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29 novembre 2005
Elementare Watson …

Questa volta vi debbo chiedere un poco di sacrificio: la materia è difficilotta e richiede tempo e riflessione: forse non basteranno i soliti dieci minuti, per leggere. In effetti un argomento come l’Evoluzionismo [1] necessiterebbe, data la complessità, una trattazione articolata, distesa, ampia. Tuttavia non è questo il luogo per monografie, quindi, prendendo spunto dall’articolo apparso sul Corriere della Sera del 29 settembre 2005, mi limiterò a dissertare solo su alcuni aspetti dell’Evoluzionismo, anche se è forte la tentazione di affiochire la sicumera con cui molti, fra i sacerdoti e gli adepti di questa teoria dogmatica, propugnano i loro numerosi enunciati. Ed anche se me la devo vedere con James Dewey Watson [2] , premio Nobel in medicina e fisiologia di fede neo-darwinista, non con un Citati, con un Odifreddi o con un Canfora qualsiasi. Apparirò ai più un incosciente temerario, e forse lo sono: ma andrò avanti ugualmente.

Del resto mi sorregge e mi dà un po’ di conforto il ricordare che il premio Nobel è stato attribuito anche a Yasser Arafat, a Dario Fo ….

Procediamo con ordine. Titolo dell’articolo: I n principio fu il V erbo o il Dna ? dna.bmp

Suggestivo richiamo all’incipit del Vangelo giovanneo. Anzi, ringrazio il titolista per avere scritto Verbo con la maiuscola, dato che oggi su molta stampa anche Dio lo si scrive rigorosamente in minuscolo.

L’occhiello nel sottotitolo recita: Alcuni scienziati influenzati dalla religione trattano l’evoluzionismo come una semplice teoria. Negando l’evidenza.

L’affermazione è un po’ avventata, ma ne riparleremo alla fine.

L’articolo si apre con un peana [3] in onore di Darwin: un genio fra i più alti della storia secondo l’Autore, che tuttavia, non pago, per suffragare il suo enunciato, riporta un’affermazione categorica di Thomas Henry Huxley, che ha definito l’Origine della specie [4] «... lo strumento più potente che gli uomini hanno sottomano, dopo la pubblicazione dei “Principia” di Newton, per ampliare il campo della conoscenza naturale». Bene: fin qui si tratta di predilezioni, di opinioni, se vogliamo un po’ pretenziose, ma tant’è: le opinioni sono opinioni: ognuno è libero di averle e di credere in ciò che più gli aggrada: anelli mancanti, inspiegabili estinzioni, brodo prebiotico, ecc.

Procediamo nella lettura.

Inizia con un breve excursus [5] storico ove si narra della sorpresa di Darwin a causa, per un verso, della stretta somiglianza di certi fringuelli scovati alle isole Galapagos con uccelli simili presenti nel continente sudamericano, e, per l’altro verso, della notevole diversità da quelli di altre isole. Questo fatto già è sufficiente per far nascere nella mente del genio fra i più alti della storia l’intuizione che “L’evoluzione forniva una spiegazione molto più parsimoniosa rispetto a quella della creazione ad hoc.”. Che dire? Ci sarebbe da aspettarsi qualche accertamento, qualche considerazione, qualche parvenza di prova scientifica, prima di passare ‘sic et simpliciter’ [6] ad affermazioni di tale portata, non vi pare?

Ma, se è questo che si cerca, una prova di valore scientifico intendo, eccovi accontentati: dopo aver riportato le avverse opinioni di un tal Richard Owen, che dipinge il Creatore come un artigiano, il dotto  Professor Watson protende il primo affondo: “Ciò che invece aveva senso di tutta questa serie di fatti era la prospettiva evoluzionistica di Darwin: le somiglianze di forma suggerivano una discendenza da un antenato comune con modificazioni. L’origine delle specie forniva una prova schiacciante dell’evoluzione”. Di bene in meglio, non c’è che dire: forse sarebbe più prudente parlare di congetture, ed anche leggermente avventate, non di una prova schiacciante.

