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14 gennaio 2020
Una insolita vicenda giudiziaria

ARCHIVIATE LE DUE DENUNCE DA PARTE DEL PD LUGHESE CONTRO IL MEDICO PAOLO RANDI, medico di Famiglia di Bagnacvallo, PER DIFFAMAZIONE

NON SI DEVE CRITICARE LA RIORGANIZZAZIONE SANITARIA NELLA BASSA ROMAGNA

UNA VICENDA “GROTTESCA” DURATA OLTRE SEI ANNI

 

Le critiche mosse alla riorganizzazione della sanità locale risalgono alla fine degli anni ’90, allorquando la disponibilità di posti letto ospedalieri per la provincia di Ravenna si ridusse di circa la metà in seguito alla chiusura di otto “piccoli” ospedali (Cervia, Russi, Bagnacavallo, Fusignano, Alfonsine, MassaLombarda, Conselice, Cotignola) e con la conseguente perdita di circa un migliaio di unità di posti letto, avvenuta in un breve lasso di tempo.

A nulla valsero le proteste degli abitanti delle varie cittadine, fatte di raccolta firme e indirizzate ai rispettivi sindaci. Non che una trasformazione dalla precedente realtà ospedaliera in una più moderna, costituita da Country Hospital a Lungodegenze, nelle strutture forzatamente abbandonate, non fosse allora proposta da molti medici, ma nessuna loro proposta fu mai presa in considerazione. Ci si ritrovò così che di fronte ad una disponibilità di posti letto ospedalieri quasi dimezzata, a tutti i circa 400 medici di famiglia della provincia, giunsero circolari delle 3 USL (Ravenna-Faenza-Lugo), nelle quali si vietava a loro di ricoverare Pazienti nei tre ospedali rimasti (Ravenna Faenza e Lugo) secondo la metodologia precedente, ovvero tramite accordo fra medico e reparto ospedaliero, bensì di inviare ogni paziente da ricoverare, nei tre rispettivi Pronto Soccorso dai quali il personale Medico addetto ne avrebbe deciso la destinazione futura e verificato la necessità di un ricovero. Proprio da quei tempi iniziarono le inevitabili file ai Pronto Soccorso, dovute ovviamente alla mancanza di posti letto liberi, e alla necessità dei medici ospedalieri dei vari reparti, di renderli liberi man mano dopo ogni dimissione di pazienti ancora ricoverati.

Dall’inizio degli anni 2000, la percentuale di posti letto a disposizione della popolazione della Bassa Romagna, una popolazione fra le più anziane d’Italia, quindi con una necessità di ospedalizzazione superiore, è passata da circa il 7%° abitanti ad un attuale 3,7 %° abitanti; e ad un ulteriore taglio di reparti e di servizi soprattutto avvertito nei due ospedali minori di Lugo e Faenza. Tagli che ogni volta venivano passati alla cittadinanza e ai medici come miglioramenti per l’assistenza ai Pazienti.

Nel 2013, per una mia critica fatta ad un articolo apparsa su un sito lughese di notizie per dire basta a questi tagli fui querelato dal segretario del PD lughese del tempo.

 

Le due querele

 

La prima querela del 05/08/13, sporta da parte di Giacomo Baldini (segretario del PD lughese del tempo) è stata archiviata dal G.I.P. del Tribunale di Ravenna che ha dichiarato l’inammissibilità dell’opposizione depositata da Baldini Giacomo contro la richiesta di archiviazione avanzata dal PM inquirente.

Avverso l’archiviazione del G.I.P. del Tribunale di Ravenna, Baldini Giacomo ricorreva alla Suprema Corte di Cassazione lamentando l’inosservanza di norme stabilite a pena di nullità per poi rinunciare in data 9.11.2015 al proprio ricorso. La S.C. di Cassazione dichiarava inammissibile il ricorso per cassazione proposto dal Baldini e lo condannava al pagamento delle spese processuali ed al versamento di € 500 a favore della Cassa delle Ammende.

 

Anche la seconda querela del 25/02/14, sempre sporta da parte di Giacomo Baldini, è stata archiviata dal Giudice delle Indagini Preliminari del Tribunale di Ravenna a seguito della richiesta di archiviazione presentata dal PM stante l’infondatezza della notizia di reato dovuta al legittimo diritto di critica politica.

