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06 dicembre 2005
La Roccia granitica

 

L’altra sera ho cenato con Ombrello Aperto. È un fatto abbastanza inconsueto perché le nostre idee sono abbastanza distanti e più di una volta la cena è sfociata in un quasi litigio, tuttavia ero in debito con lui per l’ospitalità che mi aveva regalato qualche tempo fa sotto il suo mitico ombrello, in un giorno di pioggia. E così gli ho offerto una cena. Un antipastino di salumi annaffiato da un discreto lambrusco, tanto per scaldare l’atmosfera, e poi si passa ai primi. Gli argomenti seguono in sintonia: da temi di attualità spicciola pian piano la conversazione si fa più profonda e, come sempre, cominciano a manifestarsi le prime crepe. All’arrivo del primo, condito con un superbo sugo di funghi, stiamo già duellando.

-          Come fai a ritenere che la giustizia nel ‘600 era inesistente? – Attacca Ombrello Aperto.

-          Non posso esserne certo, e mi devo ovviamente basare su ciò che traspare dai documenti e dalle notizie storiche: la forza legale non proteggeva in alcun conto l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far paura. Non già che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano, i delitti erano enumerati, e particolareggiati, con minuta prolissità; le procedure, studiate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse essergli d’impedimento a proferire una sentenza. Le leggi, tramutate in gride, erano numericamente infinite, quasi sempre contraddittorie, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, e non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l’impotenza e l’insipienza dei loro estensori.

-          Il fatto che le leggi fossero molto  numerose non significa necessariamente che la giustizia non funzionasse: c’erano comunque i giudici ad interpretare le leggi, ad applicarle. - Ribatte con forza Ombrello Aperto.

-          Dei giudici parleremo dopo. Fermiamoci alle gride. Si trattava spesso di testi farneticanti, per forma ed ancor di più per contenuto: non era quasi mai prevista una correlazione stretta, una sorta di proporzionalità coerente, tra la gravità del reato commesso, dell’offesa arrecata alla vittima, e la pena da scontare da parte del reo. Nulla a che vedere con la linearità e la coerenza delle leggi attuali.

L’omicidio, che allora era un crimine consueto, era punito nelle gride, ed ancor più nelle sentenze, non in funzione della gravità dell’offesa arrecata, ma in virtù della casta di appartenenza dell’omicida.

È come se oggi dicessimo (ma per fortuna non accade mai) che un criminale che uccide direttamente o fa assassinare che so, un onesto cittadino o un appartenente alle Forze dell’ordine, deve essere prosciolto o condannato ad una pena irrisoria, poiché appartiene ad una certa corrente ideologica.

Il fatto che l’offesa fosse più o meno grave a seconda delle circostanze, non aveva valore, se non in casi assai rari. Le circostanze attenuanti o aggravanti per un delitto erano sì considerate, ma in relazione alla casta sociale di appartenenza della vittima e dell’aggressore. Ci sono casi documentati di delitti perpetrati ai danni di persone oneste ove si legge che alla fine le vittime sono state incriminate e condannate mentre i criminali sono stati lasciati in libertà. Era solo una questione di collocazione. Oggi diremmo di collocazione politica.

-          Ma tu - chiede con un po’ di malizia Ombrello Aperto - quando Caino si macchia dell’omicidio del fratello Abele, che pena prevederesti? La pena di morte o un castigo teso alla rieducazione? La vendetta? L’occhio per occhio, o la volontà di procurare il più alto dolore possibile come espiazione del peccato?

Nel frattempo le superbe spugnole ai funghi erano ormai finite e si profilava il solito drammatico dilemma: il carrello degli arrosti o quello dei bolliti? La scelta, salomonica, consentirà poi di scambiarsi qualche assaggio. Anche il lambrusco è terminato e si passa ad un più corposo Nebiolo langarolo. Ombrello Aperto ha questa tendenza ad uscire dal seminato: quando è in difficoltà, invece di rispondere a tono, attinge a temi collaterali. Ma non desidero redarguirlo, e poco dopo riprendo:

-          Sono domande profonde che meriterebbero risposte alquanto articolate: cercherò di essere conciso: secondo te, perché esistono le leggi,  i magistrati, la giustizia?

-          Credo perché l’uomo ha sete di giustizia – risponde titubante Ombrello Aperto.