Purtroppo talvolta anche i geni più alti della storia prendono abbagli, e così il nostro premio Nobel è costretto a raccontare che “Darwin ipotizzava che durante un processo che chiamava «pangenesi» tutte le parti del corpo rilasciassero delle «gemmule» che si accumulavano nelle cellule germinali. Quest’ipotesi venne meno dopo gli esperimenti di Francis Galton, cugino di Darwin.

Ora siamo giunti al tocco risolutivo dell’articolo: la scoperta che gli esseri viventi, uomo compreso ovviamente, hanno in comune una parte del patrimonio genetico: questa scoperta, unitamente al processo di divinizzazione del DNA [7] (peraltro comprensibile dato che si tratta dell’alloro di cui è intrecciata la corona del Nobel), è considerata la prova per eccellenza, entusiasmante e straordinaria.

E poi, al grido di “Darwin banzai!” [8] , l’immancabile nuovo affondo del premio Nobel:

“Oggi è in atto un tentativo concertato da parte di alcuni scienziati influenzati dalla religione di trattare l’evoluzione come una teoria, come se questo in qualche misura ne diminuisse l’autorevolezza e la forza nello spiegare come funziona il mondo ”.

Forse è rimasta nella penna la specificazione del sostantivo “evoluzione”: il  Professor Watson intende dire “evoluzione della specie” oppure, se si preferisce, “Evoluzionismo”; sì, perchè sull’evoluzione in sè, sic et simpliciter, siamo perfettamente d’accordo: l’essere umano, ad esempio, da zigote, cellula primigenia fecondata, si evolve fino a diventare essere umano adulto. L’uovo di quaglia fecondato, covato, si schiude, nasce il quaglino che si evolverà a sua volta uccello adulto. Ma tutti questi fenomeni evolutivi, sono rigorosamente verificabili e riproducibili, quindi sono scientificamente provati. In altre parole si tratta di Scienza galileiana, non di affascinanti congetture, o, se si preferisce, di suggestive ipotesi scientifiche.

Non contento, tuttavia, il  Professor Watson prosegue : … L ’affermazione comune secondo la quale l’evoluzione attraverso il meccanismo della selezione naturale è una «teoria», esattamente com’è una teoria quella delle stringhe (sic, ndr), è sbagliata. L’evoluzione è una legge (con parecchi elementi), tanto sostanziata quanto qualsiasi altra legge naturale, che sia di gravità, del movimento o di Avogadro.

E, infine, la stoccata finale:L’evoluzione è un dato di fatto, messa in discussione soltanto da chi sceglie di negare l’evidenza, accantona il buonsenso e crede invece che alla conoscenza e alla saggezza immutabili si arrivi soltanto con la Rivelazione.

Elementare Watson …

Leggo sulla rassegna stampa [9] che il nostro Professore non ha peli sulla lingua e la sua penna non risparmia nessuno. Ciò presuppone che sia disposto ad accettare un trattamento analogo.

Vediamo un po’: seguitemi. Avete constatato che in tutto l’articolo, come del resto in tutte le esposizioni che riguardano Evoluzionismo e Neo-darwinismo, appaiono solo enunciati ispirati allo scientismo [10] , postulati talora affascinanti che di fatto sono solo affermazioni dogmatiche, cui si può anche prestar fede, ma unicamente se lo si ritiene opportuno. Prove? Pochine pochine, se non quelle “somiglianze” nell’ambito, badate bene, della medesima specie, o la condivisione di parte del patrimonio genetico fra le varie specie viventi, che appaiono ai credenti nell’Evoluzionismo neo-darwinista prove inconfutabili perché, a loro dire, di evidenza palmare: ebbene, anche le molecole d’acqua sono presenti in varia misura negli esseri viventi, ma questo cosa proverebbe? Da qui a pretendere di definire l’Evoluzionismo “legge” al pari delle altre leggi naturali, quali la legge della gravità, del movimento ecc., ce ne passa, non vi pare?

