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  www.dabicesidice.it - Nr. 240 - Settembre 2010 -
da Bice si dice
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Ho bisogno di vederti
Piuttosto dei silenzi le parole
Tra il giorno e la notte
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M’affaccio alla finestra
Stupito dell’Italia che non va
Estate
Era il 27 Maggio 1965
Mi dispiace
Una lettera da Auschwitz
...prima di girare l'angolo...
La sedia in giardino
Regalatemi un ricordo
Che strani giorni i miei!
Moralisti, comici e buffoni.
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La vita oscilla
Perché le persone gridano quando sono arrabbiate
Ho sceso milioni di scale
Il dono di Gandhi
A Gesù Bambino
Il mio Natale
Natale
Col tempo
Il signore nel cuore
Nemmeno
19 luglio 2009
L'albatro
IL CANE E IL VECCHIO
Versi di un tempo che fu ... Commiato
Versi di un tempo che fu ... La voce
Versi di un tempo che fu ... Mia madre
Versi di un tempo che fu ... La pioggia nel pineto
Versi di un tempo che fu ... Re Travicello
Versi di un tempo che fu ... L'orfano
Versi di un tempo che fu ... I pastori
Versi di un tempo che fu ... La mia sera
Versi di un tempo che fu ... Il cinque maggio
Versi di un tempo che fu ... La Canzone di Legnano
Versi di un tempo che fu ... Mezzogiorno alpino
Versi di un tempo che fu ... Valentino
Versi di un tempo che fu ... Risveglio di Pasqua
Versi di un tempo che fu ... Alla Luna
Versi di un tempo che fu ... Che dice la pioggerellina di Marzo?
Versi di un tempo che fu ... La quiete dopo la tempesta
Versi di un tempo che fu ... Canzone di marzo
Versi di un tempo che fu ... A Silvia
Versi di un tempo che fu ... L'infinito
Versi di un tempo che fu ... Il passero solitario
Versi di un tempo che fu ... Il sabato del villaggio
Versi di un tempo che fu ... Balilla
Versi di un tempo che fu ... Davanti San Guido
Versi di un tempo che fu ... I Magi
Versi di un tempo che fu ... La Notte santa
Versi di un tempo che fu ... Le ciaramelle
Lettere legate col nastrino e il Dalai Lama
Versi di un tempo che fu ... Carrettiere
Versi di un tempo che fu ... La Spigolatrice di Sapri
Versi di un tempo che fu ... La partenza del boscaiolo
Le porte di Zerzura
Versi di un tempo che fu ... San Martino
Versi di un tempo che fu ... San Martino del Carso
Versi di un tempo che fu ... Pianto antico
Versi di un tempo che fu ... Funere mersit acerbo
13 agosto 1988
Versi di un tempo che fu … Veneziana
Versi di un tempo che fu … La cavalla storna
Versi di un tempo che fu ... Il grillo
Versi di un tempo che fu … Lucciole
Versi di un tempo che fu ... Il bove
Versi di un tempo che fu … Ode a Venezia
Versi di un tempo che fu … L’aquilone
Versi di un tempo che fu … Le monachine
I giorni del silenzio
Mi ricordo quel Natale ...
Quarant'anni (più o meno) dalla Maturità: 1967 (5)
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Quarant'anni (più o meno) dalla Maturità: 1963 (1)
Edizione "speciale": Quarant'anni dalla Maturità: 1966 (4)
Il viaggio: da Chianciano a Bollate
Il terremoto e il furiere (2)
Il terremoto e il furiere
Quarant’anni (più o meno) dalla Maturità: 1966 (3)
Grace e Ranieri
Quarant'anni (più o meno) dalla Maturità: 1966 (2)
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La prima volta che vidi Parigi
Storia di un viaggio
Riconoscenza
Un cappone che è diventato un pollo
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Parmigiano Reggiano
La nostra democrazia la vedo composta di molti alberi
Chiare e fresche dolci acque…
Che bella la vita!!!!
Quando il Forte era il Forte
L’amore, non va mai sprecato
Quattro passi tra i ricordi della nostra storia maestra di vita. Personaggi noti e meno noti che si raccontano per i più giovani
 
Versi di un tempo che fu … La cavalla storna

Forse è stato per effetto dell’inchiesta sullo stato della scuola o, forse, l’aver ritrovato il decrepito sussidiario di quinta elementare. Fatto sì è che sfogliando quelle pagine di un tempo terribilmente lontano sono riaffiorati alcuni versi che era costume far imparare a memoria agli scolari.

Cose di poco conto, non impegnative, poesiole in rima senza pretese letterarie, ma traboccanti di ricordi, di tenerezza. Un’onda di nostalgia che mi ha inumidito le palpebre.

Oggi di quei versi, di quelle rime baciate non v’è più traccia, si ha orrore di allenare la memoria degli alunni con siffatte sciocchezzuole.

Però, ho pensato (forse m’illudo), che a qualcuno potrebbe fare piacere ritrovarle, rileggerle …

 

Alberto Broglia

 

La cavalla storna

Nella Torre il silenzio era già alto.
Sussurravano i pioppi del Rio Salto.
I cavalli normanni alle lor poste
frangean la biada con rumor di croste.
Là in fondo la cavalla era, selvaggia,
nata tra i pini su la salsa spiaggia;
che nelle froge avea del mar gli spruzzi
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi.
Con su la greppia un gomito, da essa
era mia madre; e le dicea sommessa:
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
tu capivi il suo cenno ed il suo detto!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto;
il primo d’otto tra miei figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie.
Tu che ti senti ai fianchi l’uragano,
tu dài retta alla sua piccola mano.
Tu ch’hai nel cuore la marina brulla,
tu dài retta alla sua voce fanciulla”.
La cavalla volgea la scarna testa
verso mia madre, che dicea più mesta:
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte.
O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia...”
La scarna lunga testa era daccanto
al dolce viso di mia madre in pianto.
“O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
oh! due parole egli dové pur dire!
E tu capisci, ma non sai ridire.
Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
con negli orecchi l’eco degli scoppi,
seguitasti la via tra gli alti pioppi:
lo riportavi tra il morir del sole,
perché udissimo noi le sue parole”.
Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera
“O cavallina, cavallina storna,
portavi a casa sua chi non ritorna!
a me, chi non ritornerà più mai!
Tu fosti buona... Ma parlar non sai!
Tu non sai, poverina; altri non osa.
Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!
Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
esso t’è qui nelle pupille fise.
Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.
Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.
La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... Sonò alto un nitrito.

Giovanni Pascoli

È quasi impossibile imbattersi in qualcuno, appartenente alla mia generazione, che non abbia almeno letto questa poesia di Pascoli. Quasi sempre, alle elementari o alle medie, era d’obbligo conoscerla a memoria.

In dialetto ambrosiano “storno” significa sciocco, balordo, sordo, rimbecillito, insomma una sinonimo del toscano “bischero”.

Il tema, ero in quinta elementare, s’intitolava: «Esprimete le emozioni che vi ha destato la “cavallina storna” di Giovanni Pascoli».

Il fatto che la madre del Poeta per farsi intendere dovesse abbracciare la criniera e parlare all’orecchio della cavallina mi parve avvalorare l’ipotesi che la cavalla fosse anche sorda.

Trascuro altri particolari e dettagli; il giudizio del maestro Grossi sul tema fu: “inclassificabile”.

 

Alberto Broglia

 

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