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Religioni - 25 ottobre 2005
Ego civilis et ego pius

"Siete attualmente impegnati a illuminare e motivare le scelte dei cattolici e di tutti i cittadini circa i referendum sulla procreazione assistita ormai imminenti. Proprio nella sua chiarezza e concretezza questo vostro impegno è segno della sollecitudine di voi pastori verso ogni genere umano che non può mai essere ridotto a mezzo ma è un fine, come insegna Cristo e come ci dice la ragione umana".
Le parole di Papa Ratzinger alla vigilia dei contestatissimi referendum dell'estate oramai trascorsa, precedute dai pungenti e ferventi attacchi dell'oramai inossidabile Camillo Ruini, hanno scatenato le reazioni più disparate sia nell'ambiente politico, sia all'interno di agglomerati sociali più "alla nostra portata": piazze, bar, scuole. Il quesito che rieccheggiava in quei giorni ma che ha conservato i propri strascichi sino ad oggi, è riassumibile in un unico interrogativo: la chiesa, in quanto eredità e frutto di Gesù Cristo, nata per professare la sua parola, può intervenire in situazioni che investono l'uomo, non in quanto "pius" (credente), ma in quanto "civilis" (politico)? E se la risposta dovesse essere affermativa, quali sono i limiti di questo intervento?.
Ora la risposta è aperta, ognuno potrà risolvere il quesito, seguendo la coscienza o seguendo la ragione, ma focalizzando l'attenzione su quei giorni, nonchè sulle parole del Santo Padre, un (personalissimo ed opinabilissimo) dubbio di incoerenza emerge spontaneo, a parere di chi scrive. Vi sono canoni e principi, ribaditi recentemente nelle grandi assemblee ecclesiali, frutto di interpretazioni antiche quanto l'uomo, dello scritto fondamentale ("Bibbia"), che non sono e non potranno mai essere scalfite dal mutare dei costumi e dal passare del tempo: l'astensione dal sesso prima del matrimonio e la finalità dello stesso alla procreazione, il divieto dei sacramenti per chi ha sciolto  il vincolo matrimoniale, il discusso "uso del preservativo" e via discorrendo. In merito a tali questioni la Chiesa è inossidabilmente aggrappata ad antichi dogmi, che, lapalissianamente, sono contrastanti con il mutare dei costumi e del "sentire sociale". Però questa sorta di rifiuto ad uno sguardo verso la cruda realtà, questa forte rigidità nel difendere a spada tratta "la parola" (così come interpretata, si intende), rendendo la chiesa stessa forse più spirituale in quanto disancorata dai reali accadimenti, non impedisce alla stessa, di dismettere tali panni, utilizzando strumenti, parole, propaganda, quanto mai attuali e concreti, laddove voglia intervenire in questioni che non concernono il fedele ma l'homo civilis. Sia ben chiaro al lettore che il mio non vuol essere un attacco ma una semplice considerazione, non una critica, ma una osservazione ed un invitoa riflettere, partendo dal presupposto che concordo pienamente con coloro che hanno sostenuto che considerando la portata morale dei recenti referendum, la Chiesa non avrebbe dovuto rimanere in disparte, stando a guardare, ma dire la sua. Nulla quaestio.Il metodo,quello sì, è stato opinabile e criticabile e lo strumento altrettanto. "votare secondo coscienza", sarebbe stato un degno segnale di religioso rispetto delle proprie competenze e a dire il vero molti parroci si sono dissociati dal coro dei loro "superiori", proprio affermando questo: la chiesa ti insegna, ti indottrina, ti conduce per una via che ti ricompenserà al momento opportuno, sai quello che puoi o non puoi fare, fedele, sai ciò che Dio vuole o non vuole, per cui saprai anche cosa scegliere. (libero arbitrio) Diverse sono state le parole del cardinale Ruini e dello stesso Pontefice, "illuminare e motivare" si sono tradotti purtroppo in "condizionare e imporre" una scelta morale per fini innegabilmente politici, per difendere altrettanto evidenti posizioni politiche che ogni buon prelato dovrebbe custodire per non violare quella imparzialità che ne fa pastore di dio nel mondo.Non sono un pius,questo no, ma se lo fossi stato, avrei avvertito, un vago senso di "sfruttamento" del mio ruolo, mi sarei sentito non un "mezzo di diffusione della parola", ma un "canale di propaganda ideologica".L'inno all'astensione che è rieccheggiato da Piazza S. Pietro in tutta Italia è stato, mi si consenta, una presa di posizione senza eguali. Si è tradotto in un invito al rifiuto di uno dei pochi strumenti che garantiscono al giorno d'oggi una concreta democrazia, un invito a far si che il credente,nelle sedi meno opportuno, scalzasse il cittadino per il trionfo del dogma. Questo no! Alimentare questi conflitti nelle singole persone mi è parso un gesto non troppo cattolico. La predicazione e la divulgazione di un credo, così come il credo stesso dovrebbero essere, sempre secondo l'umile parere di chi scrive, un soffio, un sussurro, una lieve percezione che viene subitaneamente interiorizzata e custodita, una consapevolezza silenziosa, non un urlo mediatico.


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