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Società - 25 ottobre 2005
RockPolitik: Adriano senza tempo o fuori dal tempo?

celentano (2).jpg“Volgare è tutto ciò che è fuori tempo. La vita è sempre un fatto musicale.”

ADRIANO CELENTANO

 

 

Dalla prima metà degli anni Settanta, epoca in cui la televisione italiana sempre più si definisce come instrumentum regni, acqua sotto i ponti n’è passata. E tanta. Sembrerebbero ormai lontani i tempi in cui sociologi del calibro di Goffman distinguevano tra comportamenti “da palcoscenico” e “di retropalco,” per spiegare come qualsiasi forma di società, di consesso umano nelle sue forme anche minimamente evolute, spinga ogni individuo a fornire di sé un’immagine pubblica diversa e più formale rispetto a quella privata, quasi sempre più omologa o comunque più rispondente a convenzionali aspettative circa il ruolo sociale esercitato. Ciò, prima che la diffusione esponenziale del medium televisivo intervenisse a modificare irreversibilmente il senso del luogo percettivo, trasformando molti atteggiamenti “da retroscena” in comportamenti “da palcoscenico.”

A non tenerlo presente, risulterebbe difficile – per non dire indecifrabile – comprendere come il fenomeno del reality show abbia acquisito, nel bene e nel male, una diffusione planetaria, sì che l’amalgama tra le due parti è divenuta inestricabile oltre il punto di non ritorno. La proliferazione delle immagini e, di conseguenza, la saturazione da essa scaturita parrebbero avere trasformato il più estremo residuo di realtà (quotidiana e privata) in un istante mediatico, poco a poco rimovendo tutte le regole di codificazione alla base della distinzione fra ambedue e abbattendo qualsivoglia barriera di demarcazione. In sostanza, il dominio privato è divenuto un ininterrotto, interminabile “film” di diffusione pubblica su larga scala, interpretato (per così dire) da personaggi più o meno famosi che, pur recitando sé stessi, risultano oramai privi d’una qualunque sfera privata. Se la privacy di ciascun componente è gettata in pasto a un pubblico bramoso di immagini e novità, il martellante tam-tam alla base dell’operazione reality ha contribuito a fare, dell’anonima realtà del più anonimo individuo, un avvenimento mediale; in qualsiasi istante, il dominio privato di chiunque è pronto a trasfigurarsi in mega-show. E se è lecito affermare che non intercorre ormai più distinzione tra realtà vera o presunta, è altrettanto lecito aggiungere che la televisione “vera” regna altrove. Come il cinema.

Nella puntata d’esordio del nuovo spettacolo televisivo ideato, diretto e condotto da Adriano Celentano, RockPolitik, c’è un episodio – il più suggestivo, forse – in cui il senso di ciò traspare in tutta la propria evidenza: durante uno sketch comico di cui sono protagonisti Celentano stesso e la “valletta” Luisa Ranieri, gli stralunati discorsi senza capo né coda dell’ex-Molleggiato sono accompagnati da una scettica puntualizzazione della ragazza (“Adria’, qui mica siamo in un film!”), che introduce un lungo montaggio d’immagini tratte da trasmissioni-spazzatura tipo L’isola dei famosi e La talpa, teso dichiaratamente a condannare il fenomeno reality show [1] e scandito per intero dal brano Ancora vivo, cantato (in playback) da un Celentano fintamente impassibile.

Nel varietà televisivo, sembra suggerire l’episodio, non occorre fare della dimensione privata un pubblico dominio, magari con l’assunzione di atteggiamenti extraconvenzionali volti a sbalordire il pubblico e impennare l’auditel. A permettere ciò, sono sufficienti gli ingredienti tradizionali e standard della tivù, ancorché obsoleti, i codici di trasmissione e percezione di questa e un’alternanza dei più variegati generi – posti magari alla rinfusa, ma sempre presenti – a fare uno spettacolo e, chissà, ad attribuirgli un senso (sempre che ne esista uno). celentano.jpg

Prepotentemente, il medium ha sostituito la realtà quotidiana rigirandola, sino al punto di non poter più a fare a meno della sua presenza; nel tempo dunque, filtrata dalla televisione, la realtà si è spogliata del proprio senso di verità per assumere forma nuova e tornando a presentarsi come tale solo attraverso la scelta e l’organizzazione delle immagini. RockPolitik non è un film? Non è nemmeno realtà e, se lo è, si tratta di realtà “spettacolarizzata,” filtrata dal mezzo mediatico, spettacolo televisivo che restituisce la realtà ri-presentandola secondo nuovi paradigmi.

