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Religioni - 27 dicembre 2005
Natale a Salvador

Natale a Salvador,  Bahia, Brasile.

E’ quella parte del Brasile che geologicamente si staccò milioni di anni fa dal golfo di Guinea, da cui rimane tuttora separata dall’oceano Atlantico. Anche un occhio non esperto, guardando il mappamondo, può facilmente riconoscere la corrispondenza fra l’insenatura dell’Africa e la protuberanza del Brasile,  come di due pezzi di un puzzle separati da un gigante spazientito.

E’ stata crudele e sanguinaria la storia per questa parte del mondo dove si riuniscono le razze di 3 continenti, quella originaria, india, di cui una parte riuscì a salvarsi  rifugiandosi nelle foreste all’arrivo delle altre due razze: i  coloni europei e gli schiavi importati dall’Africa, in buona parte proprio da quello stesso golfo di Guinea.

E’ ancora da quello stesso golfo che soffiano i venti che trasportano da una riva all’altra dell’oceano quella sabbia bianca e finissima che riproduce qui le caratteristiche dune, in cui sbocciano piccoli fiori color lilla, che fanno risaltare il candore della sabbia sotto il sole, candore che risulta ancor più spettacolare sotto la luna piena.

Quelle piccole colline di sabbia bianca fanno pensare ad un regalo della madre Africa che volle seguire a tutti i costi quei suoi figli che le furono strappati in modo così brutale.

Ma non furono solo i granelli di sabbia a seguire gli Africani, anche i loro Dei ascoltarono le invocazioni, i pianti e le grida di vendetta, e seguirono il cuore dei loro fedeli, che dopo aver sopportato la prepotenza dell’uomo bianco non erano certo ben predisposti a fidarsi della religione che questi cercava di imporre.

Ma come si può pensare di imporre o di vietare una religione? Se questa è nel cuore degli uomini, nessun tiranno potrà estirparla per sostituirla con un’altra.

I bianchi non solo parlavano un’altra lingua con la bocca, parlavano un’altra lingua anche con il corpo.

Se, come per gli Africani, si ha la danza nel sangue, è naturale che essa diventi una forma di linguaggio che esprime ed accompagna tutte le manifestazioni: dalla gioia all’ira, dal combattimento alla preghiera. Se la danza è linguaggio, è ovvio che diventerà anche la forma più pura e spontanea di pregare. Limitarsi a congiungere le mani non può bastare. Pregare per loro è un’esperienza totale, che scuote il corpo intero dalle punte dei piedi ai folti capelli: le rotazioni del corpo propiziano l’abbandono totale della mente e dello stesso livello minimo di coscienza fino ad entrare in trance.

I riti praticati per lunghi secoli segretamente ora non devono più temere le persecuzioni, ma vengono comunque praticati in ‘terreiros’ in cui non è facile entrare con la pelle troppo chiara.

Di tanto in tanto qualche artista realizza spettacoli e manifestazioni che, assieme alla letteratura sull’argomento, come per esempio i libri del premio nobel Jorge Amado,  permettono anche a noi visi pallidi di conoscere un po’ di questa realtà. Nello stato di Bahia la presenza Africana è consistente e si percepisce anche nella musica, nella cucina, e quando si avvicinano le loro ricorrenze anche lo straniero avverte qualcosa di particolare nell’aria.

 

Ma i predicatori cristiani non seminarono invano: il Brasile è un grande Paese in cui convivono più mondi, e il giorno di Natale anche la Basilica e le altre chiese cristiane si riempiono di gente di tutte le razze, ed i supermercati nelle settimane precedenti non hanno rinunciato a quella poderosa attrazione che Babbo Natale esercita sui bambini.

Ma accanto ai Babbi Natale con la barba bianca e vestiti di rosso, ne sono comparsi altri, con la pelle scura e  vestiti di verde che invece di fare pubblicità nei negozi di giocattoli, si introducono nelle vie dei quartieri più poveri per regalare un sorriso ai bimbi meno fortunati.

Un giornale locale, il “Correio da Bahia” intervista una bambina di 6 anni che ha appena ricevuto un giocattolo, “chi ti ha regalato questa bambola?” “Babbo Natale” “Allora tu ci credi a Babbo Natale?” “No- sorride con furbizia- lo so che è finto, ma tanto anche quell’altro, quello ‘branquinho’ (diminutivo-dispregiativo di bianco) vestito di rosso,  è finto anche lui”

Saranno anche finti, sia quello vestito di  rosso che quello con il costume verde, ma almeno loro sono riusciti a fare sì che una bambina almeno in questo si senta uguale ai suoi coetanei dalla pelle più chiara.

 

 


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