
“E’ così in gamba da non aver bisogno di dimostrarlo”.
Questa frase, nel film Un dollaro d’onore, (non un semplice western ma un capolavoro di profondità e leggerezza mozartiane, come ebbe a definirlo il Morandini) era riferita all’abilità con la pistola di Colorado, ma la trovo perfettamente adatta a definire Erminio Benito Piacenza, geologo, il signore che la foto ritrae, chino sulle rocce, nel deserto.
E’ uno dei più importanti esperti italiani di mineralogia.
Il dott. Erminio Benito Piacenza, che tutti chiamavamo Erminio, l’ho conosciuto da bambina e l’ho rivisto molte volte, anche se viveva da oltre trent’anni a Milano.
Non è famoso, nel senso che comunemente si attribuisce a questa parole, ma a parte il fatto che ciò a lui non interessava, (come non gli interessavano le ricchezze), basterebbero le collaborazioni, le lezioni negli atenei, le menzioni nelle pubblicazioni dei più grandi musei di Scienze Naturali, le spedizioni e i viaggi in ogni parte del mondo per mostrare, almeno in parte, quanto valeva.
L’eccezionalità di questa persona, che fa parte della mia infanzia e adolescenza, è molteplice.
Non è possibile qui fare un elenco delle ricerche, degli scritti, degli studi, dei viaggi da lui compiuti, con altri scienziati internazionali e con l’amato fratello gemello, Franco Italo.
Se da bambina consideravo Erminio, maggiore di molti anni, una figura mitica, che “sapeva tutto di tutto”, oggi, da adulta, il mio giudizio è praticamente lo stesso.
La sua conversazione spaziava dalle gelate distese di Tunguska alle misteriose e splendide Pietre Verdi, dall’iridescenza della livrea nei coleotteri alla leggendaria città scomparsa di Zerzura, dall’origine del nome Akela alle tecniche di carotaggio minerario, dalle ricerche di giacimenti uraniferi in Tanzania a cosa dava il colore rosso al sangue.
Regalò a mio fratello e a me il nostro primo microscopio, e devo a lui, e ai libri che mi regalava, la passione per i minerali e i fossili. Passione che mi ha fatto diventare una modesta collezionista, incantata e affascinata da un geode, un nummulite, un frammento di legno silicizzato o un cristallo di quarzo più che da qualsiasi gioiello.
(Chiedo scusa a chi sa tutto di queste cose, per aver inserito molte note a piè di pagina. Esse vogliono essere soltanto un richiamo alla memoria, per gli adulti, e un piccolo insegnamento a qualche bravo ragazzino che eventualmente mi leggesse).
Interessante, modesto, semplice, con la testa fra le nuvole, come si conviene ad ogni scienziato, Erminio possedeva fossili, minerali e gemme di valore inestimabile eppure viaggiava su macchine vecchissime, talvolta malandate.
Ciò destava l’ilarità degli stupidi e la tenerezza affettuosa di chi lo conosceva, lo apprezzava e lo amava… moglie, figlie, fratelli, amici, studenti e colleghi.
Rimase memorabile uno dei suoi viaggi di studio, per una località all’estremità della penisola, viaggio iniziato sotto i peggiori auspici, con l’automobile che si rifiutava di partire e che si mise in moto, tossendo e gemendo, solo dopo molti tentativi e le spinte provvidenziali di amici e parenti.
Chiunque altro avrebbe desistito. Non lui.
Con un eufemismo potrei dire che da qualche settimana Erminio non c’è più, ma non lo farò, perché considero Erminio semplicemente in una dimensione parallela, nella quale ha ritrovato il suo gemello, che appena pochi mesi fa l’ha preceduto.
Ora, di nuovo insieme, più ancora di prima, i gemelli leggeranno nei misteri della Natura e nelle sue infinite bellezze, con l’appassionata meraviglia e l’infinito stupore che accomuna scienziati e bambini, chiedendo lumi, ora, direttamente a Chi ha creato ogni cosa.
C'è una sorta di poesia, amara eppure rassicurante, nella loro scomparsa, così vicini nel tempo, la conferma, se ancora ne avessimo bisogno, di quanto in simbiosi vivano questi fratelli speciali.
Questo scritto non vuole essere un inutile epitaffio elogiativo, né la consueta, e altrettanto inutile, beatificazione post-mortem.
Ci sono persone che non hanno bisogno dell’uno, né dell’altra.
Ma, anche se ci sono cose più attuali, ci sono cose più utili, problemi più pressanti di cui parlare, la politica, la sicurezza, la crisi economica…rallentare un momento, fermarsi e leggere di queste vite, felici e piene, nello studio, nel lavoro, anche nei sacrifici, forse ci fa bene.
Fa bene pensare che ci sono accanto a noi persone così rare, che hanno saputo vivere senza essere contaminate e neppure sfiorate da certe moderne schiavitù, come il successo, l’affermazione personale, il denaro. Persone che non hanno cercato mai l’effimero trionfo sulle persone e sulle cose, ma hanno, in ogni momento della loro laboriosa, studiosa, semplice eppure ricca esistenza, messo a frutto i talenti ricevuti.
Una giovanissima scrittrice, a me molto cara, in un compito in classe scrisse che studiare è il modo migliore di pregare, per ringraziare Dio, dell’intelligenza e della salute ricevute.
Questo sicuramente Erminio l’ha fatto.
Può essere anche un esempio, di come ci si possa realizzare pienamente, essere anche felici, pur senza guadagnare le copertine dei giornali, senza incrementare i conti in banca, senza ostentazione, senza una qualsiasi grancassa che amplifichi meriti e valore.
Ora finalmente la città misteriosa e introvabile di Zerzura ha aperto per lui le sue lucenti porte di rame, così a lungo cercate.
A.Z.