver la sensazione di una finestra sul mondo, la visione d’un rapporto quotidiano con la vita in ogni aspetto. Bene lo sapeva la corrente di critica cinematografica francese della rivista “Cahiers du Cinéma”: solo un’interpretazione anticonvenzionale e personalissima della realtà, purché “maledettamente ambiziosa e sincera,” è quanto determina lo stile inconfondibile di ciascun autore (quello che ne mostra, in una parola, la politique). In Scorsese, questo è avvertibile non soltanto nelle sue opere – il cui attento e incessante studio gli permette di affinare di volta in volta gli strumenti, omettendo o aggiungendo il quid attraverso il quale perfezionare gli stilemi e conseguire un risultato sempre diverso – ma anche nel suo stesso rapporto con la celluloide in ogni paradigma, ricoprendo quella serie di ruoli i cui apporti, da un lato, contribuiscono a impreziosire l’arte cinematografica e, dall’altro, ne comprovano il profondo impegno e amore. Il percorso di crescita spirituale di Marty ha luogo secondo una serie di tappe consequenziali: “da giovane, pensavo che il mondo degli adulti fosse qualcosa d’impenetrabile. Non era così: quando studio i film, inclusi i miei, riscontro di continuo qualcosa di emozionante.”

In Scorsese, storia e memoria sono un materiale compositivo cui s’affianca un deciso senso di gratitudine e riconoscimento verso sé stessi. Non importa amare o idolatrare il cinema, conoscere nomi di film o registi è la strada sbagliata: il cineasta rammenta come i primi anni di formazione teorica prima che pratica, durante un corso triennale di cinematografia presso la New York University, s’improntassero su un’educazione all’immagine rigorosamente casta, dovuta agli insegnamenti necessariamente austeri dell’armeno Haig Manoogian (“Haig instillò tra gli studenti della mia facoltà un senso di potenza, stimolando ognuno di noi a dire ‘ma chi se ne importa?’, e spingendoci a credere in noi stessi con la forza di un grande educatore”). Dottrina che infuse nel giovane Marty un entusiasmo e una risoluzione per il cinema in seguito tramutatisi in un entusiasmo e una risoluzione per la vita: a Manoogian, scomparso tempo dopo, Scorsese dedicò with love and redemption una delle proprie opere più qualitativamente eccelse, quel Toro scatenato la cui vicenda di redenzione esistenziale, non per nulla, abbraccia anche il duale concetto di castità e purezza in ambito sportivo, metafora di riplasmazione dell’anima e insegnamento di vita. Dottrina proseguita, in seguito, da registi di altrettanto fondamentale rinomanza: dal film maker indipendente John Cassavetes, “un altro vero mentore” destinato a diventare uno degli amici e consulenti più stretti di Marty, a Michael Powell (“Credeva fortemente in sé stesso: la sua lezione, insieme a quella di Emeric Pressburger, mi accompagna ancora”).

La laurea honoris causa a Scorsese non avrebbe però completa ragion d’essere se non fosse per la trasparente devozione di questi verso il cinema italiano, essendo lo specchio delle sue radici familiari e culturali. Durante il discorso, il regista non trascura alcun nome degli eponimi di tale produzione, affiancando a ciascuno la sensazione conferitagli dai rispettivi stili, da Rossellini a De Sica, da Antonioni a Visconti, a Fellini. Alfieri di quella cinematografia da cui occorre transitare quando ne si dibatte, volenti o nolenti: nomi troppo celebri (e celebrati) perché chi scrive spenda righe per illustrarne più di quanto sia già stato fatto. D’altra parte, l’impatto trasmesso a Scorsese dal cinema italiano e dalle filmografie di tali nomi è riscontrabile ne Il mio viaggio in Italia, documentario del quale si annuncia in anteprima la lavorazione d’un secondo episodio riguardante la produzione cinematografica italiana dagli anni Sessanta alla seconda metà dei Settanta, in concomitanza coi primi anni di attività del cineasta.

