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Società - 01 gennaio 2011
Giovani modenesi condannati a sperare

I giovani di oggi, quelli di Facebook, quelli che fuggono da Modena e dall’Italia in cerca di un’occupazione o di un dottorato all’estero, quelli che vivono da precari in una società precaria, che faticano a trovare maestri ai quali ispirarsi per il proprio futuro, sono condannati a sperare. A sperare che si “spezzi la catena”, quella creata da individui sempre più autoreferenti, poco inclini alla socialità e al bene comune.

Il viaggio tra la sfiducia, le incognite e le paure dei giovani modenesi è raccontato nell’ultimo numero di Note Modenese, il periodico del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, in distribuzione in questi giorni. 

“Giovani… condannati a sperare” è il titolo della rivista (scaricabile anche sul sito del Centro culturale www.centroferrari.it) che raccoglie diverse testimonianze di studenti e giovani lavoratori, di chi è venuto a Modena dal Camerun per studiare come ingegnere delle telecomunicazioni, di chi sogna di diventare giudice tra una sfilata di moda e un premio come Miss. Su Note Modenesi si possono anche leggere le opinioni di studiosi ed esperti, tra cui, per esempio, Massimiliano Panarari docente universitario e autore del volume “L’egemonia sottoculturale”, Carmen Lecciardi, docente alla facoltà di Sociologia dell’Università di Milano-Bicocca, don Gianni Gherardi, parroco di San Biagio a Modena, una vita spesa con i giovani passando dall’Azione cattolica al Collegio San Carlo, dal Centro sportivo all’istituto Fermi, e Andrea Caccia, regista di “Vedozero” il film documentario realizzato coinvolgendo 70 adolescenti che hanno ripreso per sei mesi la loro vita con altrettanti cellulari.

«Cambiare si può – spiega Gianpietro Cavazza, presidente del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari –. La speranza, quella per esempio che tanti giovani dei nostri tempi stanno perdendo per i più svariati motivi, viene da un cuore rinnovato, da una mente e da uno spirito nuovo. Un cuore vecchio può solo partorire cose vecchie. Le scelte di oggi non sono innocenti; nel bene e nel male condizionano il futuro, anche quello a breve, di cui al momento ne sottovalutiamo l’impatto nel tempo».

Per «spezzare questa catena» secondo Cavazza, è opportuno puntare alla «ricerca del bello, di qualcosa o di qualcuno che ti rimanda ad un principio superiore». Per questo l’importanza di testimoni e di maestri in grado di accompagnare i giovani verso il futuro. «Una mamma o un babbo che alle richieste insistenti del proprio figlio risponde con un “sì” pur di toglierselo dai piedi – continua il presidente del Centro Ferrari – non considera il fatto che quel “si” verrà registrato dal figlio, tutt’altro che innocente, che lo userà al momento opportuno per lui. Allo stesso modo nella vita pubblica un “sì” dato da un politico alla ricerca del consenso, ad una richiesta opportunistica, avrà effetti non solo sul presente ma anche sul futuro, in quanto vengono legittimati comportamenti appunto opportunistici. Se tutti ritengono l’evasione fiscale un male, occorre chiedersi perché la si continui a tollerare, per non dire, come succede in diversi casi anche se veniali, diventarne complici».

 

Significativa la testimonianza di Federico Iori, classe 1979: «Attualmente ricopro un ruolo non permanente che viene genericamente definito postdoc… post-dottorato. Questa posizione, a seconda della legislazione dei diversi Paesi, viene inquadrata come contratto di lavoro a tempo determinato o come una sorta di assegno di ricerca, con un carico fiscale e contributivo ridotto o assente (…). Ammetto che fra le mie più grandi speranze c’è quella di rientrare in Italia dai miei genitori e dalla mia ragazza. Questo desiderio si scontra prepotentemente con la cruda realtà: in Italia, per uno che è stato in un contesto internazionale, non vi è posto. Il sistema è bloccato, asfittico e completamente incancrenito da meccanismi locali che premiano il personale precario interno».

 

La conferma arriva dalla docente Carmen Leccardi, secondo la quale oggi i giovani sono chiusi sul presente anche perché non vi sono orizzonti a lungo termine dal punto di vista professionale: «Privati della possibilità di progettare un futuro entro i confini del proprio paese e costretti a spostarsi in contesti extranazionali per esprimere le proprie capacità e competenze. Invece di dare fiducia stiamo facendo partire le nostre migliori risorse intellettuali».

I giovani del 2010, secondo Massimiliano Panarari «puntano tutte le loro carte su “X-Factor” o “Amici” semplicemente perché non sono offerte loro alternative credibili. Per restituire nuove speranze credo ci sia bisogno di due cose. Dei mastri che possano offrire loro degli esempi da emulare, coi quali confrontarsi. D’accordo, siamo dominati dallo show business e da qui, al momento, non si scappa. Però anche all’interno di un sistema così totalizzante è possibile individuare buoni e cattivi maestri. Penso ad esempio a uno come Bono degli U2. Ce ne vorrebbero altri come lui. Ma possiamo rimanere anche su dimensioni più vicine a noi: penso all’università così incapace di fornire intellettuali positivi che aiutino i giovani a individuare e costruire i loro percorsi personali. Anche lì servirebbero nuovi e bravi maestri».

Per don Gianni Gherardi sarebbe opportuno «stuzzicare i ragazzi, incuriosirli e coinvolgerli, altrimenti difficilmente riusciremo a cambiare questa situazione. E sono i giovani a dover aiutare gli altri giovani, perché noi preti veniamo considerati da loro troppo lontani dalla loro realtà (…). Bisogna ricominciare con nuovi modi e nuovi linguaggi, come se si dovesse compiere una nuova evangelizzazione. In fondo oggi quali sono le figure di riferimento? Sono poche, quasi inesistenti, non hanno più nessuno a cui ispirarsi, dal quale imparare».


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