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Politica estera - 01 novembre 2005
Politica estera di grande prestigio

Il Primo Ministro on. Silvio Berlusconi racconta la sua contrarietà all’intervento in Iraq, nonché il suo impegno a dissuadere il presidente Bush e il premier Blair da un tale intendimento. Se ciò fosse vero confermerebbe purtroppo quanto poco sia incisiva l’Italia in campo internazionale, nonostante gli incontri in villa preferiti agli austeri palazzi istituzionali, con la triste sensazione di capi di governo in tavernetta, attenti a bandane e riporti piuttosto che preoccupati del bene comune. Berlusconi ha detto il vero? Formalmente sì perché l’Italia non è andata in guerra, ma ha partecipato come forza di pace. Nella sostanza ha invece aggirato la Costituzione italiana e dribblato la fortissima pressione sociale pacifista, cercando di non pagare pegno alla sua volontà di assecondare Blair e Bush. Tant’è. Le contorsioni verbali del Primo Ministro, con eventuali smentite successive, non rappresentano una novità. Fanno paio con il suo concetto alquanto personale di coerenza e verità. L’episodio solleva invece alcuni dubbi “collaterali”: quale ruolo hanno svolto i nostri servizi segreti nel fabbricare prove sulle armi di massa dell’Iraq? Con quale coinvolgimento dei nostri governanti? Chi ha fabbricato e smerciato la patacca del Niger? I soliti italiani casinisti o un appoggio a Bush per l’agognato affondo guerresco?
Solleva anche dubbi più “lati”. Alda D’Ausanio, con ragione (ed anche questo è un triste segno dei tempi; con quello che ha fatto in tv, bisognerebbe darle torto a prescindere), a Domenica In si è domandata quale senso abbia il dibattito nazionale su “rock e lento” del molleggiato e quale senso abbiano le ansiolitiche adrelaline, politiche e culturali, consumate per un varietà, quando il mondo ha ben più importanti e drammatici argomenti da approfondire, piuttosto che commentare i predicozzi di un grande cantante che diventa da tavernetta quando s’investe predicatore. Un dibattito sulla libertà in televisione si spingerebbe ben oltre Santoro, Biagi e Luttazzo e compagnia, il cui martirio risulta funzionale a nascondere le censure più profonde, quelle che hanno risvolti economici, quelle che riguardano la mafia, quelle che approfondiscono con serietà i temi dell’immigrazione, della povertà, della sicurezza, quelle che fanno della televisione un contenitore sempre meno “reale”. Il caso Cofferati a Bologna meriterebbe ben altri approfondimenti, come gli stipendi dei parlamentari affrontati da Reporter nell’ultima puntata, con un bronzeo on. Giovanardi impegnato a trovare del tutto normale l’adeguamento di 800 euro dell’indennità parlamentare. Le sue giustificazioni non cancellano la constatazione (senz’altro qualunquista ma vera), che tale aumento corrisponde all’intero stipendio di un operaio. Ci saranno reazioni? Figuriamoci! Meglio badare ad albanate e leccisate, celentanate e carovane di Domeniche Buone o In. Il tema più importante oggi è sapere se Bonolis ha disertato il suo similnovantesimominuto per malattia vera o da audience. Che c’importa di quel che dichiara Berlusconi? Ci hanno fatto il cervello di marmellata ed oggi accettiamo tutto: che Celentano sia un predicatore, che Flavia Vento intervenga sulla politica, che Fassino vada in televione per la sua tata e D’Alema per le barche a vela, che un imprenditore di successo si creda automaticamente in grado di essere anche un bravo governante. E sue dichiarazioni sull’Iraq, le ennesime assai criticabili, non lasceranno traccia né sulla sua credibilità né sulla sua attività politica. Abbiamo altro a cui pensare. Cosa farà Bonolis?

 

 


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