Significa avere idee alquanto appannate circa il significato di “legge scientifica”: avete mai sentito parlare di Galilei? Di metodo rigoroso e di riproducibilità dell’esperimento? Di provando e riprovando [11] …? Vi risulta che quell’ipotesi teorizzata, denominata “evoluzione della specie”, che il  Professor Watson difende con tanto ardore, sia rigorosa in ciascun suo passaggio? Per la balenottera azzurra come per il canguro, per il fringuello come per l’anguilla, per il facocero come per la scolopendra, per la proscimmia come per l’uomo? Ci sono sempre tutte le prove rigorosamente e scientificamente provate, senza che si ricorra, possibilmente, a mistificazioni o a trucchi come il falso paleontologico di Piltdown [12] ?

Riuscirebbe il nostro Professore di Nobel insignito a riprodurre, in ambiente controllato e con rigoroso metodo scientifico (intendo non casuale), almeno un paio di volte questi passaggi evolutivi?

Hic Rhodus, hic saltus. [13]

E con i vegetali come la mettiamo?

Alle soglie del diciottesimo millennio (avete letto bene: fra circa sedicimila anni), un archeobiologo [14] neo-darwinista (un discendente di Piero Angela?), durante lo scavo in un sito sulle Alpi a circa 1200 m. di quota, potrebbe scoprire a venti metri di profondità una serie di reperti di chiara origine vegetale: si tratta di tronchi di pino fossilizzati, interconnessi e allineati. In taluni casi disposti ortogonalmente al terreno, in altri parallelamente, in altri ancora con inclinazione di 45°. Galvanizzato dalla scoperta il neo-darwinista si darà alla ricerca con rinnovato vigore, e sarà premiato: troverà un altro reperto analogo a poca distanza, e poi un altro e un altro ancora. Lo studioso non avrà dubbi: si tratta di una mutazione genetica di una pinacea che, divenuta casualmente intelligente, è stata in grado di calcolare dimensioni, angoli, forze statiche e dinamiche, e di evolversi in costruzione, dando origine ad una nuova specie: la specie pichalet.

Vedete a che può condurre il ragionamento induttivo, quando non è governato da lucido spirito critico e da solida metodologia scientifica?

Ed infine, anche ammettendo che la teorizzata ipotesi dell’”Evoluzione delle specie” sia un giorno provata scientificamente con metodo galileiano, ossia senza anelli mancanti, sviluppi miracolosi, inspiegabili estinzioni e improvvise scomparse, chi e che cosa autorizza il neo-darwinista   Professore di Nobel insignito a trascendere dalla mera analisi del fenomeno per accedere alla creazione, alle creature ed al loro Creatore, che appartengono alla sfera metafisica e teologica? Vi risulta che ogni volta che si è individuata una nuova legge fisica o matematica, si sia rimesso in discussione il destino dell’uomo e dell’umanità intera?

Ricordate la frase nell’occhiello? Recitava così:

Alcuni scienziati influenzati dalla religione trattano l’Evoluzionismo come una semplice teoria. Negando l’evidenza.

Si potrebbe trascrivere così:

Alcuni scienziati, ammaliati dallo scientismo positivista, divinizzano il Caso pantocratore e istituiscono il dogma dell’Evoluzionismo, ammettendo l’armonia e la bellezza dell’Universo, ma negando l’evidenza che, “per caso”,  tutto ciò non può avvenire.

O qualcuno fra i dotti scientisti evoluzionisti pensa davvero che, “per effetto del dio Caso”, un gibbone [15] , premendo a caso sulla tastiera, prima o poi possa scrivere la D ivina commedia ?

 

 

 


James Dewey Watson *1928

“Per la scoperta della struttura a doppia elica della molecola del DNA”
( insieme a Francis Harry Compton Crick e Maurice Hugh
Frederick Wilkins )

In principio fu il Verbo o il Dna? Di James Watson

Corriere della Sera 29 settembre 2005

Idee in lotta. Se l’universo fosse opera di un Creatore, il pipistrello avrebbe le piume: James Watson, lo studioso che rivoluzionò la biologia, spiega come Darwin abbia liberato l’uomo dalla superstizione. Offrendogli un mondo naturale che non era mai stato così meraviglioso .

