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Economia - 25 ottobre 2005
Uno spostamento di neanche 20 chilometri

Con 5500 dipendenti, 20 stabilimenti in Italia e nel mondo, una produzione di cento milioni di metri quadrati, un fatturato che in lire sfiora i millecinquecento miliardi e la presenza commerciale in 130 paesi, il Gruppo Marazzi è il marchio più internazionale della ceramica italiana, ma è anche quello più sassolese, in una posizione privilegiata molto vicina al cuore del distretto industriale, che si estende nel pedemonte delle province di Modena e Reggio Emilia, del quale la famiglia Marazzi è stata protagonista e leader, contribuendo in modo determinante al suo imporsi. Le scelte imprenditoriali dell’azienda sono diventate standard, lungo strade percorse con largo anticipo: il gres porcellanato negli anni Cinquanta, le firme della moda già negli anni Sessanta e la monocottura nel decennio successivo.       
Ora giungono autorevoli conferme, seppure espresse in modo non ufficiale, che dal primo gennaio 2006 Marazzi trasferirà il suo quartiere centrale a Modena, negli spazi “Ragno” e forse è davvero soltanto uno spostamento di neanche venti chilometri, una razionalizzazione aziendale alla ricerca di minori costi… o forse è un’epoca che si chiude. Il distretto sta diventando “metadistretto”, oppure “distretto virtuale” che dir si voglia? Il superamento della territorialità, da sempre considerata l’elemento cardine per sviluppare quella rete di relazioni che hanno consentito a Sassuolo uno sviluppo straordinario, un modello da studiare e da capire a livello mondiale per i risultati conseguiti e per la qualità di vita che ha generato? Anche in questo caso il trasferimento presenta comunque alcuni connotati atipici, perché resta a Sassuolo la produzione (fino a quando?) e si trasferisce “la testa”, mentre ci si aspettava il contrario.       
No, l’unità di misura giusta non sta nel sistema metrico decimale. Va esaurendosi la spinta centripeta che ha caratterizzato il ventennio precedente, quando nessuno poteva restare assente da Sassuolo e dintorni, non solo fra i marchi produttivi, ma soprattutto nell’indotto. Sono finiti il legame e il senso di appartenenza ad una terra e ad una comunità; si taglia il cordone ombelicale, si chiudono riti e modalità che hanno caratterizzato la vita sociale e pubblica di un comprensorio per cinquant’anni, perché è evidente: dopo Modena può venire Bologna, Milano o altrove, quando comunque se ne veda la convenienza e la praticità. Non significa la fine, piuttosto l’avvio di un nuovo capitolo scritto in un linguaggio del tutto differente, più “extralarge” e meno “distretto”. D’ora in poi “dove” , va sempre fratto “quanto”. 
Che non è la stessa cosa di ieri.        

 


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