Martin Scorsese (V).jpgA colpire, semmai, è l’insolita menzione di autori altrettanto irrinunciabili della cinematografia in oggetto, i cui stili pure hanno influenzato la politique scorsesiana sì da trasparire quali necessarie fonti d’ispirazione per motivi e pattern così ossessivamente ricorrenti nella sua opera. Senza Pasolini, per esempio, Marty non sarebbe riuscito a comprendere appieno la distinzione tra i due ambiti da sempre eletti a irrinunciabili rifugi, anche a causa della violenta asma che lo affligge dalla nascita: il cinema e la religione. “Quando vidi Accattone nel ’62, al New York Film Festival, non sapevo nemmeno che fosse diretto da un letterato”: Pasolini si dimostrò l’occasionale fulcro di uno spostamento di concezioni mediante il quale assimilare e teorizzare il cinema, prima di praticarlo portandolo su un livello completamente nuovo sospeso tra il sacro e il profano, essendo la liturgia fattore tanto presente nella sua filmografia entro un quadro permeato da correnti numerose (figurative, sociali, oltreché letterarie e cinematografiche).

Stabile, la venerazione di Scorsese verso quell’autore si concretizzò con Il vangelo secondo Matteo, giacché il disegno di un Messia “laico” ante litteram, lungi dalla costumanza obsoleta con cui si era soliti dipingerlo, conferì al futuro regista de L’ultima tentazione di Cristo la possibilità di riplasmare concezioni o ambiti di carattere sacrale su piani altrettanto personali (“Scoprii la bellezza di questo film alla sua uscita, nella prima metà degli anni Sessanta: volevo, anzi, raccontarla io la storia di Gesù in una versione aggiornata, ma Pasolini l’attualizzò per primo, regalandoci un Cristo al contempo gioioso e rivoluzionario”). Da cattolico credente quale Scorsese è, non è difficile comprendere l’influenza trasmessagli dalla rilettura laicizzata sullo schermo dei libri evangelici, molto più prossima alla fede e a una rigorosa aderenza del testo sacro, accentuata da composizioni figurative memori della pittura quattro-cinquecentesca. La perfetta elegia estatica, priva degli orpelli dell’iconografia tradizionale e rimarcata da un netto rifiuto di Pasolini dell’agiografia, fu l’elemento-cardine che permise al cineasta italo-americano di carpire un imminente cambiamento di tempi, mode e gusti – concretizzatosi di lì a non molto – che nella fattispecie avrebbe influito su cinéphiles e studiosi della Settima Arte, come lui alle prime armi.

Una “cristianità” affrontata da una differente angolazione è al centro della scoperta di Scorsese verso quell’Ermanno Olmi presidente del laboratorio Officinema (dedicato alla sperimentazione di nuovi linguaggi) e seduto tra le prime file dell’Aula Magna di Santa Lucia ove si svolge la cerimonia, probabilmente commosso e lusingato dalle parole dell’occasionale “discepolo”: titoli quali Il posto e soprattutto I fidanzati sono anch’essi modelli d’ispirazione (in particolare per Toro scatenato) che Marty non dimentica di citare. Inoltre, la “visione lirica e politica allo stesso tempo” del cinema di Francesco Rosi, invitando l’osservatore a una riflessione che sfocia in un profondo background, il medesimo attraverso il quale il giornalista di Salvatore Giuliano incita il popolo palermitano a risvegliarsi: la realtà dei fatti è lo scopo prefisso, il risultato finale. Da Le mani sulla città a Il caso Mattei, la tradizione secondo Rosi è una grande virtù a funzione bivalente: la Storia entra nel Mito, il Mito nella Storia. In misura stabile, anche più a fondo che nelle altre filmografie, è in quella dell’autore napoletano che Scorsese assembla le origini a una predilezione per il cinema che si trasforma in una diversa riflessione sulla realtà sociale, in un nuovo sguardo sul mondo (“I suoi film mi spalancarono gli occhi sulle radici quasi come uno schiaffo. Mio padre comprese Salvatore Giuliano a livello intuitivo, e diventò uno dei suoi film preferiti”).