Alcuni scienziati influenzati dalla religione trattano l’evoluzionismo come una semplice teoria. Negando l’evidenza.

Da anni ormai la polemica che oppone i creazionisti americani ai seguaci della tradizionale scuola di Charles Darwin ha lasciato i confini culturali per diventare politica. Persuasi che la Genesi della Bibbia sia la letterale descrizione della nascita dell’Universo, i creazionisti chiedono l’insegnamento della loro teoria nelle scuole accanto all’evoluzionismo. Arrivando ora a sfidare Darwin nelle aule dei tribunali e allestendo musei creazionisti. James Watson, lo scienziato americano che con l’inglese Francio Crick intravide la struttura del DNA, dimostra con garbo in questo documento perché le tesi creazioniste non hanno rilevanza teorica. Partendo dalla propria esperienza, Watson osserva come nulla in natura provi l’esistenza di un “Disegno intelligente”, un Creatore la cui realtà resta affidata alla fede religiosa. In attesa del verdetto del tribunale americano sulle rivendicazioni creazioniste, meglio affidare la riflessione ad argomenti pacati come quelli che seguono.

È straordinario quanto le osservazioni di Darwin abbiano cambiato non solo la visione del mondo dei suoi contemporanei ma siano ancora oggi fonte di grande stimolo intellettuale per scienziati e non. L’origine delle specie fu giustamente definito dal biologo Thomas Henry Huxley «... lo strumento più potente che gli uomini hanno sottomano, dopo la pubblicazione dei Principia di Newton, per ampliare il campo della conoscenza naturale». Al suo ritorno dai cinque anni di viaggio a bordo della goletta Beagle, Darwin mostrò le sue varie raccolte a esperti di uccelli, scarafaggi, molluschi e simili. Lo studioso di riferimento di Darwin in materia di volatili era John Gould. Darwin rimase sorpreso nel sentirgli dire che i fringuelli che aveva preso alle isole Galapagos avevano una stretta somiglianza con uccelli simili presenti nel continente sudamericano, a un migliaio di chilometri di distanza, mentre i fringuelli di un’isola delle Galapagos erano molto diversi da quelli delle altre isole. Come mai, si chiedeva Darwin, i fringuelli delle Galapagos somigliano tanto a quelli del continente vicino se ogni fringuello è stato creato indipendentemente? La risposta logica era che le isole erano state popolate da uccelli arrivati dal Sudamerica, spinti, forse, da forti venti. Come avevano fatto, allora, gli uccelli che stavano su isole diverse delle Galapagos a diventare diversi l’uno dall’altro? Si erano evoluti adattandosi a nicchie ecologiche diverse, così che alcuni avevano sviluppato becchi per triturare i semi, altri per mangiare insetti e altri ancora per raccogliere il nettare delle piante. L’evoluzione forniva una spiegazione molto più parsimoniosa rispetto a quella della creazione ad hoc. «Quale fatto può essere più strano—scriveva Darwin—di quello per cui la mano dell’uomo, formata per afferrare, quella della talpa, fatta per scavare, la gamba del cavallo, la pinna del delfino e l’ala del pipistrello debbano essere tutte strutturate secondo uno stesso modello, e debbano contenere le stesse ossa nella stessa posizione reciproca? ». Richard Owen, grande anatomista inglese e implacabile nemico di Darwin e delle idee evoluzionistiche, aveva detto che tali omologie (somiglianze che suggeriscono un’origine comune) rivelano il lavoro artigianale di un creatore che, forse, aveva risparmiato tempo e fatica modificando semplicemente un archetipo. Ma aveva poco senso, tutto questo bricolage creativo. Un creatore non avrebbe forse potuto fare di meglio creando un mammifero volante efficiente, dando per esempio ali piumate al pipistrello? «Come sono inspiegabili questi fatti — esclamava Darwin — per l’opinione corrente sulla creazione! Nessuna impresa può essere più disperata del tentativo di spiegare questa somiglianza... in base all’utilità o alla dottrina delle cause finali». Ciò che invece aveva senso di tutta questa serie di fatti era la prospettiva evoluzionistica di Darwin: le somiglianze di forma suggerivano una discendenza da un antenato comune con modificazioni. L’origine delle specie forniva una prova schiacciante dell’evoluzione, ma Darwin lasciò aperti due interrogativi importanti, ammettendone la significativa difficoltà per la sua teoria. Non riuscì a spiegare che cosa dava luogo alle modificazioni osservate negli organismi, come questi e altri tratti si trasmettessero di generazione in generazione. Questi problemi li affrontò di petto nel 1868 in Le variazioni degli animali e delle piante allo stato domestico. Darwin ipotizzava che durante un