Di conseguenza, pur restando solo un format, smentendo – anzi: parafrasando – l’osservazione meta-testuale di Luisa Ranieri, RockPolitik è anche un film: perlomeno a giudicare dalla puntata-pilota, una trasmissione costruita come un’opera cinematografica, caratterizzata da scenografie avveniristiche che ricordano le megalopoli di molti cult di fantascienza (da Metropolis a Blade Runner), scandita da tempi così ossessivamente precisi da creare uno spasmodico senso di attesa nello spettatore, quello presente in studio e quello domestico. Di più: un film a episodi in cui i succitati generi, tipicamente televisivi, si susseguono disparati alternandosi dall’esibizione musicale all’intrattenimento comico-satirico, dalla predica religiosa al montaggio per immagini.

Più semplicemente, RockPolitik si presenta come un mega-contenitore confezionato secondo una cifra stilistica che è quella da sempre cara a Celentano, ricorrente in tutti i lavori televisivi antecedenti a questo, che lo hanno visto protagonista a partire da quel 1987 in cui condusse Fantastico 8. Non occorre aggiungere altro, e dall’alto dei propri quarant’anni di carriera, Adriano bene conosce le regole del mezzo mediatico come quelle dello show business, del mercato e della pubblicità, sì da non temere – oggi come allora – di sfidare l’intentato e giocare con la provocazione in tutte le sue forme.

A questo punto, poco importa che l’insistente battage pubblicitario e le polemiche scoppiate attorno alla trasmissione prim’ancora della sua messa in onda, abbiano trasformato tale avvenimento in un caso, seppur con buona ragione: si tratti di uno spettacolo di varietà come di un disco, qualsiasi ritorno del Molleggiato costituisce, innegabile, un evento a sé. In un clima di saturazione reality-mediatica vieppiù indigesta, benché sia solo la prima puntata, RockPolitik giungerebbe come una piccola ancora di salvataggio. Certo, è anche un film il cui personaggio centrale resta sempre il medesimo dopo anni, anche laddove i cambiamenti socio-politici e culturali di cui l’Italia è stata protagonista hanno influito, e tuttora sembrano influire, sulla mentalità e i gusti del pubblico.

A quasi vent’anni di distanza da Fantastico, sembra che il tempo non sia passato per  l’Adriano nazionale né per il suo modo di fare televisione, continuando a mostrare i lati oscuri (o meglio, “osceni”) di questa e la debolezza malleabile dell’osservatore, complice la dose di sfondoni e presunzione che gli è congeniale. Celentano continua a sorprendere in questo senso, ché la sua capacità di abbattere i confini dell’intrattenimento, in qualunque impresa si cimenti, si propone sempre come attesa, imprevedibilità, ribadendo una volta di più come la diretta sia un’eccitantissima zona a rischio. Tutto il resto, inclusi i reality, sono reiterazioni e parodie tra loro ininterrotte.

Come già ne scrisse Aldo Grasso, a proposito del citato Fantastico:

 

“La diretta, come ha fatto capire Celentano a quattordici milioni di persone, coltiva una maligna voluttà , eccita l’attesa dello strappo: un intoppo tecnico (…), un passo falso (…), l’effetto batticuore (…), la catastrofe (…), la video-crocifissione.” [2]

 