 

Veniamo ai fatti relativi alla prima querela

 

Su Lugo Notizie del 22 luglio 2013 dopo l’artico intitolato - “Riorganizzazione sanitaria, la posizione del Pd di Lugo: Interventi nella giusta direzione" - sono presenti due commenti (Il 2° firmato Doc ed il 4° firmato RiDoc, riconducibili a Paolo Randi) ed in particolare una frase, riportata nel 4° commento che afferma: "bisognerebbe tagliare a lui ben'altro".

https://www.ravennanotizie.it/politica/2013/07/22/riorganizzazione-sanitaria-la-posizione-del-pd-di-lugo-interventi-nella-giusta-direzione/#

Paolo Randi fu chiamato dalla Polizia Postale di Ravenna e identificato e loro stessi, con un certo stupore, gli comunicarono che tale frase aveva indotto Giacomo Baldini, a quel tempo segretario del PD lughese, a querelarlo per istigazione a delinquere, minacce e diffamazione. Preso atto della denuncia vi è stato il tentativo, con PierGiorgio Costa allora Consigliere Comunale e capogruppo della lista civica Bagnacavallo Insieme, di contattare il Baldini, per spiegare il senso della frase; il querelante rispose che avrebbe ritirato la querela, previo versamento da parte di Randi di 500 euro ad una organizzazione senza fini di lucro (ONLUS) da lui indicata. Da allora, su consiglio del proprio avvocato, non scrisse più nulla, fino alla conclusione della vicenda.

Nel 2014 il Pubblico Ministero della procura di Ravenna (Dott. Stefano Stargiotti), chiede l’archiviazione della denuncia per infondatezza; in data 2.12.2014 con decreto n. 2353/2014, il Giudice per le indagini preliminari (GIP) del Tribunale di Ravenna dichiara l’inammissibilità dell’opposizione depositata da Baldini Giacomo e dispone l'archiviazione del procedimento nei confronti di Paolo Randi per il reato ipotizzato.

Avverso il decreto del GIP del Tribunale di Ravenna, il querelante interpone ricorso per Cassazione.

Con sentenza n. 23638 del 11.11.2015, la V sezione della Cassazione Penale, dichiara inammissibile il ricorso e condanna Giacomo Baldini (il ricorrente) al pagamento delle spese processuali e al pagamento della somma di euro 500, in favore della cassa delle ammende.

 

Veniamo ai fatti relativi alla seconda querela

 

In un post da titolo – Il Corsivo dei tagli - del 03 febbraio 2014 apparso sulla pagina Facebook del Gruppo Bagnacavallo Insieme, Paolo Randi scriveva: “Accade così che un medico tra i più anziani della nostra ASL che ha conosciuto l’intera parabola della sanità in mezzo secolo, e che con occhio più attento e meno addomesticato di altri ne ha colto pregi e difetti, debba subire l’oltraggio dell’intimidazione a mezzo querela…”.

A seguito della seconda denuncia querela, in data 30/4/2019 il Pubblico Ministero della procura di Ravenna (Dr. Stargiotti), chiedeva l’archiviazione della denuncia riconoscendo il legittimo diritto di critica a Paolo Randi. In data 16.12.2019 il Giudice per le indagini preliminari (GIP) del Tribunale di Ravenna, in udienza camerale, a seguito della remissione della querela di Baldini Giacomo e della contestuale accettazione della remissione del dr. Paolo Randi disponeva l'archiviazione del procedimento nei confronti di Paolo Randi per il reato di diffamazione e la restituzione degli atti al PM.

Di seguito si riportano le motivazioni a sostegno della richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero, Dr. Stefano Stargiotti.

“Ritenuto che nel caso di specie in ordine alle dichiarazioni del Randi sussiste l’esimente del diritto di critica politica.

In ordine al contenuto delle affermazioni, giurisprudenza e dottrina hanno da tempo enucleato la nozione di “diritto di critica” quale causa di giustificazione individuandola nella formulazione di giudizi o più genericamente nella manifestazione di opinioni relative ad eventi, idee e condotte; la Suprema Corte ha altresì osservato che la critica, per sua natura, non può essere fondata che su una interpretazione necessariamente soggettiva, in quanto corrispondente all’angolazione individuale, al punto di vista di chi la manifesta (Cass. Pen. Sez.V - 1993).

Tale soggettività è l’elemento di distinzione tra diritto di critica e diritto di cronaca; alla prima non è imposta la c.d. “verità obiettiva” ma il solo limite all’interesse pubblico e sociale alla critica stessa, in relazione all’idoneità delle persone e dei comportamenti criticati a richiamare su di sé una comprensibile ed oggettivamente apprezzabile attenzione all’opinione pubblica, in modo da costruire “mezzo di controllo, di indirizzo e di stimolo per l’apparato di potere pubblico e privato e per tutti coloro che svolgono attività rilevanti per la collettività”.

Se è vero che il diritto di critica deve pur sempre confrontarsi con il limite della contineneza della forma espressiva, tale vincolo non può tuttavia non risentire del carattere prettamente valutativo dell’attività medesima e, di conseguenza, deve essere atteggiato in modo sensibilmente diverso rispetto al limite della corretta esposizione dei fatti propria del diverso diritto di cronaca.