-          Sì, questa è sicuramente una buona ragione. L’anelito all’equilibrio, al risarcimento del danno subito è insito nell’animo umano. Se vogliamo fare un po’ di storia dobbiamo ricordare che fino a non molto tempo fa in molte civiltà la “giustizia” era regolata dalla vendetta privata. Se ci pensi bene ci sono ancor oggi popolazioni sterminate che la praticano, in quanto prevista dalle  loro leggi vigenti. Del resto la cosiddetta “legge biblica del taglione” che tu hai evocato prima, considerata barbara dagli intelligentoni, altro non era se non una regola imposta per impedire che la vendetta fosse sproporzionata rispetto all’offesa subita. Se era stata inferta una ferita ad una gamba, non ci si poteva vendicare a freddo uccidendo chi aveva procurato la ferita. Si aveva il diritto di infliggere una ferita analoga e nulla più.

Poi è venuto Qualcuno a dire che bisogna rinunciare alla vendetta, ma questa è un’altra storia. La civiltà romana ha avuto il merito di togliere al privato questa facoltà (i motivi sono evidenti) istituendo l’apparato giudiziario: la Magistratura. Da un lato le leggi, promulgate dagli organi di potere, dall’altro i Magistrati che avevano il compito di applicarle. Il cittadino sentiva di essere tutelato e rinunciava alla vendetta privata, proprio perché sapeva che le istituzioni, avendo anche a disposizione le forze necessarie, avrebbero saputo catturare il delinquente e punirlo, comminando la pena prevista per quel reato.

Quanto alla questione della rieducazione, essa è strettamente connessa al tipo di pena ed alla disposizione d’animo del criminale: se questi vuole redimersi perché ha capito il male che ha fatto, sarà il primo a voler espiare, a voler pagare fino in fondo il proprio errore.

Premi, amnistie, decurtazioni, sono invece misure efficaci per venir meno alla nobile utopia della rieducazione: il criminale, anziché pensare a redimersi, pensa a trovare le scorciatoie per tornare a delinquere quanto prima. I casi in tal senso erano innumerevoli nel ‘600. Va da sé che queste misure improntate ad un rancido buonismo, furono in realtà diseducative e liberticide, poiché offendevano il cittadino vittima del reato, creavano sfiducia nella Giustizia e, in casi estremi, portarono, come vedremo in seguito, a porre in dubbio l’utilità dell’esistenza stessa dell’apparato giudiziario.

-          Ottimi questi arrosti! – Esclama Ombrello Aperto in mancanza di argomentazioni da opporre.

-          Ottimo anche il Nebiolo. Ma abbiamo deviato dal tema iniziale.

Direi che la questione delle gride l’abbiamo esaminata a dovere. Riassumendo possiamo dire: leggi promulgate a pioggia, infinite, quasi sempre contraddittorie, che certificavano l’impotenza, l’idiozia congenita dei loro estensori. Pene incerte quando non del tutto inesistenti. Possibilità, per ogni Azzeccagarbugli non totalmente sciocco, di trovare, tra le pieghe delle gride, il cavillo necessario a far assolvere il delinquente.

Veniamo ora alle Forze dell’ordine: i bargelli, i capitani di giustizia, i gendarmi (chiamati con disprezzo birri), non erano visti come guardiani della legalità, tutori dell’ordine e dei cittadini onesti, ma come nemici da denigrare, sbeffeggiare, da osteggiare e combattere con tutte le forze, magari uccidendone a tradimento qualcuno, quando si riusciva. Questo atteggiamento, unito alla quantità smisurata dei reati commessi, faceva sì che oltre il novanta per cento dei delitti commessi restasse impunito.

-          Sono perplesso – mi dice Ombrello Aperto - ci manca qualcosa. Mi devi anche raccontare chi, quando, come si sarebbero potuti estirpare i delinquenti. Quei furfanti erano tutti orfani? Non avevano legami con nessun altro essere vivente? Questi ultimi erano tutti ciechi, sordi e impediti che non si avvedevano di nulla? Oppure c’era un ambiente familiare e amicale che li proteggeva e in mezzo a quel brodo i delinquenti si moltiplicavano?