Abituale all’assioma dello showman è la presentazione di filmati che rompono in misura straniante la giocosità vivace e chiassosa del contesto esibito, come fossero pugni allo stomaco. In RockPolitik, l’episodio menzionato ne fornisce esempio, e nell’assistere ai numerosi blob di fotogrammi che a più riprese fanno capolino nel corso della puntata – si pensi a quello sul patrimonio artistico–culturale dell’Italia, che termina sul Monte Cervino alle cui pendici un Mike Bongiorno abbigliato da sciatore conferma come l’invadenza della modernità abbia intaccato la bellezza del panorama, salvo definirla come necessaria – si ripensa all’utilizzo delle immagini a forte carica emotiva utilizzate da Adriano in Francamente… me ne infischio: provocazioni gratuite e inopportune, ma prim’ancora artifici linguistici di piazzamento che puntellano lo spettacolo distribuendo senso a tutta la puntata. Anche in RockPolitik, lo showman sembra non mancare di de–contestualizzare la realtà rendendola paradossalmente più vicina al vero, ma solo perché – stando a una considerazione di quel Vincenzo Cerami oggi tra i collaboratori della trasmissione, nella supervisione dei testi – il congruo uso del linguaggio televisivo da parte dell’ex-ragazzo della via Gluck restituisce in forma di affresco il pastiche, il ginepraio di contraddizioni e immagini nel quale vive quotidianamente lo spettatore.

Eppure, non si può fare a meno di sottolineare come il tipo di discorso proposto da Celentano, qualunque contesto esso abbracci, rimanga il modo di pensare genuinamente qualunquista quanto simpaticamente cialtronesco di un personaggio ammiccante, ma da sempre “dentro il sistema,” che in prima persona convive con lo spettacolo e si serve delle sue regole anche quando si propone di ammonirle, giacché il carisma che lo caratterizza (e grazie al quale s’è imposto come concreto esempio d’idolatria di massa) gli consente di ottenere consensi popolari. Di conseguenza, nel cimentarsi sempre a modo suo in discorsi a tema (il degrado ambientale), nel dispensare stoccatine (vuoi al direttore di Rai Uno Fabrizio Del Noce, vuoi al sindaco di Milano Gabriele Albertini) o nel proporre immagini chocche, Adriano non fa che formulare un discorso solo in superficie opposto alla propria linea di pensiero, tale da non permettere di comprendere troppo nitidamente come la distanza da quanto lo showman “condanna” abbia le polveri bagnate, restando in sostanza una conformistica approvazione della cosiddetta ‘regola’.

Il resto è pura e semplice pubblicità, ancora una volta immagine di pubblico dominio: come la politica, così la provocazione accompagnata dalla polemica attira sull’operazione le vociferazioni dei partiti, i quali – dibattendone su posizioni e fronti opposti – a loro volta incrementano, chissà quanto involontariamente, le regole di un gioco già furbescamente studiato a tavolino per creare audience e suscitare l’interesse delle folle. Un po’ come per i reality, ciò che unicamente conta è il senso di attesa, sposato al clima di tensione e suspense di cui Celentano è innegabile maestro; ciò non concerne solo la gestazione dei filmati, ch’è comunque finalizzata a un medesimo senso d’interesse mediatico, ma abbraccia anche altri momenti della trasmissione, come fossero spunti di un’identica matrice.

In questo caso, la trattazione della censura televisiva collima col temporaneo ritorno sul video di Michele Santoro – a sua volta fonte della polemica pubblicitaria che RockPolitik ha attirato su di sé – ed è gestita secondo quello spasmodico senso di attesa con cui Celentano, analogamente, presenta i filmati: a luci soffuse, nel silenzio che pure gli è tipico, di fronte a uno schermo su cui sfilano, in scaletta, le foto degli esiliati dal medium (Biagi, Grillo, Luttazzi), le dichiarazioni da questi ultimi rilasciate ai quotidiani e le istantanee dei loro ‘carnefici’ (Berlusconi, Del Noce, l’Annunziata); nulla in più occorre aggiungere alla forza delle immagini. Il fatto che uno di tali ‘esiliati’ – Santoro, appunto – decida di dimettersi dalla carica di europarlamentare, e a sorpresa si presenti in televisione facendo la differenza, [3] è merito da attribuirsi alla firma di un Celentano istrionico e accattivante, che detiene tale primato in virtù della propria potente influenza nello spettacolo e sul pubblico mediatico. Così pure il fatto che l’Italia conquisti magicamente il primo posto – dal settantasettesimo in cui si trova tra Bulgaria e Mongolia, nella classifica indicante la libertà d’espressione nel mondo – amaramente resta un vanto risolto solo tra le scenografie di una trasmissione, benché un confronto Celentano–Santoro esteso dalla televisione alla nazione funga da garanzia.