processo che chiamava «pangenesi» tutte le parti del corpo rilasciassero delle «gemmule» che si accumulavano nelle cellule germinali. Quest’ipotesi venne meno dopo gli esperimenti di Francis Galton, cugino di Darwin. Galton cercò di cambiare il colore di conigli bianchi e neri trasmettendo loro delle gemmule mediante trasfusioni di sangue. Non ebbe alcun risultato. Nella sua autobiografia Darwin cita la pangenesi come la «mia ipotesi tanto abusata». È una delle grandi occasioni mancate della scienza: Darwin non sapeva che un contemporaneo, Gregor Mendel, aveva già gettato le basi dell’analisi scientifica dell’ereditarietà. Il lavoro dei genetisti impegnati in studi di popolazione prendeva i concetti mendeliani e li applicava a popolazioni di organismi, dando una solida base scientifica alle idee darwiniane di cent’anni prima. Ci vollero però tre naturalisti —Julian Huxley (nipote di T.H. Huxley), Theodosius Dobzhansky (che lavorava col genetista del moscerino della frutta Thomas Hunt Morgan) ed Ernst Mayr (allora all’American Museum of Natural History di New York) — per produrre un rapporto biologicamente più fondato su questa fase del pensiero evoluzionistico. Huxley colse l’attimo nel titolo del suo libro Evoluzione. Sintesi moderna. Finalmente un’integrazione ragionevolmente completa fra evoluzione, genetica e selezione naturale. Così stavano le cose quando sono entrato all’università di Chicago nel 1943 per diventare zoologo, ispirato dal bird-watching e dalle visite con mio padre al Field Museum. A Chicago insegnava il genetista di popolazione Sewall Wright, che divenne il mio primo eroe scientifico. Frequentavo due dei suoi corsi, uno sull’evoluzione e l’altro sulla genetica fisiologica. Fu nel secondo che mi imbattei per la prima volta nelle scoperte di Oswald Avery sul Dna, che sembrava in grado di trasmettere caratteri ereditari fra due tipi diversi di batteri pneumococchi. Più o meno in quel periodo Erwin Schrödinger, uno dei fondatori della meccanica quantistica, pubblicò il suo libretto Che cos’è la vita?, che mi capitò fra le mani nella biblioteca di biologia mentre ero al terzo anno, nel 1946. Che cos’è la vita? è uno di quei libri che cambiano la vita: e la mia, come quella di parecchi altri colleghi, cambiò irrevocabilmente. Schrödinger capì che l’elemento chiave dell’ereditarietà doveva essere il trasferimento di informazioni genetiche in forma di molecola di generazione in generazione. La mia passione per gli uccelli sembrava mal riposta quando uno dei grandi interrogativi del ventesimo secolo era ancora senza risposta: qual è la natura del gene, l’essenza della vita? E qual è la chimica, per quanto allora non pensassi in questi termini, da cui dipendono la selezione naturale e l’evoluzione? Darwin sarebbe stato entusiasta di sapere che lo stesso set di 25-30 mila geni è presente nella maggior parte degli animali. Quasi ogni gene del nostro Dna possiede un gene omologo nel Dna di altri mammiferi, per esempio nel topo. Il che appare persino più straordinario se osserviamo organismi fra loro più lontani: la Ciona intestinalis, un animaletto invertebrato, possiede metà soltanto dei nostri geni, ma due-terzi dei suoi hanno geni omologhi nel Dna umano. Oggi è in atto un tentativo concertato da parte di alcuni scienziati influenzati dalla religione di trattare l’evoluzione come una teoria, come se questo in qualche misura ne diminuisse l’autorevolezza e la forza nello spiegare come funziona il mondo. Uno dei doni più grandi che la scienza ha fatto al mondo è la continua eliminazione del soprannaturale, ed è una lezione che mi ha trasmesso mio padre: la conoscenza libera il genere umano dalla superstizione. Possiamo vivere la nostra vita senza il costante timore di aver offeso questa o quella divinità che va placata con incantesimi o sacrifici, o di essere alla mercé dei demoni o delle Parche. Se aumenta la conoscenza, l’oscurità intellettuale che ci circonda viene illuminata e impariamo di più della bellezza e della meraviglia del mondo naturale. Non giriamoci attorno: l’affermazione comune secondo la quale l’evoluzione attraverso il meccanismo della selezione naturale è una «teoria», esattamente com’è una teoria quella delle stringhe, è sbagliata. L’evoluzione è una legge (con parecchi elementi), tanto sostanziata quanto qualsiasi altra legge naturale, che sia di gravità, del movimento o di Avogadro. L’evoluzione è un dato di fatto, messa in discussione soltanto da chi sceglie di negare l’evidenza, accantona il buonsenso e crede invece che alla conoscenza e alla saggezza immutabili si arrivi soltanto con la Rivelazione.