-          A quel tempo il degrado sociale e morale era tale per cui coloro che abbracciavano la via del crimine godevano sicuramente di compiacenti connivenze da parte di chi aveva tutto l’interesse a mantenere il disordine. Se a questo aggiungi la conclamata idiozia dei governanti che nel corso dei precedenti decenni avevano promulgato le decine di migliaia di gride, hai la risposta al quesito circa la brodaglia fetida dei sostenitori e dei protettori in cui proliferava la delinquenza. Leggi chiare ed equamente severe, certezza della pena, rifiuto del lassismo e del buonismo di bassa lega ed a buon mercato, Magistrati competenti che sapessero svolgere con imparzialità, rigore e, soprattutto, senza condizionamenti, la funzione che erano chiamati, sarebbero stati già di per sé ottimi ingredienti per estirpare la delinquenza.

Ormai è giunto il momento di parlare dell’ultimo anello del sistema giudiziario: la Magistratura. Devi sapere che allora i “podestà”, come eran chiamati, appartenevano ad una specie di casta bramanica: anch’essi, come i dottori di legge, sguazzavano come tante ranocchie nella palude melmosa delle infinite gride, ma godevano in sovrappiù di due privilegi aberranti:

erano inattaccabili : chiunque avesse osato criticarli, anche in presenza di loro comportamenti indecenti, sarebbe stato condannato per “vilipendio alla magistratura[1]”.

Erano irresponsabili : ossia non dovevano rispondere dei loro errori e delle loro malefatte se non ad uno pseudo tribunale amministrato, pensa un po’, da loro stessi.

Come se ciò non fosse sufficiente, potevano dare sfogo alla loro fantasia per interpretare secondo gli oscuri interessi di bottega il senso delle gride, che, seppur maldestre, seppur inefficaci, ogni tanto qualcosa di buono lo prescrivevano.

L’apparato giudiziario, ovvero i signori podestà, i capitani di giustizia, quei medesimi a cui in teoria sarebbe toccato di far giustizia e di fare star a dovere i furfanti ed i delinquenti, andavano strepitando di indipendenza della magistratura, ma di fatto molto spesso, per non dire quasi sempre, erano biecamente asserviti al potere. Ovviamente allora il potere era quello dei signorotti, come Don Rodrigo ad esempio. Era una sorta di mutuo sostegno: il potere garantiva ai podestà, oltre all’immunità, un tenore di vita assai elevato, lauti compensi e un posto sempre disponibile alla tavola imbandita del signorotto. E come se ciò non bastasse la quantità di lavoro da espletare era lasciata alla loro buona volontà: così i tempi per ottenere giustizia divennero spropositati, inaccettabili.

I signori podestà, dal canto loro, garantivano di non procedere mai contro il potere cui erano asserviti, semmai contro il potere avverso. Mai contro il conte d’Olivares, semmai contro il duca di Nivers e il cardinale Riciliù.

In tale contesto, pur considerando qualche rara eccezione (qualche galantuomo doveva pur esserci in mezzo a tanta corruttela!), proliferavano le condanne degli innocenti, e, quando capitava, per caso, che un reo fosse giustamente condannato, si rimediava in gran fretta non facendogli scontare la pena, o facendogliene scontare un minimo scampolo.

Fu così che non si considerò minimamente la sete, l’anelito di Giustizia che è insito nell’animo dell’umana progenie. Si volle ignorare per decenni che è più grave la frustrazione derivata da una sentenza ingiusta, che non l’offesa ricevuta. In una parola si svuotò completamente il senso stesso dell’esistenza dell’istituzione giudiziaria. La delinquenza crebbe, dilagò a dismisura e la gente scoprì che per avere Giustizia occorreva farsela da soli.

Poi la gente scoprì anche che era inutile mantenere quella pletora di parassiti nullafacenti e profumatamente pagati. E spazzò via tutto.

La quercia del diritto romano, marcita completamente al suo interno, crollò miseramente.

Per fortuna tutto ciò è accaduto quattro secoli or sono. Oggi la situazione è completamente diversa e l’apparato giudiziario è solido come una roccia granitica.

Ombrello Aperto ormai bollito, rinuncia ad altre schermaglie. Anche la bottiglia di Nebiolo delle Langhe, complici le chiacchiere, è ormai terminata e, dopo un buon caffé e un buon nocino, ce ne siamo tornati a casa.

A piedi.


[1] Le maiuscole e le minuscole non sono poste a caso.


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