A rifletterci, i documentari storicizzanti che Marty dedica al cinema americano e a quello italiano, nel proprio itinerario a ritroso, si presentano giocoforza come un “ritorno alle radici,” e anche la cavalcata a ritroso al centro dell’omaggio alla musica blues porta Scorsese a individuarne le origini nella tradizione africana: due tematiche destinate, costanti, a incrociare i loro percorsi sino a intrecciarli inestricabili. A proposito della musica, altro imperituro amore del regista, non è da trascurare il percorso “all’indietro” di Ultimo valzer, emerso da testimonianze e ricordi dei componenti della Band di Bob Dylan durante il loro concerto d’addio; e Dylan medesimo è documentato nell’ultima fatica del regista, No Direction Home (presentato in anteprima a Bologna, la vigilia del conferimento della Laurea): qui, detto percorso trapela dagli innumerevoli filmati tesi a sottolineare le tappe della carriera e della vita dell’artista sin dagli esordi.

L’ultimo nome sul quale si ritorna è Rossellini, e tuttavia il laureato ad honorem preferisce soffermarsi sulla sua produzione televisiva (“Non credo siano molti nel mondo ad averla vista: se avesse girato solo un paio di film, Rossellini sarebbe stato ricordato unicamente per avere rivoluzionato il cinema contemporaneo”). Anche in questa circostanza, non è difficile capire come l’allineamento che Scorsese sente più vicino a sé, essendo regista tra l’altro di clip musicali e short pubblicitari, sia il medesimo intrapreso dall’autore di Roma città aperta, proseguito anche dopo il Neorealismo e concentrato su più moderne e progredite tecniche di regia, narrazione, immagine. Linea che culmina nella produzione di film educativi realizzati per il piccolo schermo, nei quali la biografia di note figure storiche (Socrate, Pascal, Descartes, Cosimo de’ Medici, persino gli Apostoli del Nuovo Testamento) diviene spunto da Rossellini riplasmato per una narrazione sospesa tra il documentario e la finzione, la cronaca e la storia, tanto innovativa ed antesignana da ricapitolare il concetto di sceneggiato e anticipare quello di fiction.

Quanto più trapela da un processo siffatto – afferma Scorsese – è il senso di un’esclusione tecnologica per il miglioramento e l’apprendimento: questo lo scopo della lezione televisiva di Rossellini, “convinto che la conoscenza fosse più importante dell’arte, di cui peraltro non poteva fare a meno”; a dimostrarlo è La presa del potere da parte di Luigi XIV, altro scorsesiano modello d’ispirazione per titoli Martin Scorsese (VI).jpgcome Quei bravi ragazzi, L’età dell’innocenza o l’incompreso Kundun. Eppure, durante il proprio unico e casuale incontro con Scorsese a Roma, mentre si stava recando nel Texas per girare un film sulle scoperte scientifiche, Rossellini confidò di essere deluso di quel film che riteneva troppo esteticamente artistico: ma lo scoraggiamento non gli impedì di coltivare quest’operazione e adattarla a imminenti progetti, ad altre biografie illustri (“Prima di morire, aveva in mente una serie di film su Marx, Caligola, Marco Polo, Diderot, Daguerre, e sulla rivoluzione americana”). Assolutamente valido e prezioso fu il suo contributo nell’anticipazione di tempi e gusti destinati a mutare, graduali, con l’inarrestabile progresso delle innovazioni tecnologiche in campo artistico, “da cui però non bisogna lasciarsi catturare,” essendo la tecnologia – nella fattispecie quella odierna – nulla Martin Scorsese (III).jpgpiù d’uno strumento d’uso.

Alle 12.45, dopo circa un’ora e mezza di cerimonia, mentre fuori non cessa di nevicare, Scorsese conclude la lezione ribadendo come l’impressione trasmessagli dalle reazioni dei nonni davanti a Paisà, rimanga tuttora un’esperienza estremamente formativa, ripetutasi in più occasioni, soprattutto durante la visione di opere delle menzionate grandi firme del cinema nostrano (“Non so dove sarei adesso, se non riguardassi ancora i loro film”). Ma occorre, e questa è la base di qualsiasi stile originale, individuare una forma d’espressione verso la quotidianità che appartiene a ciascuno, avere “il coraggio di esprimere la realtà” e incamminarsi sulla non facile strada di diventare “esseri umani in grado di provare compassione” (“Il segreto risiede solo nel processo di trasformazione. E io, a sessantatre anni, sento di averlo trovato solo ora”).


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