Nel gesto di prestare il microfono a Santoro, il quale rivendica il “proprio” microfono, non bisogna trascurare come l’aura di influenza esercitata dal Molleggiato sulle masse, in anni e anni, abbia acquisito un tale influsso da bastare da solo a polverizzare ogni altro avvenimento mediatico, si tratti di un programma spazzatura o anche di una risposta censoria da parte dei monopoli televisivi. E’ irrilevante che gli altri “esiliati” preferiscano non apparire in una televisione che è l’effigie di un governo ormai sempre più simile a un regime totalitario: se per una sera qualcuno ha fatto la differenza, per quanto effimero sia stato l’istante mediatico, esso è avvenuto bastando per sé stesso a mandare su tutte le furie il direttore di Rai Uno e il presidente del Consiglio. Anche se tale istante ha creato, se non proprio disordini, querelle infinite presso i partiti politici al governo e/o all’opposizione, ma secondo un astuto gioco di accalappiamento che svuota di significato anche la sorniona stretta di mano tra Celentano e il direttore Alfredo Meocci, seduto in prima fila.

Nessuno dubita che Adriano, abile come pochi altri nell’utilizzo dello spettacolo nelle sue forme, anche nei momenti in cui si propone come anchorman finto–messianico, sia convinto di ciò che proclama e trasmette al pubblico. Nondimeno, se una parte di quest’ultimo risulta gradita anche a quanti non ne sono ammiratori, è perché sotto una patina irritante o ciarliera si nasconde un fior di cantante, entrato di forza nelle tenerezze più riposte dell’immaginario collettivo; l’immagine di Celentano resta indissolubilmente legata alla musica leggera italiana, e il pubblico risponde sempre all’appello perché si trova di fronte a un (grande) artista della musica leggera italiana. “Se tutti perdonano tutto al Celentano dei monologhi è perché sotto lo amano come cantante – scriveva Gino Castaldo – e ai cantanti si concede molto, perché li si ritiene capaci di regalarci momenti preziosi, perché sono artisti e gli artisti sono per definizione sinceri, a differenza dei politici e degli opinion leader.” [4] Nel bene o nel male. Un artista così senza tempo, eppure così “fuori tempo.”

Infatti, alla spropositata attesa per la trasmissione, perlomeno sempre a giudicare dalla puntata d’esordio, non si può dire che corrisponda un altrettanto ripagato entusiasmo. Al punto che lo stesso clima di saturazione televisiva, fomentato da un dominio di regime che sembra aver quasi completamente rimosso ogni aggancio con la cultura contribuendo a fenomeni di famigerata risonanza come il reality, ha mutato i codici di percezione, ricezione e trasmissione del mezzo mediatico sì da rendere stantia la sensazione trasmessa da RockPolitik, che lascia all’osservatore (e a chi scrive) un’impressione di déja vù abbinata a un’aria, appunto, fuori dal tempo.

A cominciare dalla medesima apparizione di Adriano, la cui maschera fortemente consumata dagli anni, nelle primissime immagini, conferisce una sensazione di a-temporalità: fuori tempo traspare il look anni Settanta dello showman, così come, volontariamente o meno, la riproposta di un glorioso classico quale Azzurro (il cui adattamento, nella circostanza, rimane per una volta uno dei peggiori della sua carriera). Fuori tempo massimo, poi, stando a tempi e gusti ormai mutati, è la lunga tiritera pauperistico–ecologica su cemento e inquinamento, tema tra i più sciorinati nel repertorio del Molleggiato – sì da essergli valso l’appellativo di “ecoista,” da parte del critico Aldo Fittante – siglata con un’unghiata al sindaco Albertini, a sua detta responsabile della noncuranza della città e del disastro ecologico–produttivo cui va incontro. Ancora, il filmato documentaristico in stile graffiti sugli anni Sessanta, i cui fotogrammi mostrano le tappe (la guerra in Vietnam, l’atomica, il Maggio Francese e il Sessantotto) e i personaggi più salienti del decennio (da Kennedy a Luther King, da Elvis Presley in uniforme militare a John Lennon versione hippy), il tutto commentato da una voce off e contrappuntato da una colonna sonora che mescola il rock’n’roll di Little Richard al Requiem mozartiano. Volutamente fuori dal tempo, infine, è la scelta dell’esibizione di Celentano con la rock-star Ligabue, che si producono in una cover dell’hit anni Sessanta These Boots Are Made For Walkin’.