James D. Watson Premio Nobel per la medicina e la fisiologia.

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Documento/2005/09_Settembre/28/index.shtml

 



[1] Se il lettore avrà pazienza e vorrà procedere nella lettura troverà da sé stesso la definizione che maggiormente lo soddisfa.

[2] Insignito del premio Nobel nel 1962 per la medicina e la fisiologia. http://it.wikipedia.org/wiki/Vincitori_del_Nobel_per_la_medicina_%28alfabetico%29

Biologo statunitense, vincitore del premio Nobel insieme a Francis Harry Compton Crick e Maurice Hugh Frederick Wilkinsper la scoperta della struttura a doppia elica del DNA James Dewey Watson è nato il 6 aprile del 1928 a Chicago nell'Illinois, e nell'università di questa città si è laureato nel 1947 in zoologia. Ha poi ottenuto il PhD in genetica presso l'università dell'Indiana. In seguito dal 1950 ha lavorato nei laboratori Cavendish dove ha incontrato Francis Crick, che in quel periodo si stava dedicando alla determinazione della struttura della molecola del DNA. Nel 1951 in un convegno venne a conoscenza dei risultati degli studi di Wilkins e di Rosalind Franklin, che avevano ottenuto alcune immagini della struttura del DNA con la cristallografia a raggi X. Anche grazie a questo spunto Watson e Crick proposero un modello a doppia elica per il DNA che valse a entrambi il premio Nobel. In seguito Watson ha diretto il laboratorio di Cold Springs Harbor a New York dove si è dedicato alla comprensione del codice genetico contenuto nel DNA. Nel 1988 si è spostato all'NIH (National Institute of Health) di Washington dove ha contribuito al Progetto Genoma Umano. http://www.torinoscienza.it/personaggi/apri?obj_id=97

[3] Inno corale in onore di Apollo e Artemide, poi inno di guerra, infine canto di vittoria. Va detto che Apollo era ritenuto dai Greci il dio risanatore per eccellenza.

