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Società - 21 gennaio 2011
Case famiglia, un potenziale sociale

Ricerca sulle comunità in Emilia-Romagna

 

Sono 275 in Emilia-Romagna i “presidi e servizi socio assistenziali e socio sanitari” (come vengono definiti dalla legge) suddivisi in comunità educative, di pronta accoglienza, di tipo familiare, case famiglie, comunità madre bambino e appartamenti di accoglienza temporanea donne-madri.

In queste strutture vengono accolte circa duemila persone (1.269 minori, 543 adulti, 73 anziani) di cui 815 stranieri e vi operano 2.536 addetti (di cui 124 stranieri) per un totale di oltre 58 mila ore settimanali.

A sentire le famiglie accoglienti, gli operatori e gli ospiti, questo tipo di organizzazione familiare – che garantisce un vantaggio per il territorio e per il sistema socio-sanitario emiliano-romagnolo – si conferma un luogo educativo di creazione di benessere e di redistribuzione delle opportunità.

È quanto emerge dalla ricerca “Il potenziale sociale delle case famiglia e delle comunità familiari in Emilia-Romagna” realizzato dal Centro culturale Francesco Luigi Ferrari di Modena, dal Coordinamento regionale delle Comunità Familiari e dal Centro di servizio per il volontariato di Reggio Emilia “Dar Voce”.

Attraverso la ricerca è possibile tracciare un’identikit della famiglie che hanno deciso di intraprendente la strada dell’accoglienza. In termini generali il profilo di base riflette delle realtà i cui responsabili sono nel pieno della maturità, hanno una scolarità medio-alta e sono altamente motivati e soddisfatti delle scelta compiuta e delle relazioni all’interno delle proprie realtà familiari.

Alle relazioni interne sono destinate buona parte delle ore della giornata. Utilizzando uno slogan si potrebbe dire che gli intervistati sono “lavoro e casa”, e dedicano molto tempo e dunque molta attenzione alla cura delle relazioni sia verso gli ospiti/accolti sia verso i familiari, questo a discapito della propria sfera personale e dell’impegno politico/sociale/religioso così come delle relazioni con gli amici esterni. La famiglia in una accezione ampia, occupa i due terzi del tempo disponibile. Risulta del tutto marginale, invece, il tempo dedicato all’impegno politico.

La rete relazionale si amplia ulteriormente verso professionisti ma soprattutto volontari che supportano a vario titolo le attività intrafamiliari. Non potrebbe essere altrimenti visto il carico familiare che, ovviamente, risulta maggiore rispetto alla generalità delle famiglie e che si distribuisce in diversa misura tra adulti e minori e in quest’ultimi tra stranieri e disabili.

Chi gestisce una casa famiglia, data la numerosità nonché la tipologia e l’intensità del sistema relazionale, possiede un sistema di competenze professionali ed organizzative particolarmente sviluppate. Ma non solo. Anche le motivazioni sono importanti e riflettono una scelta di tipo vocazionale spesso abbinata ad una di tipo religioso, alle quali non sono estranei valori quali l’altruismo e la solidarietà.

«Ci si trova di fronte ad una realtà per certi versi giovane e forse proprio per questo estremamente dinamica – spiega Gianpietro Cavazza, presidente del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari –. Occorre registrare la capacità di attivare risorse materiali e immateriali, ovvero la capacità di lavorare in rete garantendo un elevato livello di responsabilità. Lo dimostra anche il fatto che certe competenze professionali sono interne ai nuclei analizzati non solo perché lo richiede la normativa, ma anche perché fanno parte di una scelta personale di tipo vocazionale. Ciò è di un certo conforto soprattutto se si pensa al rischio, come invece si è verificato in altre componenti del sistema di welfare, di “cannibalizzazione” dei rapporti tra servizi della pubblica amministrazione e famiglie basati sullo scambio economico o sulla burocratizzazione finalizzata al controllo. Nell’esperienza delle case famiglia tali rapporti si basano invece sul riconoscimento reciproco e sulla responsabilità».

«L’organizzazione di tipo familiare – continua Cavazza – si conferma pertanto un luogo educativo di reale emancipazione delle persone, preoccupato sia della loro integrazione economica ma anche, per non dire soprattutto, sociale. È un luogo di creazione di benessere e di redistribuzione delle opportunità che sta realizzando un particolare equilibrio fra l’impegno lavorativo e quello gratuito».

«Sono certamente favorite dal sistema interno delle relazioni, particolarmente “caldo” tra i generi e le generazioni al proprio interno – aggiunge Roberto Zanoli, del coordinamento delle Comunità Familiari dell’Emilia-Romagna –. La concezione non strumentale del proprio impegno fa sì che la scelta di tipo vocazionale, certamente in controtendenza rispetto ad esempio alla semplice scelta lavorativa, riesca ad integrare aspetti quali la professionalità, con altri di tipo valoriale come appunto la sussidiarietà. La cultura del benessere che ne scaturisce non nasce quindi da un semplice contratto con la pubblica amministrazione ma si fonda sulla relazione, anche con la pubblica amministrazione, sul prendersi cura dell’altro al di là di quello che prevede il contratto, al di là degli stessi legami di sangue». 

CS


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