“Lei è fuori tempo!,” intimava la giornalista Tina Foster (Claudia Mori) al profeta Joan Lui nel film omonimo, di cui Celentano era interprete, regista, sceneggiatore, montatore e autore delle musiche. In realtà, chi lo conosce bene sa che il concetto di tempo per quasi quattro decenni di carriera ha accompagnato il Celebre, tanto da esprimerlo in tutti i campi che lo hanno veduto protagonista, dalla musica al cinema e alla televisione. Non potrebbero spiegarsi altrimenti le pause troppo lunghe, gli imbarazzanti silenzi, le distonie che Adriano si porta appresso ogniqualvolta si affaccia al video, riproposti con stile più o meno invariato: un marchio di fabbrica facilmente individuabile, premiato sempre da un considerevole successo.

Scrive il citato Fittante:

 

“I tempi – nelle sue canzoni, nei suoi film, nelle sue performance televisive – (non) rispettano i tempi in entrambi i sensi. Siano dilatati, ricreati, manipolati; o frenati, bloccati, fermati (in un tempo). In fondo, che cosa rappresenta un ralenti o un’accelerazione per un regista, o il rock (il funky o il blues…) per un cantante o un musicista, o l’uso delle mille diavolerie di una videocamera per un autore televisivo se non l’illusione di eternizzare momenti che si considerano magici, fantastici, irripetibili? Allungare o restringere l’attimo fuggente: questo è il sogno segreto di ciascun artista. Che solo la finzione, la magia di una parola accompagnata da una nota, una finta realtà come la televisione possono offrire. E in cambio solo di un’ispirazione.” [5]

 

E se il concetto di temporalità è un topos che ossessiona il Re degli Ignoranti fin dal proprio passato di orologiaio, per una volta, un attimo prima dell’esibizione dei Negrita, l’orologio si arresta per tutti i presenti (tranne che per la valletta Ranieri), salvo riprendere immediato il suo ciclo regolare. “Che ora è?”, chiede tra l’altro Adriano alla propria partner, e ancora – come fosse un revival nostalgico – il presentatore chiede a Meocci e a Santoro quale sia stato, in passato, il momento più bello e commovente della loro vita.

Forse, l’aspetto più intrigante di questa prima puntata di RockPolitik è riconducibile alla sua lettura come ideale anello di congiunzione temporale, non solo con le ultime apparizioni di Celentano in tv (lo studio ove è allestito lo show è molto simile a quello del precedente 125 milioni di caz…te, con tanto di scaletta a destra, tavolino e poche seggiole al centro), ma anche con alcuni degli ospiti di volta in volta esibiti: in modo particolare a Maurizio Crozza, altro personaggio “scomodo” dell’attuale televisione italiana, da cui è stato esiliato a seguito delle proprie taglienti parodie canore. E il buon Crozza, a quasi due anni di distanza dalla quella performance nei panni di Elton John a Quelli che il calcio e al Festival di Sanremo che gli valse la sospensione dal video, si produce nell’imitazione dei Gipsy Kings (e in seguito, in quella macchettistica di un fanatico presidente Bush), che celia il centro-sinistra trasformando il brano Bamboleo in un’ode a Zapatero. [6] Il tutto, in una sorta di saggio “dove eravamo rimasti?”.