[4] È l’opera fondamentale di Charles Darwin, la bibbia dell’Evoluzionismo. Il titolo completo dell’opera: On the origin of species by means of natural selection or the preservation of favoured races in the struggle for life. [Sull’origine delle specie per selezione naturale delle razze favorite nella lotta per la vita]

[5] Digressione, divagazione dall’argomento principale.

[6] Locuzione del latino medievale e scolastico; propriamente: ‘così e semplicemente’. Locuzione avverbiale: ‘senz’altra aggiunta’.

[7] Deoxyribose Nucleic Acid

[8] banzai [ ?? o ?? ]: esclamazione giapponese che significa letteralmente "diecimila anni" e che corrisponde più o meno a lunga vita!, evviva!, hurrah!

[10] Corrente intellettuale sorta nella seconda metà del secolo XIX, sulla scia del progresso scientifico proprio dell’epoca. La persuasione che da sole le scienze possano risolvere ogni problema dell’uomo. D.I.R. G. D’Anna - Sintesi

[11] Quando noi oggi parliamo di Scienza galileiana intendiamo appunto la metodologia sperimentale e quantitativa che non puó prescindere dal concetto di misura e di approssimazione alla verità oggettiva, postulando la verifica sistematica (“provando e riprovando”). Diviene dunque fondamentale contrapporre questo approccio quantitativo, proprio della Scienza moderna su cui si basa ogni previsione teorica e ogni controllo sperimentale, alle varie elucubrazioni psuedoscientifiche, tipiche di certe ideologie ancora dominanti.

[12] Intorno agli anni 1909-1915 vennero scoperti in Inghilterra i resti di un essere vivente, vissuto circa 300.000 anni fa, che fu chiamato “uomo dell’alba”. Era stato trovato finalmente - si disse - l’essere a metà strada tra la scimmia e l’uomo, il famoso anello mancante. La prova era data da una calotta cranica con capacità cerebrale superiore a quella di una scimmia, ma inferiore a quella di un uomo moderno. Fu datata vecchia di 500.000 anni. Accanto alla calotta cranica, fu trovata una mandibola: apparteneva certamente ad una scimmia e tutti furono del parere che fosse stata una volta attaccata alla calotta. Poi furono trovati denti di ippopotamo, ossa di animali estinti e pietre rozzamente lavorate. Questi resti furono subito accolti solennemente nel prestigioso Museo Britannico e in tutti i Libri anteriori al 1953 si scrisse che era stata trovata finalmente la prova che l’uomo viene dalla scimmia. Quale sorpresa quando, proprio in quell’anno, si scopri che si trattava di una truffa. La mandibola della scimmia non apparteneva a quel cranio. Questo cranio non aveva i 500.000 anni che gli erano stati attribuiti. Non solo: quei reperti “rozzamente lavorati” erano stati appositamente limati e verniciati. Insomma, una vera truffa.

[13] La frase si trova in una delle favole di Esopo, dove un atleta sbruffone afferma di avere fatto un favoloso salto mentre era a Rodi, e di potere esibire dei testimoni; al che uno dei suoi ascoltatori gli dice che non è necessario chiedere ai testimoni, e basta che ripeta il salto là. La versione originale è naturalmente in greco: “ „doÝ `RÒdoj, „doÝ ka… p»dhma ”; interessante notare che la versione latina originale è “Hic Rhodus, hic saltus” (Rodi è qui; il salto sia qui). La versione che si sente oggi: “Hic Rhodus, hic salta”, è stata coniata da Karl Marx, riprendendo un gioco di parole in tedesco di Hegel che convertì la frase originale in “Hier ist die Rose, hier tanze” (Qui c'è la rosa; danza qui) con l'assonanza greca Rhodos-Rhodon (Rodi-rosa) e quella latina saltus-salta (salto-danza). Va infine segnalato che Hic Rhodus, hic salta è talora usato con la valenza imprecisa e banale di «qui c’è la difficoltà».

[14] Studioso di archeologia applicata alle scienze naturali.

[15] Hylobates syndactylus. Scimmia appartenente all’ordine dei Primati.


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