La suprema Corte ha in proposito statuito che nella valutazione del legittimo esercizio di critica, il requisito della continenza formale è attenuato dalla necessità, ad esso connaturato, di esprimere le proprie opinioni e la propria personale interpretazione dei fatti: nell’ambito dell’esercizio di tale diritto, vanno dunque considerate come formalmente continenti anche espressioni astrattamente offensive e soggettivamente sgradite alla persona cui sono riferite (Cass. Pen. N. 465/1996).

Alla stregua di tali precisazioni, deve ritenersi che la “funzione sociale del diritto di critica, quale libertà di valutazione e giudizio indispensabile alla dialettica ed alla trasparenza di un sistema effetivamente democratico, vale ad individuare un’ampia area di non punibilità, cui devono ritenersi estranee esclusivamente le mere aggressioni all’altrui dignità ovvero le ostentazioni di una vera e propria animosità personale” (Trib. Venezia 16/10/1996, in CD Foro Italiano 87-98, voce “Ingiuria”); la Corte veneziana aggiunge che “deve ritenersi legittimo, siccome rientrante nell’esercizio di critica, l’uso di toni anche aspri e sarcastici: trattasi invero di modalità espressive connaturate a quella “vis polemica” senza la quale finirebbe per non esistere più la stessa critica” (Cass. Pen Sez. V. 23/04/1986 - Cass. Pen Sez. V. 10/04/1981, voce Ingiuria).

Ciò è tanto vero che in analoga pronuncia in materia di diffamazione la Suprema Corte ha ritenuto che l’epiteto fascista riferito ad un avversario politico per stigmatizzarne il comportamento, costituisce legittimo esercizio di critica politica se utilizzato non come “argumentum ad hominem” bensì per paragonare il suo modo di governare ed amministrare la cosa pubblica ad un’ideologia e ad una prassi politica ritenute scarsamente rispettose degli oppositori (Cass. 16/05/07 n. 29433).

Le considerazioni svolte inducono a ritenere che, nel caso di specie, le condotta tenute dall’indagato che rivolgendosi al querelante ha scritto: “Accade così che un medico tra i più anziani…”, debba essere scriminata dal diritto di critica.

Ritenuta quindi l’infondatezza della notizia di reato in quanto gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non appaiono idonei a sostenere l’accusa in giudizio”.

 

Alcune considerazioni conclusive

appare evidente che nonostante i tentativi di “limitare“ le espressioni utilizzate nel dibattito politico, il dr. Paolo Randi si è sempre comportato in modo lecito, benché colorito, ma senza mai travalicare i confini della correttezza.

 

 

Possiamo imputare a Paolo Randi una certa veemenza verbale ma mai, comunque, toni minacciosi o diffamatori (che per chi conosce Paolo Randi non gli appartengono) ma solo visceralmente spontanei, da parte di chi ama ed ha amato il proprio ruolo e lavoro di medico sul territorio, testimoniato ancora oggi dai tanti ex pazienti e non che tuttora richiedono il suo parere ed intervento.

 

Ad oggi il querelante, nonostante ben due archiviazioni, non ha sentito la necessità di chiedere scusa ad un galantuomo come Paolo Randi, così come evidenziato dall’articolo del giornalista Nevio Casadio il quale afferma: “Mi sarei aspettato che il querelante avesse avuto non dico l’umiltà, ma almeno la santa ragionevolezza di scusarsi. Non soltanto al dottor Paolo Randi, ma a tutti coloro che prediligono in ogni caso il bene della collettività. E che hanno a cuore, in un periodo che le lenzuola vengono tolte dai balconi, per non urtare la sensibilità di chi ama dire prima gli italiani. Quelle scuse infine sono dovute a chi predilige una libera informazione”.

 

 

Vi è o meno una sproporzione tra il ruolo del querelante, dirigente locale del PD (ovvero fuor di acronimo del partito “dominante” che governa il territorio da oltre 73 anni) ed il ruolo di Paolo Randi, medico e fondatore di lista civica Bagnacavallo Insieme nata dal consenso di un numero sparuto di cittadini “coraggiosi”.

 

Paolo Randi da buon radicale e liberale continua a ritenere che il confronto sui temi della sanità locale debba svolgersi e rimanere nell’alveo della discussione “politica” e non attraverso lo scudo nelle aule dei tribunali.

Tale vicenda non sarà comunque passata invano a chi vuole e può ancora imparare qualcosa, dalla viva passione di chi ha ancora il coraggio di esprimere il proprio forte dissenso, sopportandone anche le conseguenze più dolorose.

 

Paolo Randi (nascita 17/9/1946).

Medico di famiglia e anestesista. Residente a Bagnacavallo. Laureato in medicina e chirurgia nel 1971 e Anestesia1973.

Medico di Famiglia a Bagnacavallo dal 1972 al 2015, per pensionamento.

 


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