Lo stesso si può dire per Antonio Cornacchione, alle prese con il personaggio che tanta popolarità gli ha dato a Zelig e a Che tempo che fa?, quello dell’adorante sostenitore di Berlusconi. Purtroppo, però, non altrettanto può dirsi di Celentano, benché una valida traccia del suo abituale personaggio si trovi nella distinzione ‘lento-rock’ che apre le danze (“Il doppiopetto è lento, i blue jeans sono rock… Il cannone è lento, i fiori sono rock… Zeman è rock, Moggi è lento…”), forse anche in ricordo del brano Destra-Sinistra del compianto amico Gaber, sancita dalla frase “il bacio è come un rock” e dalla riproposta di classici anni Cinquanta quale Readdy Teddy, rivisitati e danzati con la solita flemma dinamica e nevrotica dello showman. Può sembrare l’ennesimo tentativo di un mega-spot auto-referenziale, e probabilmente lo è, ma non si dimentichi come nell’arco della propria attività di artista Adriano non abbia fatto che rimescolare le carte in tavola nelle maniere più differenti, sbalordendo o irritando, ma sempre in modo inatteso.

 

“Dischi e film, film e trasmissioni televisive, trasmissioni televisive e articoli sui giornali, articoli sui giornali e libri. E libri nei film (…), dischi nei film, colonne sonore che diventano LP, canzoni d’autore che diventano romanzi, canzoni d’attore che si tramutano in proverbi. E riadattamenti, versioni aggiornate, alpini che cantano nel bel mezzo di un pezzo rock e pezzi rock che s’interrompono per parlare d’altro. E citazioni e rimandi che si rincorrono.” [7]

 

Dunque, di nuovo la televisione può diventare cinema, esattamente come il cinema è stato cambiato dalla televisione. Smentendo Luisa Ranieri, RockPolitik non solo (non) è un film, ma anche una pagina di fiction che può rivestirsi di realtà, facendo reciprocamente in modo che quest’ultima si ri-presenti scambievolmente permeata di finzione. Persino diventare un gioco delle parti con una cadenza, a suo modo, teatrale, interpretata da personaggi autentici che “recitano” un finto ruolo, come nella miglior tradizione teatro-cinematografica, secondo una struttura meta-narrativa e ipertestuale alla Pirandello: si pensi al citato sketch del presentatore con la valletta, che si esprime in un curioso assortimento di francese e idioma napoletano. Una vera e propria stabilità teatrale, poi, sottolineata dalla presenza di un leggio al centro del palco, si nota nel menzionato, surreale numero di Adriano sulla distinzione ‘lento-rock’, cui segue la performance d’un impacciato Gérard Depardieu che sullo stesso leggio, in un imperfetto italiano, recita una poesia di Kafàvis sull’arrivo dei barbari.

Ciò però non toglie l’impressione che il Celentano anchorman, in più di un’occasione, sia al di sotto delle attese: se il varietà televisivo vuol continuare ad esistere, a non dar l’impressione di essere morto, occorre che qualcosa cambi. E a meno che un inaspettato colpo di scena non rimescoli per l’ennesima volta le carte in tavola nel corso delle successive puntate di RockPolitik, in meglio o in peggio, Adriano non smetterà di sorprendere. Questa è l’unica certezza.



[1]   Seppur indirettamente, non manca una frecciata nemmeno a una delle “madrine” del trash–reality nostrano: quella Simona Ventura che Celentano, ospite di un’edizione del Festival di Sanremo che la vedeva conduttrice, non si risparmiò dall’incensare e coprire di elogi. Qui, la stoccata in oggetto non è espressa a parole, ma suggerita attraverso pochi scarni fotogrammi sulla Ventura, durante la conduzione de L’isola.

[2]   GRASSO, Aldo: Storia della televisione italiana. Milano, Garzanti, 1992. Pag. 485.

[3]   Pure, nell’inattendibile ipotesi che si presentassero anche gli altri “esclusi,” detto aspetto serberebbe un’innegabile validità e confermerebbe, comunque, il succitato senso di attesa.

[4]   CASTALDO, Gino: Ma la musica trionfa sull’invettiva. Contenuto in: “La Repubblica,” 22/10/1999. Pag. 50.

[5]   FITTANTE, Aldo: Questa è la storia… - Celentano nella musica, nel cinema e in televisione. Milano, Il Castoro, 1997. Pagg. 71-72.

[6]   Il numero musical-satirico termina, però, con le parole de L’immensità, autore quel Don Backy con cui Celentano, per qualche tempo, condivise la collaborazione e i successi della casa discografica Clan nei suoi primi anni di attività.

[7]   FITTANTE, cit. pag. 109.


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